Il lettore medio italiano, raro e occasionale, si aggira fra gli scaffali della libreria e viene naturalmente attratto, come per una forza sconosciuta, dai nomi stranieri (meglio se anglosassoni). Questo deve spingerci verso una duplice riflessione: siamo davanti a un lettore deluso dalla povertà di stile e idee in cui versano i libri di autori italiani di punta? Può essere che questo lettore non abbia voglia o tempo di cercare con un lanternino quel volumetto di valore schiacciato fra qualche tomo premiato allo Strega, così si butta sugli stranieri, conscio che se dall’America il libro è arrivato fin qui, se ha fatto tutta questa strada, allora ci sarà forse qualche garanzia in più sul suo valore. Ma da dove viene questa scarsa fiducia nei confronti di scrittori e di editori italiani? Ma soprattutto, è un fenomeno nuovo, o ci sono dei precedenti?

Trovo una possibile risposta in una lettera di Antonio Beltramelli, scrittore romagnolo prolifico di grande fama, almeno fino al ’40, fascista convinto, nascosto sotto il tappeto del perbenismo democratico insieme a tanti altri scrittori. Si deve sapere che sul finire dell’Ottocento ci fu una vera e propria ondata di notorietà per le prime novelle di Maksim Gor’kij, l’orfano che ha fatto del realismo socialista il modello per generazioni di scrittori russi, colui che ha realizzato il “sogno sovietico”, vagabondo autodidatta in grado di scalare i vertici del Partito, fino a diventare una sorta di guida spirituale dopo travagliate relazioni con i bolscevichi.

Negli anni che ci interessano, a cavallo tra Ottocento e Novecento, Gor’kij è una vera celebrità, pedinato dalla polizia zarista, acclamato in tutto il mondo, è un ribelle rivoluzionario puro e semplice, in lite con gli stessi rivoluzionari.

 

Nel frattempo, in Italia, più precisamente a Roma, il ventisettenne Antonio Beltramelli cerca di farsi largo come giornalista e scrittore. Ha già in cantiere vari progetti che daranno vita, negli anni successivi, ai primi volumi di novelle che lo lanceranno verso la fama e il successo. Ma nel 1901 arranca, fatica a pubblicare; il mercato sembra avere delle riserve, è stitico. Così, Beltramelli pensa ad una burla:

«Ho dato da copiare a macchina una mia novella intitolata Feodor Dobriski ed ecco il perché del titolo. In questi giorni la mercanzia che corre per i giornali e per le riviste è austera e quasi esclusivamente estera così che un lavoro italiano è costretto a rimanere per interi mesi ad aspettare lo spazio per comparire. Io ho fatto una pensata! Ho fatto una novella sul tipo russo, l’ho firmata Maxim Gorki ed io non figuro che come traduttore. Quando comparirà (e sarà presto perché è merce di attualità) svelerò allora la turlupinatura con un articolo sul Marzocco e sarà una buona lezione per gli editori» [26 giugno 1901, lettera tratta da I bei giorni di Claudio Marabini].

Quello che lo stesso Beltramelli chiamò “trucco gorkiano” fece un certo scalpore nell’ambiente letterario, e di certo servì per attirare l’attenzione. Oggi della novella Feodor Dobriski non se ne trova traccia. Possiamo supporre che sia uscita su qualche giornale o rivista indicativamente nel 1901 dopo il mese di giugno, ma è come cercare un ago in un pagliaio. Il critico Claudio Marabini suggerisce che la novella incriminata, stando alle lettere successive, potrebbe essere stata inclusa nella raccolta Anna Perenna, con il titolo Il vecchio della landa, apportando però una serie di significative modifiche. In Beltramelli certi elementi dannunziani si sposano al realismo di Gor’kij, fino ad approdare ad un realismo fiabesco; ma Beltramelli meriterebbe interi saggi a lui dedicati, non certo l’oblio o quattro righe delle mie.

Tornando alla burla, dal 1904 la carriera di Beltramelli decollò magnificamente, tanto che nel 1908, riuscì a sottoporre a Gor’kij, mentre soggiornava a Capri, la raccolta di novelle I primogeniti; ricevuta la sua approvazione, le novelle di Beltramelli approdarono in Russia proprio grazie allo scrittore a cui aveva rubato l’identità alcuni anni prima.

In questa bella e sconosciuta vicenda ci sono così tante morali che non avrebbe nemmeno senso insistere più di tanto sul suo valore e significato. È un peccato che editori e lettori, dopo più di un secolo, non abbiano imparato la lezione. A noi non resta che sognare di poter mettere le mani su quel meraviglioso falso.

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