21 dicembre 1989 / Un ricordo di Elvio Fachinelli – di Enrico Palandri

fachinelli sabato 21 dicembre, 2019
Articolo scelto dalla Redazione
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Se a Bologna alla fine degli anni ’70 fioriva un antagonismo curioso, colto, intraprendente, mentre in altre parti d’Italia le ultime pagine di un confronto armato tra fascisti e comunisti ha finito con l’etichettare tutta l’epoca come anni di piombo, a fare attenzione e quindi amplificare quel che avveniva tra gli studenti di Eco, Celati, Ginzburg, Scabia e tanti altri ottimi maestri, erano editori come Elvio Fachinelli.

Se si leggono i libri di Elvio è chiaro perché: sfuggire alla nevrosi è il compito fondamentale che ogni umano si dà, e la fuga è anche verso la rivoluzione. Resistenza, il conflitto che dalla psicanalisi alla lotta ai fascismi segna come un arcobaleno la promessa del futuro, le linee di fuga deleuziane e la fatica e la gioia di ogni pagina scritta o vissuta. I referendum su divorzio e aborto, il femminismo e l’antipsichiatria, dovevono pur dare opportunità, vita, bellezza, come il suo uma tentativa de amor sulla rivoluzione portoghese. Se invece ci si reinfila, come accadde allora con la reazione ai giovani del PCI e le strategie folli delle BR in un’ottica classista e in fondo religiosamente legata ai propri dogmi, è inevitabile che la società degradi in atteggiamenti compulsivi, coazioni a ripetere, che ci si lasci schiacciare in luoghi comuni che avremmo potuto lasciarci alle spalle. Infatti Elvio pubblica almeno quattro libri che nascono dall’area bolognese, Alice e il diavolo, Alice disambientata, Boccalone, Parlammo di Cézanne sul Nilo Bianco.

Non dico gli autori perché in fondo nascono tutti in un’area molto orizzontale, tante marionette e marijuana intorno a radio Alice, tante, tantissime storie d’amore, come non ne ho viste intorno a me nei quarant’anni successivi. Forse superficiali, spesso lo erano, ma con un senso di aperture che a chi come Elvio faceva da analista a formidabili nevrosi, non poteva non ispirare un’ipotesi di percorso umano.

Tanto che quando ci recammo a Roma insieme perché da Boccalone volevano trarre un film e io dissi che non volevo rifare lo stesso libro, lui, che pure in quella circostanza perdeva del denaro (aveva credo allora diritto al 50% dell’anticipo sui diritti cinematografici), non solo non cercò di convincermi di nulla, ma mi disse molto serenamente: Enrico, l’importante è fare quello che si vuole.

Capiva anche meglio di me allora la direzione in cui in realtà si va. Non quella delle ambizioni e delle velleità, ma quella di chi ascolta attraverso se stesso la realtà, anche se questo a volte significa fare scelte impopolari, scomode, persino imprecise.

 

 

Con gli anni diventammo amici: ogni volta che passavo da Milano uscivamo a cena insieme, mi presentò diversi suoi amici, qualche volta ci siamo visti anche in altre città. Alla fine suo fratello e sua figlia mi invitarono ad aprire la biblioteca che regalò al suo paese, Luserna. Ma naturalmente ho seguito meglio la sua evoluzione attraverso i bellissimi saggi che ha pubblicato negli anni successivi: La freccia ferma, tre tentativi di fermare il tempo, o Claustrofilia. Partiva, come Freud, da esperienze raccolte dai pazienti per elaborare sistemi che superassero gli orizzonti della psicanalisi, da cui ormai si aspettava poco. Non perché gli mancasse empatia con chi soffriva, piuttosto perché individuava i limiti dell’esperienza analitica, gli orizzonti teorici che si irrigidivano intorno all’esperienza privata del paziente e alla fine tendevano a ricadere al proprio interno, a non liberare né nuove idee né il paziente stesso.

Direi che si augurava che la musica, la scrittura, l’arte o qualunque pratica creativa potesse riaprire dove gli sbarramenti ideologici, proprio come quelli sociali delle classi o personali dei generi, chiudevano al contrario gli umani nella ripetizione dei propri limiti. Capisco bene perché guardasse Bologna con tanta curiosità. Dalla città gioiello del PCI di allora, ben amministrata ma anche avviata a una socialdemocrazia senza speranze, come la definì in quegli anni Gianni Celati, nasceva una piccola Praga ’68, fatta di insolente lateralità. Poi tante altre cose si potranno dire, ma per fortuna Elvio ha pubblicato e quei segni scritti con il gesso nel cielo e sui muri sono ancora visibili.

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