3 Interviste e un capitolo del Romanzo – Da Finsbury a Dante

Listener-1 sabato 5 settembre, 2015
Redazionale
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Intervista a Domenico Astuti – di Christine Màttera

A quasi due anni di distanza dal romanzo Grand’Hotel Des Bains, esce in queste settimane Da Finsbury a Dante. Seconda parte di una possibile trilogia che l’autore definisce riflessione sull’inquietudine. Ritornano le tematiche care allo scrittore, l’uomo in fuga, vite sbandate posizionate ai margini e non riconciliate, forse stanche di vivere contro, con il bisogno di riconciliazione con il passato, con i sentimenti, con la rabbia profonda.   In questo nuovo romanzo il protagonista si chiama Marco, è un musicista jazz, vive a Londra ma è pronto all’ennesima fuga, ad abbandonare una donna, degli amici, un luogo. E’ un sognatore sbandato, individualista e anarcoide, che si iscrive in quel prototipo di tutti i sognatori sbandati che hanno popolato la letteratura e il cinema in passato. Ritornano i temi amati dall’autore, il vivere in fuga, l’odio del domicilio, della non appartenenza, della vita sulla strada, il tutto contrapposto allo sfacelo che sembra la normalità, a famiglie allo sbando, ad una società che ha accettato la sconfitta e la decadenza. Ma questa volta in un contesto narrativo che spesso sfiora il grottesco, il banale e il tragico. Nella storia si ritrovano i dischi di una generazione jazz, le letture contigue allo stesso autore, le citazioni che sono parte dell’animo del romanzo, il tutto narrato con una scrittura leggera ed elegante, con un tono vitale e lontano dalla narrativa corrente e dai modelli di consumo abituali. A volte l’autore va per flussi mentali ed altre per descrizioni dettagliate. Prova a coniugare alto e basso, semplice e complesso, superficiale e profondo, come in fondo è la vita di tutti.

Ha voglia di presentarsi ? Ci racconta chi è Domenico Astuti ?

E’ una domanda che rischia una risposta generica e banale. Sono nato a Napoli e mi sono laureato in Filosofia, ho amato da sempre viaggiare ed è diventato quasi un bisogno fisiologico partire. Ho abitato in America latina per oltre due anni, sono stato una decina di volte in India e per un periodo ho pensato di andarci a vivere. Ho visitato il sud est asiatico, la Cina e il Giappone… Ma ho vissuto anche molti anni lavorando come free lance, sceneggiatore e regista in Italia. Adesso trascorro il tempo in modo molto riservato, insegno, leggo, dirigo un blog culturale e scrivo.

Chi immagina siano i suoi lettori ?

Non ne ho idea. Al contrario immagino che le mie storie non interessino le persone che cercano romanzi rassicuranti o che inseguono le mode o i soliti drammi familiari borghesi.

Dopo il libro di racconti Pulque, due anni fa ha pubblicato Grand’Hotel Des Bains. Come è stata la preparazione ?

E’ stato scritto di getto, tre mesi la prima stesura.   Quasi una febbre alta, non facevo altro, mi svegliavo alle cinque del mattino e iniziavo a scrivere. Anche se mi facevo una doccia o mangiavo non facevo che pensare alla stesura, prendevo appunti anche appena uscito di casa. 314 pagine scritte come in un delirio, qualcuno direbbe in una full immersion. Poi per un anno l’ho riscritto almeno altre cinque volte.   Ma l’idea iniziale è rimasta incubata in testa per almeno quattro anni, non mi decidevo a rimettermi a scrivere, poi una sciatica presa a McLaudganj mi ha tenuto quasi immobilizzato per una settimana ed ho iniziato così.

Ha debiti narrativi ? Quali sono gli autori che l’hanno aiutata a scrivere ?

Uno, nessuno e centomila. Probabilmente la letteratura Mitteleuropea, in particolare Joseph Roth, Robert Musil ma anche Doblin. In Grand’Hotel Des Bains il gruppo dei terroristi ha avuto qualche ispirazione dai personaggi di un grandissimo scrittore francese di romanzi polizieschi Léo Malet. E poi c’è il magnifico Cèline, ma di lui sono solo un lettore continuo. Vede ? Uno, nessuno e centomila.

Li legge i romanzi che raggiungono i Premi Letterari ?

Sono un lettore selettivo e distratto. Qualche volta mi capita un libro da premio tra le mani ma dopo un paio di pagine mi arrendo.   Mi annoiano subito e qualche volta mi irritano come sono scritti.

I libri più riletti ?

Fuga senza Fine, Guignol’s Band, L’uomo senza qualità…

I contemporanei, niente ?

Certo, quasi tutti i libri pubblicati da Neri Pozza, da Irvin Yalom a David Roberts.

Una domanda forse spiacevole: come mai come autore è poco conosciuto ?

Diciamo che sono sconosciuto ai più. Perché ? Credo per la mia totale estraneità al milieu letterario italiano. Sono lontano dalle mode e dal romanzo attuale che va per la maggiore, così come da ogni altra corrente. Perché ? Perché sono un po’ come i personaggi dei miei romanzi, individualista, anarcoide, sincero, ribelle e poco salottiero.

Come mai la scelta del titolo Da Finsbury a Dante.

Cercavo un titolo semplice ma anche che poteva spiazzare il lettore. Forse anche ironico, per rendere il racconto meno drammatico di quello che può sembrare.   Termina nel modo meno poetico e più banale possibile. Il protagonista vuole mangiare uno sciu e poi andare in Piazza Dante a Napoli. Mentre all’inizio vive nel quartiere di Finsbury park a Londra

Ci parli del nuovo romanzo.

Sono molto legato a questo romanzo perché ha avuto una gestazione durata anni. Mi sembra come un fratello che è cresciuto assieme.   Abbiamo trascorso molto tempo uniti, a Londra, a Parigi, a Napoli e un po’ in giro dappertutto. L’ho curato, coccolato, tenuto compagnia. Sono legato anche perché ha ricevuto una trentina di rifiuti nel tempo, stavo quasi per desistere quando… Ho difficoltà nel presentarlo, come voler parlare di un figlio. Cito a memoria il quarto di copertina: Una Londra abitata da squatters, avventurieri, musicisti jazz, viaggiatori e ribelli. Qui vive Marco Filangieri, è da qui che parte, dopo qualche giorno di febbre esistenziale, una volta ancora, senza una mèta. Incurante dell’età e della destinazione. Giunge e vaga per Parigi, attraversa la Francia, giunge in Italia. Prima al Nord, poi ritorna a Napoli. Per riallacciare una volta per tutte i fili con il suo passato e per conciliarsi con la figura del padre. Mi piacerebbe che si leggesse sapendo che molti di noi potrebbero essere questo tipo di persona, inquieto, con il bisogno sempre di novità, forte anche da solo e senza gli altri. E chi vive come Marco Filangieri non si faccia fregare dall’età e dagli opportunismi.   Nessuno sconto e nessuna scorciatoia nel vivere.

Perché un lettore dovrebbe leggere questo suo romanzo ?

Per leggere qualcosa che non è inutile cicaleggio ? Prevedibile o scolastico. Perché viene descritto un mondo e un uomo fuori dagli standard ?   Non lo so, è come voler chiedere perché si è fatto un tale sogno.

Vuole aggiungere qualcosa ?

E cosa ?

La chiudiamo qui ?

Andiamo a bere un caffè ?

 

IL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO       DA FINSBURY A DANTE

Io sono una cipolla umana
con molte pelli intorno al mio corpo
spero che non vi irritiate
se introduco così il mio futuro.

Fritz Teufel

 

E’ inutile cercare chi ti completi,
nessuno completa nessuno,
devi essere completo da solo
per poter essere felice.

Erich Fromm

 

premessa

In queste pagine viene raccontata la vita di Marco Filangieri, musicista jazz quarantenne. Conosciuto da molti, amico di pochi, compagno di avventure e di idee più di luoghi che dei suoi simili; anarchico, scorbutico e per questo autentico. Per parecchio tempo alcuni suoi amici hanno provato a comprendere il suo modo di vivere, il suo nomadismo e i suoi errori. Hanno spesso frainteso, come se fosse uno specchio deformante delle vite altrui. Vi hanno rinunciato, accettandolo o meno, per come è; io invece ho insistito e sono giunto a conclusioni plausibili che però si sono sbriciolate dopo qualche notizia lontana. Una mattina, abbracciando mio padre e sentendone tutta la fragilità dell’età, mi è venuto in mente una conclusione plausibile che poi è solo l’inizio e non la conclusione. Marco ha lottato tutta la vita con il padre: quello reale, ma anche quello immaginario e simbolico… Ma la comprensione – come ha scritto qualcuno – non ha nulla a che fare con la vita.
Non ho immaginato né aggiunto molto di quello che so. In fondo ciò che è necessario oggi è osservare, ascoltare, più che inventare.

 

                                                                                                                         1

Si avvicina alla finestra, scosta la tendina. Il cielo è grigio, quasi livido; le prime ombre della sera penetrano la strada, affondano nella città. Le insegne della lavanderia si illuminano, subito dopo quelle all’interno del negozio. Lì, all’angolo, ci sono i soliti ragazzini che giocano a sottomuro nonostante il freddo e la brina; perdono e schiamazzano, vincono e schiamazzano: di lì a qualche mese inizieranno a giocare con le ragazze, poi con gli appartamenti di King’s Cross.

Finsbury Park – Arsenal – Holloway Road – Caledonian road – King’s Cross: 4 pounds, se paghi la metropolitana.

Guarda l’orologio nello stesso momento in cui l’ha guardato ieri e l’altro ieri e il giorno prima. Ogni giorno la notte aumenta di due minuti mangiandosi la luce e la prossima settimana ritornerà l’ora legale e d’un tratto il buio s’ingrasserà di un’ora. Torna a guardare la strada, Ken il postino sta passando in moto, evita una pozzanghera, sta tornando verso casa, dalla moglie rabbiosa e culona. In fondo alla strada ci sono tre pachistani seduti in un’auto, in silenzio ascoltano a palla Wala ala balch di Amr Diab; nella testa hanno le strade assolate e polverose di Peshawar, le cugine con il chador, le ali di pollo al curry. Le campane della chiesa in fondo alla strada comunicano l’ora, ancora quindici minuti e verrà aperto il pub. Una birra ! E’ proprio quello che ci vuole. E se bastano i penny, un bourbon. Ma la prospettiva non lo rincuora, anche se non aspetta altro che uscire da questa casa e perdersi nel mondo.

Half pint Guinness, un Jack Daniel’s, un po’ di jazz mediocre del giovedì, qualche chiacchiera a vanvera e domani ..

Due ubriaconi sono seduti sugli scalini della casa di fronte, anche loro aspettano che il pub apra. Si scoleranno una pinta d’un fiato, allontanando così il freddo, quest’autunno, la loro vita senza fortuna. Sorseggeranno un altro boccale giocando a freccette, si prenderanno in giro e sul tardi litigheranno tra loro con rabbia per vecchi rancori. Due bobbie’s alti e robusti passeggiano con passi calcolati, lo sguardo attento, le mani conserte dietro la schiena. Tutto è normale, tutto al suo posto, come sempre nel quartiere. Furti e assassinate gli abitanti di qui le vanno a fare da altre parti… Questa è zona neutrale ! Anche i tossici, qui, sono trasparenti e tranquilli, tagliano le dosi, spacciano marijuana e crack e muoiono con discrezione. Anche se da queste parti, nell’ultimo anno, due punk-bestia sono stati uccisi. Ma il vero orrore di questa città avviene in luoghi lontani, a Brixton… a Wood Green… sul canale di Camden, di notte. Nel nord ci sono le bande degli Shankstarz, dei Northumbledon Park e i Blacks; a est i Mashtown di Hackney. E poi gli E9 e gli SW2 a Brixton. A volte c’è una guerra tra le bande e di notte c’è almeno una sparatoria nel sud se non qualche lavoro di coltello… Ma questo vuol dire poco, anche nel pieno centro di Sloane Square, a Chelsea, un ragazzo è rimasto ucciso a coltellate due settimane prima..
I pochi passanti camminano senza una mèta, sulla strada non ancora ghiacciata; una delle tante strade solitarie e insignificanti. E’ questa un’ora in cui nessuno sa cosa fare o dove andare e si lascia trasportare dalla corrente. Dissolti i desideri, dimenticata la speranza, l’unico dolore è il gelo ai piedi. Gli uomini hanno perso le variabili del cuore, le donne sono prive di illusioni. Tutti hanno un modo di vedere silenzioso, ottuso, quasi barbaro. Mentono a se stessi con la stessa accettazione di una sconfitta. Dalle finestre illuminate provengono i soliti rumori, simili sono gli odori; un misto di sapone e cibo: una voce materna, due uova con bacon, le note di una lezione di piano, pesce fritto con patate. Sul muro di fronte c’è un nuovo slogan contro gli immigrati. Un iraniano con la gobba e la barba bianca, proprietario di un car wash, passa sotto la finestra, sputa a terra, svolta a sinistra.
Lascia andare la tendina, cerca un respiro profondo, invece tossisce; piccoli colpi secchi, striduli, che lo rendono rosso in viso.

Quale altra razza d’animali vive così ? In questo modo assurdo e malato… Potrebbe pensare qualcuno tra lo sfessato e l’offeso.

Avrebbe dovuto gridare !
Avrebbe voluto urlare ! Ma avrebbe svegliato Margarèta febbricitante… Marcela avrebbe smesso di litigare con Quique al piano di sotto e sarebbe corsa su per sapere… Forse un cane avrebbe abbaiato.
Il maestro delle elementari sta passando a salutare Marco ma scivola all’inizio della strada su una sottile lastra di ghiaccio, i pantaloni si sporcano e si bagnano di acqua sudicia. Torna a casa borbottando, e pensare che sua moglie teme che lui la tradisca.
Marco avrebbe gridato volentieri contro quella strada tranquilla e umida, contro quella casa sempre più uguale, contro il radiatore rugginoso. Avrebbe urlato contro il suo ultimo manager, contro Mària e il suo carattere distante, troppo nordico…
Avrebbe dovuto srogolare solo contro se stesso.
Nessuno ha colpa del suo senso di confusione, nessuno ha colpa delle sue inquietudini. O forse sì, ma non è questo il fatto decisivo per il suo malessere. La casa in cui vive in fondo non è più brutta di altre, questa strada è simile a prima, con il negozio di stoffe, il pub dalle vetrine smerigliate, la scuola in mattoni rossi con i vetri presi a sassate. Tutto è come prima, nessuna possibilità di chiamare il 112 o il 999, questi sono numeri per altre emergenze, per altri incendi, semmai dolosi.
Avrebbe solo dovuto smettere di oziare, trovare un sentimento in cui prendere slancio e sarebbe tornata la quiete. Solo lui ha colpa del suo smarrimento. L’ultimo licenziamento al Ronnie Scott’s Jazz Club se l’è andato a cercare come fa un giovane con una donna quando inizia primavera. E Mària, la sua donna da oltre due anni, è bella e solitaria come un tempo… Il tempo !? Già ! C’è un termine per tutto ed è qualcosa che coincide con tutti i gesti fraintesi nel passato… perduti con le migliori intenzioni. Forse bastava che una volta avesse detto sicuro un No; avesse gridato al padre: basta ! Oppure un ti voglio bene alla madre o aver dato una chance al fratello. O semmai lo avesse preso a pugni: quel coglione. Ma non si impara mai troppo in fretta dalla vita. La vita !? Non si sa come questa parola possa essere messa in pratica, un sovraccarico di luoghi comuni, distinguo e fregature da digerire. In fondo, modesti per tutto !

E arriva un giorno in cui non si è in grado di sentirsi vivi. Il desiderio e la leggerezza sono solo un ricordo astratto, niente di reale. Pensare che chi è sereno è soltanto…

E’ quasi un anno che abita in Finsbury Park, un vero record. Per lui che non ha mai vissuto un anno nella stessa città e mai più di sei mesi allo stesso domicilio. Adesso invece, Upper Tollington, Oxford road, infine ad Albert road, al 24. Ha imparato a conoscere questa gente, conosce alcune delle loro storie, i gesti d’umanità e le piccole vigliaccherie. Niente di eccezionale o da segnalare. Più o meno le stesse vite di chi abita a Cristiana a Copenaghen, o nel quartiere di Kreuzberg a Berlino, nel quartiere di Uzupis a Vilnius, nel barrio di Sevilla di Mexico City o nel suq di Khān el- Khalilī a El Cairo. Allora però quando ha vissutoin queste zone, viveva con leggerezza, forse perchè era giovane, forse perchè si sentiva provvisorio, invece a Finsbury…
Nel quartiere abitano piccoli impiegati dello stato e commesse dei grandi magazzini, venditori nei mercati del sabato e donne di servizio nelle case di High Holborn, una comunità di sikh e viaggiatori di professione, strozzini della vecchia generazione e piccoli pusher senza avvenire, operai saltuari e musicisti sempre in cerca di scritture, arabi che pensano al ritorno anche se nati qui e ubriaconi che sopravvivono con la social security. C’è Fernando che deve partire per la Russia, ha una borsa di studio, ma è sempre al pub, a bere birra e a rimorchiare ragazze; c’è Annette la tedesca che prepara attentati dimostrativi fuori tempo massimo; c’è Robin che ha perso la sua Irlanda e svaligia case a King’s Road; c’è Mària che ha scritto due libri in Svezia e che adesso lavora in un ristorante di Soho e malsopporta il suo compagno sempre più muto e con la barba da bandito. C’è Tozh che presta soldi ad usura, Marco un musicista con scritture sempre più saltuarie, Hannin che ruba i soldi alla madre, Alvaro che vive aspettando… E uomini dalle mani callose e col sapore di birra in bocca. E donne che puzzano di pesce fritto anche quando si infilano tra le lenzuola. Qui la gente si lava, si gratta, beve birra, lavora quando può, fa figli, riscuote la paga o il sussidio, si ammala e poi muore L’unica sorpresa è a chi capita per prima, proprio questa mattina è toccato ad Hannin, una tredicenne al suo secondo buco, troppa stricnina; al funerale la comunità gallese al completo. Marco conosce bene Irvine, il padre; hanno suonato assieme nei pub di Coven Garden e di Fleet Street, ma al funerale non è voluto andare.
« When a man is tired of London, he is tired of life, for there is in London all that life can afford ! » ha detto una volta il poeta Samuel Johnson. E un tempo Marco aveva voluto credergli, adesso gli sferrerebbe un pugno in pieno stomaco.

E arriva un giorno in cui si crede di non avere più pretese, che non ci si chiede più: cosa volevi dalla vita ? che gusto ci possa essere in tutto questo…

 

Intervista a Domenico Astuti – di Alessandro Giannini

D) Cosa ti ha portato a scrivere il tuo nuovo romanzo ” Da Finsbury a Dante ” ?
R) Anni fa ho vissuto un lungo periodo a Londra, proprio a Finsbury park. Tra vagabondi, gente che viveva alla giornata, avventurieri, musicisti; un mondo incredibile assai lontano da come si vive in Italia e ancora più distante dalla mia vita quotidiana a Roma. E così tempo dopo ho iniziato a scrivere, senza sapere bene dove sarei giunto. Il protagonista l’ho immaginato prima uno scrittore marginale poi un musicista jazz, forse perché mi sarebbe piaciuto da giovane imparare uno strumento e poi amo il jazz da sempre. Man mano che scrivevo mi ritornava in mente una tematica che c’è anche in Grand’Hotel Des Bains, la lotta con la figura del padre e il tentativo con la maturità di riconciliarsi.
D) Scrivi infatti di un tema spinoso come il conflitto con la figura del padre, non solo quello reale ma anche quello simbolico.
R) Sembra un argomento fuori moda ma l’ho scelto perché è un tema che coinvolge ancora molte persone. Dico fuori moda perché la società in cui viviamo ha quasi depauperato, svilito la figura del padre. Sembra essere la figura debole nella triade padre-madre-figlio, relegato quasi a un ruolo secondario se non superfluo. Invece per chi è stato ragazzino negli anni settanta come me la figura del padre, a volte autoritaria, a volte limitante, a vilte forte, era centrale per la crescita di un ragazzo. Ma la storia del romanzo non è centrata solo su questo conflitto e sulla sua riconciliazione ma è anche altra.
D) C’è il protagonista del tuo romanzo che sembra vivere una rivolta permanente contro i rituali di una società ormai asfittica e immateriale ma sembra che abbia trovato un equilibrio quasi sopra la follia. Temi poco visitati adesso dalla letteratura contemporanea.
R) Oh, non usiamo paroloni. Di letteratura oggi ce n’è pochissima in giro e in Italia ancora meno. Anzi c’è una narrativa abbastanza modesta, quasi masticata e sputata via. Mi viene in mente Pontiggia quando, forse vent’anni fa, ironicamente dìceva che i grandi scrittori sono in continuo aumento, quello che scarseggiano sono gli scrittori. Come lui anch’io cerco qualcosa di utile da un autore e non una prova di effimera e inutile bravura, scoprire qualcosa che mi serva per farla mia. Come lettore ma anche come scrittore. Ma non voglio divagare. Cosa mi chiedevi ?
D) Il tuo protagonista sembra vivere una rivolta permanente contro i rituali di una società asfittica e immateriale, ma sembra che abbia trovato un contraddittorio equilibrio sopra la follia.
R) Forse hai ragione… Da non riconciliato. Per me scrivere questa storia è stata una scelta quasi naturale, sicuramente istintiva. Mentre scrivevo, si materializzava quest’uomo in rivolta contro la banalità del vivere quotidiano. Ma forse riguarda più una rivolta verso i personaggi raccontati negli altri romanzi che non proprio quelli reali. Io tuttavia, come ho già detto a qualcuno, dichiaro la mia totale estraneità al milieu letterario italiano e alla sue risibili mode. Si è talmente inflazionato un genere che amo molto come il giallo-noir che me lo rendono quasi insopportabile: certe volte mi sembra che qualcuno scriva di nulla infarcendolo di poliziotti, investigatori e questioni di falso sociologismo. Io invece cerco dentro di me delle domande e delle risposte che probabilmente una parte degli esseri umani si fanno. Quando scrivo mi sento quasi in trance, come fossi un tramite tra qualcosa di ancestrale che vuole uscire fuori e la società che circonda il mio essere. In questo romanzo ho usato vari piani, quello del flusso di idee, ma anche la descrizione dettagliata di alcuni interni personali e di luoghi, oltre al fatto che sono intervenuto io come narratore nella storia per riflettere con il futuro lettore sui personaggi e sul loro modo di agire e connettersi.D) Sembra evidente che il personaggio di Marco Filangieri ti somigli abbastanza. Le citazioni che inserisci da quelle dei luoghi a quelle letterarie a quelle musicali sembrano appartenerti.R) Con il mio protagonista condivido l’amore incondizionato per il jazz, ma anche quello dei viaggi e del vagabondare solitario. Tutti i luoghi che sono citati nel romanzo sono luoghi in cui sono stato o vi ho vissuto. Come alcuni rifiuti e alcune inquietudini dell’esistenza del protagonista potrei farle mie. Si vede che è questo il mio modo di scrivere, anche se questo romanzo è pura fiction e non autobiografico. Diciamo che la mia necessità di scrivere nasce da una mia necessità di riflettere sulle cose del mondo, ed io ci sono dentro completamente emotivamente.D) I temi nel romanzo sono anche altri, anche se sono raccontati senza lasciare troppo spazio, come la fine dell’idea della famiglia sia dal lato affettivo che solidaristico, ma anche della svalorizzazione dei sentimenti e dell’amore, oltre ai problemi di comunicare e di riconoscere i propri sentimenti. Lo dico pensando al rapporto che ha lo stesso protagonista con Mària a Londra, a quello degli amici bo-bo di Parigi, a quello del fratello e della moglie che vivono a Novara. Egoismi che arrivano fino all’estremo di procurare l’amante innocuo alla moglie per poter conservare una parvenza di famiglia e poter continuare a fare ciò che si vuole.R) Credo che uno dei problemi maggiori di oggi in Occidente è quello di aver perduto la dignità dei comportamenti, una perdita derivante da un non sense di ciò che facciamo e pensiamo. Dove realtà, apparenza e convenienza si mischiano e si condensano creando un’opacità inquietante. E il cambiamento della struttura della famiglia ha determinato un ulteriore svaporamento dei pochi punti fermi. E’ vero quello che dici, queste realtà sono raccontate ma tenute sullo sfondo come un tramonto o un paesaggio, l’ho fatto scientemente perché volevo soprattutto raccontare questo musicista jazz quarantenne scorbutico e anarchico, il resto serviva solo da contraltare e non da coprotagonista della storia.D) Ma anche il tuo protagonista è un egoista, un individualista e si muove un po’ a caso.R) Sì, può sembrare così, ma diciamo che muovendosi individualmente non può essere inserito in un’idea di massa condizionante. Appartiene a quel tipo d’avventurieri sempre più rari che cambia donna, città e amici rimanendo fedele a se stesso e non facendosi condizionare da niente.
Quanto tempo hai impiegato a scrivere Da Finsbury a Dante.
Ho impiegato un po’ più di un inverno, quando scrivo non faccio altro. Quindi dodici ore al giorno per circa quattro, cinque mesi. Ma non avendo trovato un editore subito, ho passato per qualche anno tutto il tempo libero a riscriverlo e a modificarlo. Ci simo tenuti compagnia con Marco, quasi fossimo diventati due complici. Per fortuna che ho trovato un editore altrimenti starei ancora riscrivendolo nei tempi morti.D) Stai già scrivendo qualcosa ?

R) Scrivere per me è liberatorio. Lo faccio costantemente, come bere dell’acqua o fare una passeggiata. Ti permette di allontanarti dal quotidiano, dal luogo in cui sei, da molte rogne. E’ anche il modo più economico per viaggiare, sei seduto da qualche parte e ti ritrovi a Singapore o a Città del Messico, riesci anche a sentire odori lontani, a rincontrare persone che avevi dimenticato e renderle migliori di quello che erano, a trovarti in un giardino che non sapresti ritrovare o in una casa. Quindi sì, sto scrivendo qualcosa ma sono ancora agli appunti: sono a Parigi, in una casa vicino ai giardini del Lussemburgo e voglio scrivere un romanzo su mio padre. Devo ancora comprare la colonna sonora che mi accompagnerà nella scrittura e anche qualche libro che mi libererà dall’invadenza di ciò che scriverò.

D) Buon lavoro, allora.

R) Buon lavoro e buona fortuna anche a te.

 

Intervista a Domenico Astuti – di Raffaella Amoruso per Plauso.

Una biografia in breve…

Nasco a Napoli, dove mi laureo in Filosofia. Ho abitato a Parigi, Londra, Città del Messico, San Pedro Atitlan. Ho viaggiato per circa cento Paesi, ho abitato due anni in America Latina e per uno in India e Indocina.  Ha seguito corsi di regia e di montaggio ( al Centro nazionale di cinema UNAM – Città del Messico ), con J. M. Straub e D. Huillet, Istvan Szabo e Nanny Loy, Master di sceneggiatura con Arlorio, Benvenuti, Suso Cecchi D’Amico, Tonino Guerra, Ugo Pirro, Massimo Felisatti; di produzione con Clemente Fracassi. Ha studiato all’Università di giornalismo di Roma-Camerino. Sono stato borsista nel laboratorio teatrale diretto da Eduardo De Filippo e per due anni ho frequentato la Scuola di Cinema di Bassano diretta da Olmi e Brenta. Ho seguito lezioni di teatro con Barba e con Fo. Ho scritto sceneggiature per il cinema e per la televisione. Ho diretto dei film.  Ha collaborato a documentari in America Centrale. Ho scritto per vari quotidiani, mensili e vari blog. Ho pubblicato la raccolta di poesie Scie Interiori, i racconti Pulque, il romanzo Grand’ Hotel des Bains e Da Finsbury a Dante. Per otto anni sono stato nel Consiglio d’Amministrazione C.C.D. con cui ho prodotto lavori per Rai3, il film Allullo Drom e corsi di sceneggiatura e regia.

D) Hai un Blog ?

R) Dirigo il blog Trafficodiparole.com

D) Che cosa fai ?

R) Scrivo romanzi, sono free lance, insegno.

D) Come ti definisci?

R) Lo lascio fare agli altri.

D) Qual è il tuo messaggio?

R) Non ho messaggi da dare. Credo che qualsiasi forma d’arte debba solo aiutare a migliorarsi.

D) Come nasce un’idea?

R) Guardandomi dentro, intorno e osservando.

D) Che cos’è per te l’ispirazione?

R) Osservare, pensare, leggere.

D) Che cos’è l’arte?

R) Fermare l’attimo nel tempo.

D) In che circostanze ti vengono le migliori idee?

R) Leggendo e viaggiando.

D) Come si deve valutare un’opera artistica?

R) Per ciò che ti trasmette e ti comunica.

D) L’artista deve reinventarsi ogni giorno?

R) Come gli esseri umani.

D) Che artisti ammiri e in che modo hanno influenzato le tue opere?

R) J.Roth, Musil, Cèline, Camus… Mi hanno aiutato ad essere ciò che sono più che come scrivo.

D) Quanto conta per te pubblicare e mostrare le tue opere ?

R) E’ come chiedere se preferisco uscire con una donna o guardarle su un giornale.

D) Quanto conta la copertina in un libro?

R) In una società fatta di apparenza e marketing credo molto. Come un urlo nella folla.

D) Parlaci della tua ultima creazione

R) Sono molto legato a questo romanzo perché ha avuto una gestazione durata anni. Mi sembra come un fratello che è cresciuto assieme con me.   Abbiamo trascorso molto tempo uniti, a Londra, a Parigi, a Napoli e un po’ in giro dappertutto. L’ho curato, coccolato, tenuto compagnia. Sono legato anche perché ha ricevuto una trentina di rifiuti nel tempo, stavo quasi per desistere quando… Ho difficoltà nel presentarlo, come voler parlare di un figlio. Cito a memoria il quarto di copertina: Una Londra abitata da squatters, avventurieri, musicisti jazz, viaggiatori e ribelli. Qui vive Marco Filangieri, è da qui che parte, dopo qualche giorno di febbre esistenziale, una volta ancora, senza una mèta. Incurante dell’età e della destinazione. Giunge e vaga per Parigi, attraversa la Francia, giunge in Italia. Prima al Nord, poi ritorna a Napoli. Per riallacciare una volta per tutte i fili con il suo passato e per conciliarsi con la figura del padre. Mi piacerebbe che si leggesse sapendo che molti di noi potrebbero essere questo tipo di persona, inquieto, con il bisogno sempre di novità, forte anche da solo e senza gli altri. E chi vive come Marco Filangieri non si faccia fregare dall’età e dagli opportunismi.   Nessuno sconto e nessuna scorciatoia nel vivere.

D) Programmi per il futuro?

R) Per me scrivere è liberatorio. Lo faccio costantemente, come bere dell’acqua o fare una passeggiata. Ti permette di allontanarti dal quotidiano, dal luogo in cui sei, da molte rogne. E’ anche il modo più economico per viaggiare, sei seduto da qualche parte e ti ritrovi a Singapore o a Città del Messico, riesci anche a sentire odori lontani, a rincontrare persone che avevi dimenticato e renderle migliori di quello che erano, a trovarti in un giardino che non sapresti ritrovare o in una casa. Quindi sì, sto scrivendo qualcosa ma sono ancora agli appunti: sono a Parigi, in una casa vicino ai giardini del Lussemburgo e voglio scrivere un romanzo su mio padre. Devo ancora comprare la colonna sonora che mi accompagnerà nella scrittura e anche qualche libro che mi libererà dall’invadenza di ciò che scriverò.

 

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