30 giugno 2009 – 30 giugno 2019 / Pina Bausch: è tempo di ascoltare la sua voce – di Gaia Clotilde Chernetich

6-pina_bausch2_photo_piero_tauro domenica 30 giugno, 2019
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Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Pina Bausch, avvenuta il 30 giugno del 2009. In questa ricorrenza, salutiamo la memoria di questa somma coreografa celebrando una donna che ha segnato le arti. Su un piano allo stesso tempo personale e collettivo la sua figura, con la sua storia e la sua “post memoria”, ci invita oggi a mettere in discussione, profondamente, il concetto stesso di presenza e come questo costituisca una materia liquida e misteriosa che, nel suo caso, continua a fluire liberamente dalla scena alle scene, dalla realtà alle realtà, dalla vita alle vite, tra passato, presente e futuro. In un certo senso si potrebbe dire che, paradossalmente, Pina Bausch non è mai stata tanto viva e presente nelle pratiche e nei discorsi sulla danza quanto in questi ultimi dieci anni: fra tributi, citazioni e ammiccamenti, l’eco della sua poetica e della sua opera coreografica si è insinuata, come sottile aria liquida, dentro tutti gli immaginari del contemporaneo. La sua morte ha liberato la forza delle immagini create dal suo genio e ha permesso che queste via via fiorissero e successivamente andassero a impollinare – attraverso il lavoro concreto e artigianale degli interpreti che della sua arte custodiscono le più approfondite conoscenze – nuove opere, nuove esperienze. È sentendo forte questo legame con ciò che è stato che tutti noi senza dubbio andiamo a teatro per assistere ai suoi spettacoli, ed è con questa stessa gratitudine che i coreografi invitati a creare per il suo ensemble dopo il 2009 si sono cimentati in quella che senz’altro si sarebbe detta un’impresa impossibile.

“Bamboo Blues”, 2007.

Eppure, la sua forza creatrice è stata tale che, per estremo, chiunque abbia varcato, foss’anche una sola volta, la soglia di un teatro è oggi parte della comunità allargata dei suoi eredi. La particolarità della sua fondamentale esperienza artistica risiede, in parte, nel fatto che da subito ha saputo porsi in modo tale da essere irrifiutabile. Nonostante le difficoltà di ricezione dei primi anni, quando nel giro di una manciata di stagioni Pina Bausch ha trasformato il tradizionale Ballett Wuppertal in una compagnia che sperimentava in maniera cross-disciplinare danza, teatro e opera, i lavori di Pina Bausch hanno avuto la qualità di chi è in grado di indurre un disarmo. Gli spettatori, la critica, la comunità artistica nel senso più esteso si sono dischiusi di fronte all’opera di Pina Bausch. E a dieci anni dalla sua morte Pina Bausch ancora non smette di incantare, l’eco del suo lavoro è trasversalmente presente nelle arti del contemporaneo, non solo nella danza e nel teatro. Della sua persona abbiamo mitizzato ogni aspetto, facendo del suo corpo di danzatrice e coreografa un corpus nel quale non ha spazio il cadavere che ancora tutti rifiutiamo, offrendo a questo suo ricordo di conseguenza l’alone del sacro.

Rigorosamente diviso tra coloro per cui è “Pina” e quelli per cui sarà per sempre “Pina Bausch”, il suo mondo ci ha parlato di rigore e di libertà, ma anche di memoria, di ironia, di paura e, soprattutto, di amore. Capita di pensare, specialmente a chi custodisce la memoria della sua presenza e dei suoi spettacoli, chissà che cosa avrebbe messo in scena, che cosa avrebbe inventato oggi Pina Bausch se… se fosse qui e, con noi, vedesse coi propri occhi il mondo per come è oggi con l’emergenza bruciante dei danni dell’Antropocene, con il protrarsi violentissimo e cieco di guerre basate su ostinate logiche del profitto e con la crisi umanitaria conseguente, che rende inevitabili migrazioni di massa aprendo il fronte di crisi legato alla mobilità dei rifugiati. Chissà. Chissà quale specchio, quale prospettiva di osservazione ci offrirebbero oggi la sua sensibilità e la sua danza, chissà se la sua arte sarebbe sempre in grado di darci speranza, ancora. Tuttavia, un attimo prima di lasciarci intrappolare da una soffocante nostalgia, possiamo guardare dentro al repertorio delle sue coreografie e, là dentro, in quell’insieme eterogeneo di temi, immagini e movimenti, cercare, scandagliando nella quarantina di opere coreografiche che Bausch ha creato nel corso della sua vita. Là, probabilmente, troveremmo tutte le risposte.

“Nelken”, 1982.

La natura, innanzitutto, presente con tutti i suoi elementi negli spettacoli: acqua, terra, fuoco, aria, sabbia, alberi, fiori, foglie, frutti, animali. Il mondo naturale ha letteralmente invaso lo spazio nei suoi spettacoli, condizionandone lo svolgimento, gli assetti, le visuali, entrando in dialogo diretto coi corpi dei danzatori e delle danzatrici, mettendoli concretamente alla prova con la materia organica e svelando in loro, attraverso questa, un gioco scenico sempre vero perché mai rappresentativo nonostante la sua chiara componente formale.

E poi certamente vi sono stati e vi sono le donne e gli uomini di Pina Bausch, il suo straordinario ensemble: un mondo popolato da un’umanità che ha incessantemente parlato d’amore senza mai essere culturalmente, emotivamente binario. Al contrario, nelle sue coreografie Pina Bausch ha celebrato, di ognuno dei propri interpreti, l’unicità, vivendo la differenza di età, provenienza, genere, lingua e formazione come un valore assoluto e insostituibile. Infine, vi è l’assoluta centralità delle persone: il pubblico, gli incontri, le collaborazioni e la sfera relazionale del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch nel suo complesso, costruita in modo da essere una fortezza cintata, da un lato, ma un porto aperto a qualsiasi sguardo, dall’altro.

“Palermo Palermo”, 1989.

Nei suoi numerosi viaggi di produzione in tutto il mondo, che consistevano in residenze di ricerca e di creazione di alcune settimane in città e paesi che hanno co-prodotto i suoi spettacoli a partire dalla metà degli anni Ottanta (la prima fu Roma, nel 1985, per la produzione dello spettacolo Viktor), Pina Bausch andava rigorosamente all’incontro dell’altro, senza mai stancarsi. I suoi spettacoli, d’altro canto, sembrano proprio parlare di questo suo desiderio di inclusione senza bisogno di ulteriori commenti come testimoniano storicamente i suoi programmi di sala, scarni e composti solo dai crediti dello spettacolo e da qualche fotografia.

Negli stessi anni in cui la danza andava alla ricerca di una teorizzazione che uscisse da quella strettamente dedicata alle tecniche del corpo, Pina Bausch ha imposto il proprio silenzio su qualsiasi interpretazione, rifiutando di chiudere le proprie opere dentro letture e concetti che avrebbero segnato un dentro e un fuori dal proprio mondo creativo. Invece, quelle frontiere sono sempre rimaste aperte e i suoi spettacoli, come porti di isole di arcipelaghi lontani, sono rimasti accessibili per tutti coloro che volessero avvicinarsi al suo mondo. La sua costanza nella scelta della forma teatrale (eccezione fatta per il film del 1990 Il lamento dell’imperatrice, costruito comunque seguendo lo stesso approccio compositivo “per frammenti” dei suoi spettacoli) ci dice, oggi, quanto ancora il teatro sia uno spazio da difendere non tanto – e non solo – per la libertà che esso concede agli artisti, ma per la libertà che concede al pubblico, che dentro al suo abbraccio, come in quello di Pina Bausch, può continuare a sognare, immaginare, mangiare, sperare, arrabbiarsi, annoiarsi, piangere, interrogarsi, sorridere e, in una sola parola, amare.

“Gebirge”, 1984.

Sono già trascorsi dieci anni dal 30 giugno 2009, un giorno che sembra aver segnato un prima e un dopo nella storia teatrale e della danza. Quello che è seguito a questa data è stato un decennio di rapidi cambiamenti, di grossi eventi e di nuove prospettive: ricordiamo le diverse direzioni artistiche della compagnia del Tanztheater che si sono susseguite fino alla penultima, di Adolphe Binder, che si è trasformata nelle sue note finali in un vero e proprio caso politico, con l’accusa nel luglio del 2018 di non avere piani adeguati per il futuro; e sempre sul fronte interno ricordiamo anche l’importante fase di turn over affrontata dalla compagnia con l’ingresso di nuovi danzatori e danzatrici.

Sul fronte esterno degli eventi, invece, oltre al costante riallestimento del repertorio non va dimenticata la lunga e generosa maratona di spettacoli – con dieci titoli in programma – organizzata in concomitanza con le Olimpiadi di Londra del 2012, oppure ancora, la novità che permette oggi di poter vedere alcune coreografie di Pina Bausch presenti nelle programmazioni di altre compagnie di danza (il Balletto Reale delle Fiandre, l’English National Ballet e altre). È stato senza dubbio un tempo ad alta intensità, segnato da avvenimenti che hanno fatto sì che l’universo Bausch continuasse a guardare con forza al proprio futuro, nonostante tutte le difficoltà che naturalmente sono emerse nel momento in cui questa enorme eredità artistica ha rivelato l’assenza di un vero e proprio testamento. Una sfida che Pina Bausch sembra aver lasciato ai propri collaboratori più vicini, e oltre a essere una sfida, un enorme atto di fiducia che i suoi danzatori, in primis, hanno raccolto. Osservando oggi il lavoro costante del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch e quello della Fondazione Bausch, istituita proprio nel 2009, possiamo dire che attorno al lascito di Pina Bausch si sta immaginando e scrivendo un futuro che guarda all’avvenire con coraggio e determinazione.

“O Dido”, 1999

Molto si è fatto, dunque, e molto ancora è stato scritto sullo sguardo ceruleo della coreografa, sulla sua capacità di leggere nell’anima delle situazioni e delle persone con ineguagliabile precisione. Dai racconti trafugati dalla sua storica sala prove di Wuopertal, l’ex cinema Lichtburg, abbiamo appreso come le sue percezioni fossero frutto di sensi quasi sovrumani e come splendida, sempre, fosse la sua danza, sacrificata molto presto per dedicarsi alla coreografia. Tornano alla mente le parole del suo discorso pronunciato all’Università di Bologna in occasione della laura honoris causa nel 1999: “Se guardo al nostro lavoro, ho l’impressione di avere appena cominciato”. Ora, è tempo di mettere un poco da parte lo sguardo, e di ascoltare la sua voce.

 

Grazie a Piero Tauro per la gentile concessione delle fotografie che illustrano l’articolo.

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