Addio Rohmer – redazionale

579 lunedì 11 gennaio, 2010

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Un ricordo di Éric Rohmer.
Oggi è scomparso Éric Rohmer, come ha vissuto la sua vita privata così è morto. Senza alcun clamore, in punta di piedi, ritenendo inutile le “ luci “ dell’effimero dei media e della presunta curiosità del pubblico. La notizia dello scomparsa è stata affidata laconicamente dalla casa di produzione. Un po’ come il grande scrittore Pessoa preferiva vivere nell’ombra e nascondere il nome ed anche la data di nascita, forse amava solo il Cinema per poi fantasmizzarsi nella vita privata. Era nato col nome Maurice Schérer, nel 1946, quando pubblica il suo primo e unico romanzo, Elisabeth, sceglie il nome di Gilbert Cordier. Nel 1948, giovane professore di liceo a Parigi entra in contatto con dei giovani critici cinematografici e inizia a collaborare con la rivista La Revue du cinéma, e diventa Éric Rohmer, è qui che conosce André Bazin, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette. Nel 1950, dopo la chiusura della rivista fonda La Gazette du cinéma, bollettino del cineclub del Quartiere Latino. Nel1951 partecipa alla fondazione, dei mitici ancora oggi, Cahiers du cinéma. Eric diventa adesso, per amici e colleghi “ Grand Momo “. Nel 1957 pubblica un saggio sul cinema di Alfred Hitchcock assieme a Claude Chabrol. Il suo lavoro più importante è L’organisation de l’espace dans le «Faust» de Murnau, testo che analizza il film di Friedrich Wilhelm Murnau del 1926. Possiamo dire che i suoi riferimenti narrativi sono sicuramente Murnau, Hawks e Hitchcock ( ma per Hitchcock è tutta la Nouvelle Vague che sdogana l’artista inglese dal cinema di genere per collocarlo in quello di Autore tra gli Autori ). Possiamo dire che la sua idea di cinema nouvelle vague gli resta addosso per tutta la vita, in tutti i suoi film cerca di catturare “lo splendore del vero”, come aveva teorizzato Jean-Luc Godard, nelle sue pellicole elimina ogni artificio che possa compromettere la realtà: niente proiettori, niente costose attrezzature, niente complesse scenografie; i film sono girati con la luce naturale del giorno, per strada o negli appartamenti degli stessi registi, con attori poco noti, se non amici, e le riprese vengono effettuate con una camera a mano, accompagnata da una troupe tecnica piccola e essenziale. Gira sempre a basso costo e quindi resta ‘puro’ e non controllato, racconta storie facendo variazioni su strutture fisse, . Possiamo dire che assieme a Godard, Rivette, Truffaut e Chabrol ( quest’ultimo un po’ defilato dai duri e puri Nouvelle Vague ) spazzerà via quello che veniva chiamato in modo a volte ironico, a volte dispregiativo “ Il cinema di papà “ Possiamo dire che se oggi c’è un modo di girare certi film ( il gruppo Dogma è uno di questi ) lo dobbiamo a loro e a lui.
Invece di menzionare una filmografia generica vi segnalo tre film che trovo ancora oggi meravigliosi. Il primo film è stato girato nel 1969, “ La mia notte con Maud “ ( con gli splendidi Trintignan, Françoise Fabian e Marie-Christine Barrault ). Attori accomodati su un divano di casa, seduti al bar o che camminano, discutono con leggerezza del pensiero di Pascal, del giansenismo nella tensione del gioco erotico a tre: si può perdere tempo con una donna se si è innamorati di un’altra ? il dilemma morale, fondato sulla fedeltà alla scelta più che alla persona. Il protagonista respinge Maud in virtù della sua scelta iniziale Françoise: ha scelto quel che non ha o addirittura quel che non conosce. Alla fine sceglie l’idealità dell’archetipo contro la pericolosità del reale. La fotografia di questo film è del grande, e da tempo scomparso, Nestor Almendros. La seconda pellicola è “ La Marchesa von… “ del 1976, tratto dalla novella omonima di Heinrich von Kleist: girato in tedesco e ambientato in Lombardia nel 1799, il film è incentrato sulla giovane Marchesa rimasta prematuramente vedova (Edith Clever) che, sul punto di essere violentata da soldati russi, viene salvata da un Conte ( Il perfetto Bruno Ganz ). La donna scopre poi di essere rimasta misteriosamente incinta. E’ una favola sagace e caustica che prende in giro il culto illuminista della ragione ricamando sugli scherzi della natura e i capricci del cuore. Il terzo film da segnalare è Il raggio verde, quinto episodio della serie “ Commedie e Proverbi “, la storia semplice e costruita durante le riprese racconta di Delphine, una giovane parigina, sola e un po’ triste, che vuole organizzare bene le sue vacanze dopo un anno di lavoro e la fine della sua storia d’amore. Va dapprima a Cherbourg, ma non si trova a suo agio, si fa prendere dalla malinconia e fa subito le valigie. Una compagna la induce ad andarsene a Biarritz, ma anche lì si sente isolata tra gente allegra e disinibita. Sempre insoddisfatta, quasi alla fine delle vacanze, la donna incontra alla stazione uno sconosciuto, un giovane simpatico e discreto che le sorride e le parla amichevolmente…
Bonne nuit, Grand Momo

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