Adios Tomas – ( ricordandolo con un intervista di Giancarlo Dotto )

1964-gli-indifferenti-regia-di-francesco-maselli-tomas-milian-120x120 sabato 25 marzo, 2017
Redazionale
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Cosa vedrei, se ti potessi vedere? Mi autorizza a immaginarlo così nella sua casa di Miami Beach (“Una Miami nuvolosa, ti voglio dire la verità…”). Le serrande abbassate, lui a terra, con un lenzuolo in testa, pantalone della tuta, la t-shirt bianca, senza calzini, né pantofole, reduce da una probabile sbronza, davanti a un televisore che non funziona. Tomas Milian è uno di quegli uomini che chiude le serrande di casa ma tiene aperto tutto il resto, da una vita, tutti i pori, i nervi e le finestre della sua pelle, per non dire cuore. Quel suo essere permeabile alla vita che l’ha dannato e graziato. Un vecchio che non ha mai finito e mai finirà di essere bambino. Un uomo che trasforma tutto in bellezza, anche non volendo, soprattutto non volendo, che sia il suo ritorno a Cuba dopo 58 anni (rimperdibile “The Cuban Hamlet”, lo struggente documentario girato per l’occasione da Giuseppe Sansonna), la morte suicida del padre militare e violento davanti a lui dodicenne, il delicato ricordo della fidanzatina cubana o del Monnezza che resiste in lui come una seconda pelle. Tomas ricorda e dice “anyway” quando perde il filo.

bombolo tomas milian bombolo tomas milian

Come stai?

“Io sto bene. Non ho dormito, ieri sera sono stato a una festa, abbiamo bevuto molto vino rosso francese”.

Hai fatto incontri divertenti?

“Ma…non so cosa dirti. Sai, parlare di cose così senza importanza, tra un drink e l’altro, per riempire i vuoti”.

Dormi bene, sbronze a parte?

“Come una pietra. Non mi sveglia manco il terremoto”.

Torni a Cuba dopo quasi sessant’anni e il giorno dopo Obama toglie l’embargo.

“A me fa moltissimo piacere. Mi fa piacere per i cubani. Io non c’entro. Io sono romano de sette generazioni (ride). Perché io sono er Monnezza e lo sarò per il resto della mia vita”.

Mi stai dicendo che ti senti più italiano che cubano o americano?

“Totalmente italiano. Romano. È una cosa quasi di follia…”.

umberto lenzi tomas milian umberto lenzi tomas milian

La tua Avana 58 anni dopo.

“Mi ha emozionato scoprire che è sempre la stessa, ma invecchiata come me. Sono contento d’essere tornato sui miei passi perduti…anyway”.

I Mc Donald’s conquisteranno l’Avana e le fontane butteranno Coca Cola.

“Ci saranno file lunghissime. Io sono cresciuto con Mc Donald’s e Burger King. Stavo a New York, avevo pochi soldi. A Roma, invece, mi sistemavo con gli arancini e le patate ripiene di piccante”.

Devo immaginarti a casa tua nel disordine più assoluto e dissoluto?

“Tutto il contrario. Cerco molto il balance. Sono un fissato dell’ordine dentro casa. Sono pieno di libri che non leggo perché mi sembra che la mia vita è già un libro che mi piace molto”.

L’hai scritta e pubblicata di recente la tua storia. “Monnezza amore mio”.

umberto lenzi olga e tomas milian umberto lenzi olga e tomas milian

“Non sono contento, avrei potuto scriverla meglio. Rizzoli mi ha chiesto di fare il seguito. Qui lo dico e qui lo nego, anche se non me davano una lira io l’avrei fatto lo stesso il libro. Non sono uno scrittore, ma mi piace scrivere”.

A casa tua entra chiunque o sei molto selettivo?

“Faccio entrare solo persone che mi piacciono. Amici, nessun parente. Com’è quel detto italiano?”.

Parenti serpenti.

“No, poverina, adesso che me fai pensare, c’è la mia sorellina Eliana, la cicciottella. Anche lei esule a Miami. Con lei ci parlo ogni tanto. Siamo cresciuti insieme, un anno di differenza, tutti e due di marzo, marzo pazzo”.

Tua madre?

“La mia famiglia era molto razzista, cominciando da mia madre. Una donna molto fredda, non mi ha mai baciato”.

Di solito si finisce dallo psicoanalista.

“Infatti, ci sono finito, a Roma. E lui mi disse: “scusi, ma sua madre non aveva braccia?”. Era proprio così. Non aveva braccia per me. Sono cresciuto con questa immagine di donna. Freddezza, razzismo, ignoranza. Mi ha segnato a vita. A 14 anni diventai ribelle. Mi ribellavo a lei, alla società, a tutto. Ero un disastro”.

Che facevi da ribelle?

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“Di tutto. Tutto portato all’estremo per attirare l’attenzione. Lasciavo tracce di cacca sui muri. Mai avuto tracce d’amore, solo punizioni. Mio padre mi colpiva con la borchia della cinghia e io sotto il letto… M’identificai con James Dean de “La valle dell’Eden”, il padre stronzo e la madre puttana… lessi la sua vita e m’iscrissi all’Actor Studio”.

Altre donne nella tua storia, a parte tua madre?

“Due zie zitelle, vestite sempre di nero col velo in testa, il rosario in mano che uscivano di casa solo per andare in chiesa a prendere la comunione. Poverette”.

Tutto qui? C’è n’è abbastanza per insinuare una tua patologia verso il femminile.

“Tutti noi uomini ce l’abbiamo. Chi più chi meno, siamo terrorizzati dalle donne”.

Vivi solo?

“Mia moglie è morta, ma non sono mai solo. Vivo con i miei fantasmi”.

Non ti manca una donna?

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“Farei schifo, alla mia età, solo a pensarlo il sesso. Ma, sai una cosa?”.

La voglio sapere.

“Non ci fossero state le donne, mi facevo le seghe. Sono un onanista, non sono mai stato un donnaiolo. Sono stato tutto. Dentro di me c’è tutto. Donne e uomini. Amante e marchettaro”.

Hai mai amato?

“Hilda. È l’amore più puro che ho avuto. Lavorava in una tintoria, una ragazza umile, io uno stronzo borghese, m’innamorai un po’ di lei. Ma era negra e mia madre era razzista. “Tu a me un negretto non me lo porti a casa”, così mi diceva…”.

Dallo psichiatra c’eri finito anche prima, a Cuba.

“Pensavano che ero pazzo perché mi piaceva cantare da solista nei cori salesiani

e volevo fare l’attore. Tutti nella mia famiglia di militari, a partire da mio padre, erano convinti che l’attore è un mestiere da froci. Ma vuoi che ti dico una cosa?”.

Lo voglio.

“La mia vera psicoanalisi è stata Roma”.

In che senso?

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“Il cinismo meraviglioso della città. I primi tempi andavo per la Via Veneto della Dolce Vita e, per impressionare la gente, per fare pena, raccontavo sempre del suicidio di mio padre”.

Gli intellettuali dei caffè dell’epoca.

“Ero pane per i loro denti, ma non mi corteggiavano troppo. Ero una patata bollente, un vero rompicoglioni. Uno come me, fuggito da Hollywood per la paura del successo, con una storia come la mia…Beh, Lucherini non era tanto intellettuale”.

Che c’entra Lucherini?

“Quella carogna…Mi vedeva da lontano e dava di gomito a Franco Rosi: “Eccolo, oddio, ora viene e ci racconta del padre che s’è ammazzato…A Roma gli psicoanalisti muoiono di fame”.

Tuo padre si è sparato davanti a te. Eri poco più di un bambino.

“Papà? Mamma mia! Aveva tentato il suicidio già in carcere dov’era finito con l’avvento di Batista. Tentò d’infilarsi qualcosa in gola. Ricordo la sua cicatrice sul collo. Era maniaco depressivo mio padre”.

Perché si ammazzò davanti al figlio dodicenne?

“Non lo voglio sapere. Ho paura di entrare nella sua testa. Puntò prima l’arma tremante su di me, poi si è sparato in petto. Lì si è fermato Tomas. Ho cominciato a correre, a scappare, ma non me ne sono mai andato veramente da quella stanza. Sono diventato padre di mio figlio, senza essere mai stato figlio di mio padre”.

Mai fantasticato di replicare il gesto?

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“Mai. Odio le pistole. Mai temuto di diventare come lui e sai perché? Mi ha salvato il cinema. Dove posso ammazzare la gente e non me mettono in galera, anzi, me danno pure un sacco de soldi”.

Tutto quello che sei?

“Tutto quello che sono viene dal suicidio di mio padre quanto dalla freddezza di mia madre. Non avevo un grembo dove appoggiarmi. Vedevo che mia madre piangeva per mio padre, io andavo nel letto con lei. E lei diceva: “portatemelo via”… Ecchime qua, quello che sono”.

“Non avevo un grembo dove appoggiarmi”. Non mi capitava da secoli di ascoltare una frase così lirica. E devo ascoltarla dal Monnezza ottantenne scovato nel buio di Miami”.

“Non avevo l’età per capire. Mia madre era la stupidità fatta donna. Era pazza di mio padre. Fece sette figli con uomini diversi, ma zero vocazione alla maternità. Non aveva carinho. Capisci “carinho”? E’ più grande dell’amore”.

Capisco. E poi?

“E poi er Monnezza. Lui mi ha insegnato tutto”.

Hai lavorato con Bolognini, Zurlini, Visconti, Pasolini, Maselli, Bertolucci, Antonioni, ma citi solo er Monnezza.

“A fare quei film in cui recitavo da intellettuale mi rompevo i coglioni. Io avevo bisogno d’ammazzare, rubare, picchiare, avere gli occhi della tigre e non quelli dell’indifferente, gli occhi fissi del cavallo che vede passare il treno. Proprio quello che non volevo”.

Un esempio?

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“Una volta Zurlini, vero intellettuale, mi dice su un primo piano, io vestito da tenente americano: “Fammi lo sguardo di Kennedy…”. E io, dentro di me: “Che cazzo è lo sguardo di Kennedy?…”. Ci ho rinunciato”.

Tu sul set con Antonioni.

“Non volevo lavorare con Antonioni. Mi hanno preso per la gola, invitando me e lui nel mio ristorante veneto preferito. Lui non parlava, io non parlavo. Mi sentivo anche offeso. Sembrava che me la tirava dal balcone, mi faceva sentire un ignorante”.

Monnezza, invece, ti è venuto facile.

“So tutti i trucchi del cinema. Recitare è uguale a ingannare. Posso simulare il dolore più grande solo muovendo il pomo d’Adamo o gonfiando la pancia. Monnezza, invece è puro istinto. Lo amo. Quello che avrei voluto essere. Lui ha fatto di me un vero romano. Mi manca tanto Roma”.

Doppiato come Monnezza da Ferruccio Amendola e poi rifatto dal figlio Claudio.

“Poteva fare a meno di rifarlo…Un giorno gli mandai a Natale un pezzo di scavo,  al padre Ferruccio, con una nota: è il primo pezzo del monumento che avrei dovuto farti”.

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E lui?

“In un’intervista ha citato i grandi attori che ha doppiato, De Niro, Dustin Hoffman, Stallone, tutti tranne me. Mi ferì moltissimo…Mi hanno sempre detestato quei due, padre e figlio, e non so perché…”.

Come lo ammazzi il tempo a Miami?

“Vado sempre al cinema. Tutti i giorni. Non voglio pensare. “American Sniper” l’ho visto cinque volte. Bravissimo Bradley Cooper. L’avrei voluto fare io. Lo sguardo che spacca lo schermo…”.

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Si dice che ci sarai nel prossimo film di Quentin Tarantino.

“Lo so che sono un suo cocco. Mi hanno mandato anche il copione. Ma, il personaggio che dovevo fare, “il francese”, era troppo più giovane di me”.

Tutto qui?

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“Ottantuno anni. Otto più uno uguale nove, il mio numero fortunato. Spero mi faccia uscire dal letargo”.

Redazionale: biografia professionale.

Televisione

Cortometraggi

Sceneggiatore

Teatro

Discografia

Singoli

  • 1967La piazza/Il cavallo bianco (CBS Italiana 3099)
  • 1968Espanto en el corazon (CAM AMP 46)
  • 1970Presto presto scusa scusa/Un libro…una storia (DTP 54)

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