Alle urne in America Latina nel 2013 ( Maurizio Stefanini per Limes )

images-1 giovedì 7 febbraio, 2013

Letto 85 volte

Il calendario elettorale del 2013 in America Latina inizia il 3 febbraio, probabilmente con l’appuntamento meno significativo di tutti: il rinnovo dell’Assemblea nazionale del potere popolare di Cuba, paese a partito unico. Il lento processo delle riforme di Raúl Castro continua ad andare avanti. Dal primo gennaio è stato reintrodotto un sistema fiscale articolato su 19 imposte, dal 14 è entrata in vigore anche la nuova legge migratoria che ha soppresso l’obbligo della “carta bianca” per andare all’estero.
Per le elezioni vige ancora un sistema con un solo candidato per ogni seggio. La possibilità che quest’ultimo sia respinto dal 50% più uno degli elettori non si è mai verificata. Di conseguenza, tutte le sorprese e novità possibili si vedono in pratica al momento della compilazione delle liste. In primo luogo, Fidel Castro, che nel 2008 aveva chiesto di non essere ricandidato per i noti problemi di salute, tornerà all’Assemblea. In compenso, non ci sarà il presidente dell’organismo Ricardo Alarcón de Quesada. Per la prima volta, tra i futuri eletti c’è il nome di Mariela Castro Espín, la figlia di Raúl, nota sessuologa, diventata famosa per la promozione dei diritti dei gay a Cuba.

Cronologicamente, il secondo appuntamento è il voto per il nuovo presidente a Trinidad e Tobago, previsto per il 15 febbraio. Si tratta di un sistema parlamentare in cui il presidente è eletto dalle Camere ed ha poteri solo simbolici.
In pratica, la prima competizione importante sarà quella del 17 febbraio in Ecuador, dove si voterà per il rinnovo di presidente, vicepresidente, 137 deputati dell’Assemblea Nazionale e 5 rappresentanti dell’Ecuador al parlamento andino. Qualora nessun candidato alla presidenza ottenesse il primo posto con almeno il 40% o con 10 punti di distacco sul secondo allora sarebbe necessario ricorrere al ballottaggio il 7 aprile. Tuttavia, i sondaggi indicano la possibilità come remota.

Il presidente uscente Rafael Correa, alla testa della sua Alianza pais (che sta sia per “paese” che per “Patria altiva i soberana”), si attesta tra il 49 e il 62%, stando ai rilevamenti degli ultimi due mesi. A favorirlo sono innanzitutto le buone performances economiche, poi il forte rilievo internazionale acquisito con l’asilo concesso ad Assange, l’ascesa a erede in pectore di Chávez e infine, la sua capacità di alternare radicalismo e pragmatismo. Da una parte Correa ha voluto a tutti i costi mantenere la dollarizzazione. Dall’altra in campagna elettorale ha ammesso che era stato fatto un errore di “ecologismo infantile” quando nella Costituzione del 2008 da lui voluta erano stati banditi gli ogm, ed ha promesso che saranno di nuovo ammessi. Oltretutto, il presidente beneficia della micidiale divisione dell’opposizione.
Dopo di lui infatti, il candidato favorito è il banchiere Guillermo Lasso: uno dei pochi ad uscire bene da quella crisi finanziaria che nel 1999 screditò quasi tutti i suoi colleghi, a tal punto che lo chiamarono anche a fare il superministro dell’Economia per tentare di salvare il paese. Se ne andò sbattendo la porta dopo appena cinque settimane. In precedenza era stato per un anno governatore della provincia del Guayas, quando si distinse come difensore di spesa sociale e servizi pubblici. In seguito fu consigliere e ambasciatore itinerante durante la presidenza di Lucio Gutiérrez. Supernumerario dell’Opus Dei, per promuovere la sua candidatura ha prima pubblicato il libro “Otro Ecuador es posible”, poi ha creato il partito Creando oportunidades, la cui sigla Creo in spagnolo significa anche “credo”.
Il suo candidato alla vicepresidenza avrebbe dovuto essere Auki Tituaña, dirigente del partito indigenista Pachakutik. Tuttavia, proprio Pachakutik gli ha posto dei problemi, così lo ha rimpiazzato con Juan Carlos Salinas, del partitino centrista Concertación nacional democrática. Comunque, nel migliore dei suoi sondaggi, a novembre, Lasso non ha oltrepassato il 25%, e ora si trova tra il 10 e il 18%. Il terzo possibile candidato è l’ex presidente Lucio Gutiérrez: effimero leader militare del golpe filo-indigenista del 21 gennaio 2000, cui ha intitolato il suo partito personale Sociedad patriótica-21 de enero. Eletto capo dello Stato nel 2002, come un possibile Chávez ecuadoriano poi però subito convertito ai criteri dell’ortodossia economica. Fu rimosso dalla Rebelión de los forajidos del 20 aprile 2005. Tornò sulla scena come avversario di Correa ed ora oscilla tra il 4 e il 12%.
Quarto è l’economista Alberto Acosta Espinosa: ex ministro di Energia e Miniere di Correa, ex presidente dell’assemblea costituente, voluta dallo stesso Correa, e ideologo della sua “rivoluzione cittadina”. Tuttavia, ha rotto con il presidente attaccandolo da sinistra. Si presenta con la Unidad plurinacional de las izquierdas: coalizione tra 11 partiti di sinistra e indigenisti. Nei sondaggi è quotato tra il 2 e il 6%. Álvaro Noboa, re delle banane, è l’uomo più ricco dell’Ecuador. Anche lui ha un partito personale: il Partido renovador institucional acción nacional (Prian). Sconfitto al ballottaggio presidenziale per tre volte di fila nel 1998, 2002 e 2006, nel 2009 è arrivato solo terzo con l’11,4%, e ora oscilla tra il 4 e il 9%.
Sotto il 2% ci sono l’avvocato Norman Wray, ex leader della Rebelión de los forajidos ed ex esponente del partito di Correa, e il pastore evangelico Nelson Zavala. Sotto all’1% l’avvocato Mauricio Rodas, tacciato dal governo di essere “un agente della Cia”.

Il 19 febbraio ci saranno le elezioni politiche a Grenada. Nel 2008, 11 dei 15 seggi andarono al liberale National democratc congress (Ndc) del primo ministro Tilman Thomas e gli altri 4 al conservatore New national party (Nnp) dell’ex premier Keith Mitchell. Per la prima volta, correrà anche il National united front (Nuf), fondato lo scorso novembre dall’ex ministro dell’Ambiente Glinys Roberts, dopo la scissione dal Ndc.
Un elettorato dalle dimensioni modeste ma di grande valenza simbolica sarà chiamato alle urne il 10 e l’11 marzo per un referendum sullo status politico delle Falkland. Di fronte alla richiesta argentina di un negoziato per recuperare la sovranità sull’arcipelago, gli isolani dovranno decidere se continuare ad essere o meno Territorio britannico d’oltremare. Nell’ipotesi, piuttosto remota, di una vittoria del no, si potrebbe allora fare un secondo referendum su altre opzioni. Tuttavia, il governo argentino ha già messo le mani avanti, anticipando che, qualunque sia il risultato, non ritiene il referendum legittimo. Tra il 9 novembre 2013 e il 28 gennaio 2014 sono programmate anche le elezioni per gli 8 membri dell’Assemblea Legislativa.

Il 21 aprile, le elezioni generali in Paraguay dovrebbero porre fine alla situazione di isolamento – con la sospensione dai vari organismi continentali – in cui il paese è stato posto dopo la deposizione di Fernando Lugo. Per il divieto costituzionale non potranno ricandidarsi né il presidente attuale, il liberale Federico Franco, né lo stesso Lugo, che, in compenso, correrà come senatore con le liste del Frente guasú (guasú in lingua guarani significa grande). Ispirato al Frente amplio uruguayano, il Frente guasú è tuttora composto da otto partiti di sinistra, compreso quello Comunista. Tramite le primarie, cui hanno preso parte 134.059 votanti, sono stati eletti i suoi candidati: per la presidenza il medico Anibal Carrillo Iramain, del Partido popular tekojoja (in guarani, “vita egualitaria”), per la vicepresidenza il leader contadino Luis Aguayo.

La mediazione dello stesso Rafael Correa, a nome dell’alleanza dei governi e movimenti radicali latino-americani, non è riuscita a ricomporre la scissione di Avanza país: coalizione di altri 6 partiti tra cui il Democratico cristiano e il Rivoluzionario febrerista, storico membro dell’Internazionale socialista (anche se nel 1936 era nato su posizioni di tipo dichiaratamente fascista). Di immagine più moderata del Frente guasú, Avanza País presenterà l’anchorman tv Mario Ferreiro, con la vice Cynthia Brizuela Speratti. Non mancano altri gruppi di sinistra pure fuoriusciti dal Frente guasú che invece sono finiti nell’Alleanza Paraguay alegre, insieme al Partito liberale radicale autentico (Plra) di Franco. Candidato a presidente il senatore ed ex ministro delle Opere liberale Efraín Alegre, vice l’ex-ministro dell’Interno Rafael Filizzola del socialdemocratico Partito democratico progressista; nell’alleanza anche il Partito social democratico e il Partito incontro nazionale, socialdemocratico a sua volta.

Di sinistra anche la coppia Roberto Carlos Ferreira Franco e Salomón Wei Sun, del Partido humanista de Paraguay; e quella Lilian Soto – Magui Balbuena, rispettivamente ex ministro della Funzione pubblica e dirigente contadina, per la lista femminista Kuñá Pyrenda (in guarani, “tracce di donne”). L’Associazione nazionale repubblicana Partido Colorado, al governo ininterrottamente dal 1940 al 2008, prova a tornare al potere con il contestato imprenditore Horacio Manuel Cartes Jara, il cui vice è Juan Eudes Afara Maciel. Di area colorada è anche l’Unión nacional de ciudadanos éticos, il cui candidato è il generale, fallito golpista, Lino César Oviedo con Alberto Soljancic. In area di centro-destra si colloca Patria Querida (titolo di una canzone che fu l’equivalente della nostra Leggenda del Piave per i soldati paraguayani durante la guerra del Chaco), con la coppia Miguel Carrizosa – Arsenio Ocampos. A metà gennaio i sondaggi davano in testa Alegre col 35%, contro il 30% di Cortes e il 20% di Ferreiro.

Il 26 maggio si tornerà al voto in Venezuela per le municipali. Tuttavia, date le condizioni di salute di Chávez, è probabile che ci siano altre e più importanti elezioni. Sempre nello stesso mese – resta da definire la data esatta – alle Barbados si terranno le politiche. Isola caraibica di 431 chilometri quadrati e 284 mila abitanti, oggi famosa soprattutto come patria della popstar Rihanna, Barbados vide nel 2008 affrontarsi due partiti che si proclamano entrambi laburisti: il Barbados labour Party (Blp), riconosciuto dall’Internazionale socialista, e il Democratic labour Party (Dlp), nato nel 1955 da una sua scissione a sinistra. All’opposizione dal 1994, il Dlp tornò al potere, ottenendo 20 seggi contro i 10 del Blp.

Il 6 ottobre due referendum in contemporanea in Belize e Guatemala cercheranno di risolvere lo storico contenzioso tra i due paesi affidando la soluzione alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja. A differenza dell’Argentina con le Falkland, il Guatemala ha rinunciato alla rivendicazione dell’ex Honduras Britannico, riconoscendo la sua indipendenza – dichiarata nel 1981- dal 1988. Nel 1991, i due paesi hanno aperto relazioni diplomatiche formali. Tuttavia, il Guatemala rivendica ancora 12.272 chilometri quadrati, equivalenti a quasi metà del Belize.

Il 10 novembre, sarà il turno delle elezioni generali in Honduras. Per il Partito nazionale del presidente Porfirio Lobo Sosa, il presidente del Congresso Juan Orlando Hernández ha vinto le primarie, mentre per il Partito liberale si candida l’avvocato Mauricio Villeda Bermúdez. Per il Partido libertad y refundación (Libre, in spagnolo anche “libero”), che riunisce la sinistra attorno alla figura del deposto presidente ex liberale José Manuel “Mel” Zelaya Rosales, correrà la moglie stessa di Zelaya, Xiomara Castro de Zelaya. Anche il generale Romeo Vázquez Velásquez, che gestì la destituzione di Zelaya, sarà candidato con il nuovo partito Alleanza patriottica. Ci sarà anche il giornalista sportivo Salvador Nasralla.

Il 17 novembre, infine, elezioni generali in Cile, con eventuale ballottaggio presidenziale per il 15 dicembre. Dallo scorso ottobre tutti i partiti hanno l’obbligo di tenere le primarie per la scelta dei candidati presidenziali, quindi il quadro preciso dei nomi non c’è ancora. Per la Concertazione dei Partiti per la Democrazia ci sono comunque quattro pre-candidati: Claudio Orrego Larraín, ex sindaco di Peñalolén che appena il 19 gennaio ha sconfitto la senatrice Ximena Rincón nelle primarie interne democristiane; l’ex presidente Michelle Bachelet Jeria, che avrebbe l’appoggio del Partito Socialista e del Partito per la Democrazia; il senatore José Antonio Gómez Urrutia, ex ministro della Giustizia e presidente del Partito Radicale Social Democratico; Andrés Velasco Brañes, indipendente, ex ministro delle Finanze.
Nella Coalizione per il cambio del presidente Piñera, per la Costituzione non ricandidabile, ci sono due ex ministri che si sono distinti durante delle disgrazie: quello di Miniere e Energia e Opere Pubbliche Laurence Golborne Riveros, non legato a nessun partito, che gestì il salvataggio dei minatori; e quello della Difesa Andrés Allamand Zaval, appartenente a Renovación Nacional, che diresse i soccorsi nell’incidente aereo dell’isola Juan Fernández.
Alla testa del suo Partito progressista c’è poi Marco Enríquez-Ominami, che nelle precedenti elezioni arrivò terzo. Probabilmente si candideranno altri tre indipendenti, tre gruppi di sinistra e un partito regionale. Stando ai sondaggi però, non avrebbero alcuna speranza. La Bachelet vincerebbe infatti 62% a 12% contro Allamand, 59 a 18 contro Galborne.

La foto ritrae il Presidente dell’Ecuador Correa, di tendenze bolivariane.

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