Amos Oz: reggere l’insicurezza – di Paolo Bettiolo

copertina-178 domenica 5 aprile, 2015
Articolo scelto dalla Redazione
Letto 52 volte

Nei primi capitoli di Una storia di amore e di tenebra Amos Oz annota: “Tutto è autobiografia”, e aggiunge: “Ogni storia che ho scritto è un’autobiografia, nessuna è una confessione” – nessuna cioè, prosegue, consente a “intervistatori impudenti” o al “cattivo lettore” di coltivare “pettegolezzi” circa la vita “privata” sua o di suoi conoscenti, né di apprendere “il messaggio sovversivo, o la lezione morale” o il sentire politico che ha maturato. L’opera non va letta nel suo nesso con l’autore, insiste, bensì nel suo rapporto con il lettore. Raskolnikov non dice nulla circa atti compiuti dal giovane Dostoevskij; Raskolnikov dice qualcosa circa noi, circa il nostro io, “quello segreto, quello pericoloso e disgraziato, folle e criminoso” che teniamo imprigionato nel profondo di noi stessi, “nella cella d’isolamento più buia, così che nessuno al mondo possa sospettarne l’esistenza” – né i genitori né le persone care né altri, “perché altrimenti scapperebbero via in preda al panico, come si fugge da un mostro”. Né noi stessi, verrebbe da aggiungere, che quell’io nascosto, ignorato, imbarazza, sconcerta, forse anche atterrisce.
Shemuel, il protagonista di Giuda (traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli), è figura inquieta, tenera quanto inconcludente, in tempi difficili e bui. Lasciato dalla ragazza, privo ormai di mezzi di sostentamento, in difficoltà con il lavoro di tesi che si è scelto, a un tempo è costretto alla “diserzione” e la vuole – le diserzione o almeno una sospensione e vacanza da una qualsiasi vita che abbia orizzonte e scopo. La Gerusalemme invernale che attraversa, la casa in cui trova provvisorio riparo approfondiscono questo smarrimento, amplificandolo a contatto con le rovine lasciate nei singoli dalla grande storia: l’ormai consumato avvio del conflitto arabo-israeliano nel tramonto di ogni altro disegno, nei lutti, nei dolorosissimi lutti che la sua barbarie genera.
Diserzione, sospensione o vacanza, si diceva. Il tratto dominante di Shemuel nel suo vivere disordinato è l’affrettarsi, sia pur senza meta. Nella versione greca della Bibbia, frutto della comunità ebraica d’Alessandria, che cito perché mi è familiare, etachynan è l’espressione che connota la condotta di coloro che si perdono: si affrettarono. Di contro, scholazete è la parola loro rivolta da Dio: fermatevi, sostate, vacate (quasi: fate vacanza)! Shemuel si ferma salutarmente, dunque, sia pur nella confusione del cuore e della mente, nell’incertezza di tutto quanto non sia il dolore che visita e lo visita, cui non v’è rimedio, cui dovrà accettare non esservi rimedio – quand’anche non sia la fine di tutto.
Del resto, anche dopo che un nuovo esodo gli si sarà aperto dinanzi e una nuova stazione gli si sarà prospettata, nella gioia di un’inattesa primavera, non cesserà lo spaesamento, né cesserà la solitudine. Anzi, solo allora conoscerà e vorrà davvero la solitudine. Nella pagina finale del romanzo, al centro della via di una cittadina che non conosce, non sapendo dove andare vede all’improvviso affacciarsi alla finestra di una casa “una giovane donna, bella, con un vestito leggero colorato”. “Carina, gentile, cordiale e forse anche ben disposta, gli parve quella donna”, annota Oz, e Shemuel subito pensò di chiederle consiglio su dove alloggiare. Lei però chiude la finestra e lui non la chiama. Fermo, posato sull’asfalto impolverato lo zaino, “domandò a se stesso”, recitano le ultime parole del romanzo. È di sé e a sé che da ultimo deve rispondere, infatti, nella libera, forte assunzione della propria vita in una necessaria scholé, sia vacanza o attenzione – senza sapere dove lo condurrà e solo sapendo che ha davanti a sé ancora un lungo tempo privo di forma alcuna, da vivere appartati, in umile lavoro.
Sarebbe tuttavia possibile restare nel mondo o tornarvi, avendo uno scopo, un lavoro strutturato, continuo, affetti e spose e figli, rimanendo opachi a se stessi, senza essersi scelti? È possibile vivere fingendo di vivere o solo in parte vivendo, quasi il vivere fosse destino e non scelta e quindi benedizione? Parole sconcertanti e forse anche ambigue, a rileggerle – eppure necessarie. La storia di Shemuel riflette uno dei tanti volti celati in noi, nelle nostre inquietudini profonde, dinanzi ai quali tremiamo, perché ci conducono alla responsabilità dinanzi a noi stessi e al nostro prossimo. Ma cosa resta nel non vederli, nell’evitarli, se non l’amara chiusa dell’Effi Briest di Theodor Fontane: cosa resta al marito che ha “ucciso” la moglie cedendo alle convenzioni della Berlino del tempo, alla sua civiltà e al suo senso del decoro e dell’onore? Resistere fino alla morte, si legge, ricavando “il più possibile dalle cose piccole e piccolissime (…) le viole che fioriscono o il monumento della regina Luisa circondato da fiori, o le bambine con gli stivaletti alti, che saltano la corda”. Una malinconia devastante – la “seconda morte” – secca il cuore nel sentirsi confessare: “senza ‘costruzioni ausiliarie’ non si va avanti”… Meglio allora reggere l’insicurezza, anche la vergogna di un’apparente diserzione, l’affanno di un’incerta ricerca, in una marginalità laboriosa  – almeno finché il tempo non sia dato per altro.
V’è infatti in Shemuel fiducia, alla fine – fiducia che la morte, come che sia, non sia l’ultima parola del vivere. E v’è consapevolezza che non si può essere, come Giuda, “tiranni del regno”. Il regno viene da sé, non lo rapiscono i violenti. Non è certo Giuda, come a un certo punto afferma, “l’unico cristiano” della storia, l’unico vero credente. È un sognatore Giuda, e come quello di tutti i sognatori, per quanto nella sua impaziente sete e furia di compimento e giustizia possa per un momento avvincere e intenerire, il suo atto è dare morte. “Il visionario e il settario”, ricorda Rosenzweig, “(…) invece di accelerare la venuta del regno, al contrario la ritardano. Essi, tralasciando di amare il loro prossimo e tendendo a colui che è oltre il prossimo si escludono dalla schiera di coloro che (…) vivificano pezzo a pezzo il suolo terrestre, ciascuno quello che gli è più vicino”.
Non vedo celebrazione del tradimento nel romanzo: non meno che il piccolo circolo socialista rivoluzionario (che poi era tenuto insieme dalla presenza di due belle ragazze e si scioglie quando loro si allontanano), anche Giuda è un impaziente e un intellettuale. Se dovessi riprendere un lessico cristologico, è “voce”, non “parola” – voce che si perde, che non raccoglie e tiene sé e il prossimo per vivere.
In pagine di poco precedenti a quelle citate all’inizio di queste note Oz aveva ricordato come da bambino gli fosse sempre piaciuto “mettere in ordine poi sparpagliare tutto per ricominciare”. Giocava così, disponendo sul pavimento ogni sorta di piccoli oggetti, fiammiferi, spilli, portauovo… Di tutto faceva scenari e strumento di avventura o di guerra: muoveva o inseriva i pezzi con grande lentezza, pensando per ore e anche giorni alla successiva mossa, e al termine tutto veniva subito nuovamente mischiato per dare inizio a una nuova vicenda. “Ero un bambino ossessionato dalla storia”, aggiunge, che aveva in mente una sola cosa: “rimediare agli errori dei condottieri del passato”. “E in fondo”, conclude, “questo strano impulso che avevo da bambino – il desiderio cioè di offrire una nuova opportunità a ciò che non esisteva più né mai più avrebbe potuto avere un’opportunità – è ancora tra le cose che mi muovono la mano, ogni volta che mi accingo a scrivere una storia”.
Dunque pure Giuda è un gioco teso con paziente determinazione a esplorare opportunità non date, ma non per questo meno possibili, che vale la pena ed è anche doveroso fingere e pensare e, forse, scegliere. Come ogni gioco presuppone la pratica di una scholé cui è ben difficile oggi – come sempre, tuttavia – concedere tempo, cura. Ma il romanzo è questo, nella sua natura ultima – un serissimo gioco di pazienza: un esercizio di formazione, di educazione alla scelta, di apertura ed esposizione al possibile (“la porta che non aprimmo mai”), cui lasciarsi convincere… Seguendolo, ci può cogliere una (salutare) vertigine dinanzi all’evidenza che niente è scritto e sta a noi decidere (per assurdo che possa sembrare) cosa sarà. Ma questo è il vivere cui fa cenno: nell’ora del malessere, della povertà e del pericolo, cercare la fessura attraverso cui può irrompere il messia – e coglierlo nell’attimo in cui balena, salvando così – questa è la folle promessa – sia noi sia la storia tutta.
In patientia vestra possidebitis animas vestras – recita la Scrittura – ovvero: “Nella vostra pazienza [attiva!] possederete le vostre anime”.

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