An Education – recensione

images domenica 28 febbraio, 2010
Domenico Astuti
Letto 47 volte

Abbiamo visto “ An Education “ regia di Lone Scherfig.
Si può vedere un film ambientato a Londra nel lontano 1961, cioè ‘ prima della rivoluzione ‘ e pensare al berlusconismo senza essere presi per matti ? No, non proprio il Berlusconi e i suoi amici ma quelle tecniche ‘ di fascinazione ‘ da sempre conosciute e che da sempre avvolgono ingenui, annoiati, esseri umani dalle modeste esistenze senza veri ideali e speranze. Jenny ha sedici anni, un’intelligenza viva, un pensiero razionale, il mito della cultura e l’ambizione di andare a Oxford eppure in poche settimane perde tutti questi valori per un mondo luccicante che le offre un uomo adulto, per niente colto, fisicamente anonimo e con un corpo da giovanottone appesantito. Per qualche jazz club, qualche ristorante alla moda e un fine settimana a Parigi, la ragazza cede tutto il suo bagaglio di serietà e onorabilità: accetta la menzogna ( primo gradino del degrado a tutte le età ), assiste senza protestare ad un furto fatto dal suo ragazzo con un complice, frequenta locali con malavitosi e accetta da parte del suo boy friend imbrogli a vecchie signore. In poco tempo rinuncia alla scuola e al diploma per una promessa vecchia come il mondo; sotto lo sguardo infingardo e benevolo dei suoi genitori piccolo borghesi. Pronti a rimangiarsi educazione e valori in cambio di un baciamano o di una prospettiva di vita di lusso per la figlia. Peccato che la sceneggiatura, abbastanza valida ma ‘superficiale’, sia scritta da Nick Hornby – che si sperimenta per la prima volta riadattando un memoriale della giornalista Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Peccato perché Hornby pur bravo non è Solinas o Pinter che avrebbero approfondito meglio il degrado umano dei protagonisti. Peccato che non ci siano più registi come Bresson o il Loach degli anni Settanta, ma soprattutto ci mancano i Losey e i Kubrick. E a dirigere questo film, con garbo e cura maniacale per i dettagli, c’è la danese Lone Scherfig ( che ricordiamo per “ Italiano per principianti “ ).
La storia è ambientata nel sobborgo di Twickenham, nei pressi di Londra. Jenny studentessa modello, corteggiata da un ragazzotto semplice e noioso, con la passione della musica classica e figlia moderatamente critica di due genitori senza arte nè parte, ha una sola méta nella vita: farsi ammettere a Oxford. Al di là di questo, trascorre una vita monotona e grigia come tutti gli adolescenti della zona, qualche passeggiata con le amiche e l’orchestra della scuola in cui suonare. Un giorno, mentre aspetta l’autobus sotto la pioggia, conosce un trentenne David che la conquista simpaticamente, l’accompagna a casa in auto sportiva e con calma riesce a entrare nella sua vita e in quella dei genitori. In poco tempo la porta dove non avrebbe mai creduto: a concerti di musica classica al centro di Londra, a un’asta di opere d’arte, in ristoranti eleganti e dopo Oxford perfino a Parigi. La ragazza pur rimanendo controllata è avvolta in una spirale vorticosa e tutto il suo mondo e i suoi ideali si capovolgono. L’università non è più importante, tantomeno il liceo da cui è cacciata per la rigidità dei regolamenti. E quando lui le chiede di sposarlo, lei accetta senza pensarci nemmeno un po’ nonostante non sembri amarlo e ci sia una notevole differenza di età tra i due. Ma una sera nel modo più banale scopre un segreto di David e tutto precipita… Ma non vi preoccupate c’è un happy end molto conservatore e tutto torna come prima, anzi meglio.
Ad essere un po’ esigenti possiamo concludere dicendo che è una piccola storia minimale, un piccolo racconto di vita che si adagia sul respiro corto e che pur avendo tutte le possibilità di essere un forte romanzo di formazione ci rinuncia rinchiudendosi su se stesso. Ottima la ricostruzione culturale del tempo, ottima anche la pop listener che fa da colonna sonora. Gli ingredienti sono bel mescolati e calibrati mentre il cast è credibile e omogeneo. I due protagonisti sono Carey Mulligan e Peter Sarsgaard lei mostra un po’ più dei sedici anni dichiarati, lui, pur bravo, non riesce a creare nessun tipo di empatia o di fascino “ maledetto “. Superbo come quasi sempre Alfred Molina, il padre.

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