Anniversari, Giorgio Gaber – di Marco Palombi per “il Fatto Quotidiano”

louis-ferdinand-celine-giorgio-gaber-sandro-luporini-1259551 giovedì 2 gennaio, 2020
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17 ANNI FA MORIVA GIORGIO GABER CHE, INSIEME A IL SUO ALTER EGO SANDRO LUPORINI, AVEVA FATTO DEL “RIUSO” CULTURALE LA BASE DEL “TEATRO CANZONE” – IL DUO SACCHEGGIAVA TUTTO CIÒ CHE LEGGEVA O SENTIVA, “DA MARCUSE FINO A DANTE”, PASSANDO DA BALZAC E PESSOA. MA IL CASO PIÙ ECLATANTE FU CON CÉLINE E IL “VOYAGE”…

Era il 22 ottobre del 1970 quando, al Teatro San Rocco di Seregno, i primi versi di Suona chitarra diedero il via alla seconda vita di Giorgio Gaber (già rockettaro d’ avanguardia con Celentano e poi cantante da sabato sera Rai) e alla prima vita di quel che oggi chiamiamo “Teatro canzone”. Cinquant’ anni durante i quali, e giusto il 1° gennaio di 17 anni fa, è purtroppo finita anche la seconda vita dell’ artista noto all’ anagrafe come Giorgio Gaberscik. Quello che segue è dunque un piccolo (e dilettantesco) tentativo di omaggio filologico al Signor G, al suo alter ego nell’ ombra, il pittore Sandro Luporini, e alle decine di loro involontari “coautori”.

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L’ attitudine al saccheggio culturale del duo G&L, capaci di usare come materiale da costruzione teatrale tutto quel che gli era restato nell’ orecchio o negli occhi dopo anni di letture, è d’ altronde leggendaria: ad esempio, state leggendo queste righe su uno di “quei bordelli del pensiero che chiamano giornali” (C’ è un’ aria), rielaborazione di un passo delle Illusioni perdute di Balzac proprio come il “gabbiano ipotetico” di Qualcuno era comunista è parente del “condor ipotetico” del poeta portoghese Fernando Pessoa.

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa

Un’ attitudine al riuso culturale, va detto, mai nascosta dal duo Gaber e Luporini, anzi esibita tanto nei libretti degli spettacoli che nelle interviste: “Abbiamo saccheggiato Céline, Adorno, Pessoa perché copiare da uno è plagio, copiare da tanti è ricerca, si sa” (Sandro Luporini nel 2013). E la lista è in effetti lunghissima e, oltre alla letteratura di mezzo mondo, andrebbero citati almeno gli antipsichiatri tipo Ronald Laing, quello dell’ Io diviso.

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Davvero “da Marcuse fino a Dante” come cantava Gaber in La leggerezza riassumendo il “pacco di coscienza” che il volenteroso intellettuale di sinistra si doveva portare sulle spalle alla metà dei Settanta del secolo scorso (“c’ è pure Fellini com’ è pesante!”). Questo piccolo omaggio sarà, però, settoriale e si occuperà solo dello “scrittore creato da Dio per dare scandalo” (Bernanos), Louis-Ferdinand Céline: “Ma perché lui? Perché c’ è in Céline la possibilità di un linguaggio teatrale immediato. Céline in un’ intervista () dice che la sua non è letteratura, è vita, la vita così come si presenta. Il teatro vuole una lingua viva” (ancora Luporini, nel 2005).

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L’ esercizio riguarda in particolare Viaggio al termine della notte, il cui protagonista Ferdinand Bardamu cela appena il dottor Destouches, vero nome dello scrittore francese: già negli anni Settanta la copia di Luporini – che lo cita tra “i tre libri per me davvero importanti” coi Minima moralia di Adorno e Il libro dell’ inquietudine di Pessoa – era logora a forza di “orecchie, segni e segnetti”. Ad esempio La dentiera, lungo monologo inserito nello spettacolo Far finta di essere sani, “è un omaggio a Céline”: “E quando dico omaggio è chiaro che voglio dire che l’ idea è sua (). Qua e là poi c’ è anche qualche parola nostra”.

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Una sola frase a titolo di esempio: “In qualche mese come cambia una camera, anche quando non si tocca niente. Per quanto vecchie, per quanto degradate siano, le cose, trovano ancora, non si sa dove, la forza di invecchiare”, scrive Céline. “La stanza di un malato cambia. Le cose, le bottiglie, trovano sempre, non si sa come, la forza di invecchiare”, nella versione G&L.

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Quello che segue è dunque un minimo e assai incompleto catalogo di citazioni per dare almeno l’ idea di quanto del Viaggio di Céline ci sia in quello di Gaber e Luporini tra gli anni Settanta e Ottanta: d’ altra parte – lo disse lo stesso Signor G in un’ intervista – “dal suo spirito anarcoide abbiamo preso moltissimo: forse è stato il nostro principale maestro”.

Famiglia

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“Dovevo aver preso quel terrore da mia madre che mi aveva contaminato con le sue tradizioni: ‘Si ruba un uovo E poi un bue e si finisce per assassinare la madre’. Cose che tutti abbiamo fatto una gran fatica a sbarazzarcene.

Le impari da piccolo e vengono a terrorizzarti senza scampo, più tardi, nei momenti cruciali. Per disfarsene si può appena contare sulla forza delle cose. Fortunatamente, è enorme la forza delle cose”. In casa mi hanno un po’ contaminato con certe sane tradizioni. Il lavoro nobilita l’ uomo Si ruba un ago, poi un bue e si finisce per vendere la propria madre.

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Non è facile liberarsi dall’ onestà. Ma ora la pentola bolle anche se quelle cose lì ce ne vuole per sbarazzarsene, ti entrano dentro da piccolo e tornano a terrorizzarti quando stai per rubare l’ ago. Che debolezze! Per liberarsene si può contare solo sull’ urgenza delle cose (). Per fortuna l’ urgenza delle cose è enorme (Introduzione, Libertà obbligatoria).

Strada

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“Tutto deve finire per passarci, nella strada. Quella solo conta (). Nelle case, niente di buono. Quando una porta si chiude dietro un uomo, lui comincia subito a puzzare e tutto quel che si porta dietro puzza anche. Passa di moda sul posto, corpo e anima (). Conosco per esempio un farmacista che ha un bel manifesto in vetrina: Tre franchi la scatola per purgare tutta la famiglia!

Un affare! Giù rutti! Si fa tutto insieme, in famiglia”.

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Nelle case / non c’ è niente di buono / appena una porta si chiude / dietro un uomo / Quell’ uomo è pesante / e passa di moda sul posto / incomincia a marcire / a puzzare molto presto (). Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene: una minestra per tutti, tranquillanti aspirine per tutti, gli assorbenti il cotone i confetti Falqui, soltanto quattrocento lire per purgare tutta la famiglia! Un affare! Si caga, in famiglia, si caga bene, lo si fa tutti insieme (C’ è solo la strada, Anche per oggi non si vola).

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Viaggio

“L’ infinito si spalanca solo per voi, un ridicolo piccolo infinito e voi ci cascate dentro Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni”. Ti basta un paese nuovo e il cuore ti si emoziona, la testa ti gira, un infinito si apre nuovo per te, un ridicolo, piccolo infinito. E tu ci caschi dentro. Il viaggio è la ricerca di questo nulla, di questa piccola vertigine per ingenui (L’ ingenuo, Polli d’ allevamento).

Sesso

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“Hanno cominciato a incularsi, per cambiare E allora di colpo si sono messi a provare ‘impressioni’ e ‘intuizioni'”. E anche nell’ amore / non riesco a conquistare la vostra leggerezza / non riesco neanche a improvvisare / o a fare un po’ l’ omosessuale / tanto per cambiare (Quando è moda è moda, Polli d’ allevamento).

Sconfitta

“D’ altra parte si finisce tutti per assomigliarsi dopo un certo numero di anni che non si è sfondato. Nelle fosse delle grandi sconfitte un diploma qualunque vale un Prix de Rome. Un problema di autobus che non si prendono esattamente alla stessa ora”. E dopo un po’ tutti quelli che smettono si rassomigliano.

Sul terreno della sconfitta, mi creda, non c’ è nessuna differenza tra un filosofo che fa il barista, un ladro in disuso o un rivoluzionario smesso. Tra una decina d’ anni saremo tutti uguali certo, uguali nei fallimenti () Le persone si uniscono, per un autobus che non hanno preso (Le carte, Libertà obbligatoria).

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Smorfia

 “Si finisce per avere la faccia piena di quella brutta smorfia che impiega venti, trent’ anni e più a risalire dal ventre alla faccia. È a questo che serve, a questo soltanto, un uomo, una smorfia, che lui ci mette una vita a confezionarsi e ancora non gli riesce sempre di portarla a termine”.

E dopo vent’ anni / si comincia ad avere la faccia / tutta presa da quella smorfia / che avanza sicura con un percorso preciso (). La smorfia che porta sul viso / l’ uomo a confezionarla / ci impiega una vita / e non sempre riesce / a terminarla (La smorfia, Libertà obbligatoria).

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Festa

 “Nessuno in fondo le resiste alla musica. Non hai niente da fare col tuo cuore, lo regali volentieri. Bisogna sentire in fondo a ogni musica l’ aria senza note, fatta per noi, l’ aria della Morte”. La musica da ballo / è l’ unico linguaggio che riunisce il mondo / c’ è chi ci gode smisuratamente / e c’ è chi si lamenta della vita / sgambettando / E oltre le note si avverte / il senso dell’ aria senza note / che è l’ aria della morte (La festa, Polli d’ allevamento, che proprio come La dentiera è tutta una rielaborazione celiniana dalle “montagne che non sono russe” a “sono rutti di gioia le feste”).

Vecchiaia

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“Essere vecchi vuol dire non trovare più una parte passionale da recitare, cadere in quell’ intermezzo insipido in cui non si aspetta che la morte”. Essere vecchi significa non trovare più una parte eccitante fisica da interpretare, e cadere in quello stupido riposo in cui si aspetta la morte (Finale, Libertà obbligatoria).

Solitudine

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“C’ è un momento in cui sei solo, quando sei arrivato in fondo a tutto quello che ti può capitare. È la fine del mondo. La stessa pena, la tua propria, non ti risponde più e bisogna tornare indietro allora, tra gli uomini () anche per piangere bisogna ritornare là dove tutto comincia, bisogna ritornare tra loro”.

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C’ è un momento in cui si è veramente soli, quando si arriva in fondo a ciò che siamo di orrendo, di squallido, ma in fondo, proprio in fondo in fondo, il dolore stesso non mi risponde più, gli occhi sono asciutti perché lì c’ è il deserto. Allora bisogna risalire da quel fondo. Piano piano bisogna ritornare tra gli uomini, non c’ è niente da fare, anche per piangere (La masturbazione, Polli d’ allevamento).

La bella morte

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“Si direbbe che si può trovare sempre per chiunque una sorta di cosa per la quale lui è pronto a morire e subito e anche contento. Solo che non si presenta mica sempre l’ occasione di una bella morte, l’ occasione che ti farebbe piacere. Allora si va a morire come si può”. Io se fossi Dio / non sarei ridotto come voi / e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante / purtroppo l’ occasione di morire simpaticamente / non capita sempre e anche l’ avventuriero più spinto / muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto (Io se fossi Dio, Anni affollati).

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Carogne

“Ce n’ ha di pietà la gente, per gli invalidi e i ciechi, e si può dire che ha dell’ amore di riserva. L’ avevo proprio sentito molte volte l’ amore di riserva. Ce n’ è moltissimo. Non si può dire il contrario. Solo è una disgrazia che resti così carogna, la gente”.

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Infatti non è mica normale / che un comune mortale / per le cazzate tipo compassione e fame in India / c’ ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna / che viene da dire ma dopo come fa a essere così carogna (Io se fossi Dio, Anni affollati).

Felicità

 “Se si vivesse abbastanza a lungo non si saprebbe più dove andare per ricominciare con la felicità. Ne avrebbero messi dappertutto di aborti di felicità, a puzzare in ogni angolo della terra e non si potrebbe nemmeno più respirare”.

Se si vivesse a lungo / non si saprebbe più dove andare / per rifarsi una felicità / Dovunque abbiamo abbandonato / degli aborti di felicità / a marcire negli angoli delle strade (Il delirio, Libertà obbligatoria).

La morte

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“Sudava delle gocce così grosse che era come se avesse pianto con tutta la faccia. In quei momenti lì, imbarazza un po’ essere diventato così povero e così duro come sei diventato. Ti manca quasi tutto quello che ci vorrebbe per aiutare un uomo a morire (). Agonizzare non basta.

Bisogna godere mentre te ne vai, con gli ultimi rantoli devi godere ancora, giù in fondo alla vita, con le arterie piene di urea. Piagnucolano perché non godono abbastanza i morenti”.

Sudava gocce così grosse, che sembrava piangesse con tutto il corpo. In quei momenti, è seccante essere diventati poveri come si è. Si manca di quasi tutto quello che occorre per aiutare qualcuno a morire (). Ho avvertito che avremmo potuto capirci, bastava pochissimo, non era un agonizzante esigente. Forse perchè aveva capito, che quando si muore bisogna anche godere.

Se i morenti piangono ancora, è perché non godono abbastanza (Il porcellino, Anni affollati).

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