Another year ( Mike Leight, 2010 )

anotheryear-2010 mercoledì 9 febbraio, 2011
Domenico Astuti
Letto 46 volte

Abbiamo visto Another year diretto da Mike Leight.
E’ sempre una grande occasione di Cinema quando esce un film di Mike Leight, grandissimo sceneggiatore e regista inglese. Uno di quegli autori che hanno dato vita alla “British Renaissance” del cinema britannico della seconda metà degli anni ottanta (tanto per citare alcuni autori, Neil Jordan, Stephen Frears, Peter Greenaway, Derek jarman, Sally Potter). Come ha scritto Emanuela Martini, nel bel libro British Renaissance (ndr: Il Castoro, 2008), «Anche se non fu mai un “movimento”, né una “scuola”. Fu un sobbalzo fugace e vitale, fu soprattutto un urlo di rabbia contro un governo, quello conservatore di Margaret Thatcher, che stava distruggendo, in nome del vecchio perbenismo e del nuovo liberismo, la cultura del Paese.» Mike Leight si ascrive a pieno titolo e continua ad essere un autore indipendente e di controtendenza che parla degli esclusi, di chi vive la solitudine degli affetti, della difficoltà del vivere, di madre anziane, donne e uomini soli, di adolescenti insicuri e di donne alla ricerca dei genitori: insomma un Ken Loach dei sentimenti, privo di ideologia ma non di solidarietà e affetto verso i deboli. E’ un director che ha realizzato film come Belle speranze (1988, Premio della Critica a Venezia), Naked (1992, Palma d’oro a Cannes), Segreti e bugie (1996, vincitore di nuovo a Cannes), Il segreto di Vera Drake (2004, Leone d’oro a Venezia). Adesso esce nelle sale Another year dopo essere passato per il Festival di Cannes ed essere candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. E per noi il cast al completo del film meriterebbe l’Oscar. Leight ha un pregio di fondo è uno di quegli autori che dal minimalismo dei fatti costruiscono storie forti, concrete e a volte sconvolgenti, dell’apparente normalità si aprono varchi che conducono all’essenza dell’animo umano, alle radici dell’essere umano.

Another Year è una pellicola apparentemente semplice, come può sembrarlo un brano di Mozart o un libro di Queneau, un esercizio di stile che è un pezzo di profonda bravura e arte del raccontare. La storia è semplicissima, sono quattro momenti di vita della coppia Tom (Jim Broadbent, bravissimo a calibrare il ruolo di un uomo sereno e soddisfatto che nulla può cambiarlo – ha ottenuto l’Oscar come miglior attore non protagonista con il film Iris diretto da Richard Eyre) e Gerry (una non meno brava, Ruth Sheen, perfetta nel ruolo di una dottoressa gentile e granitica fino alla durezza, tipica degli inglesi), marito e moglie quasi sessantenni (lei psicologa, lui ingegnere) che si amano al di là dell’amore, sono due anime gemelle che condividono tutto, amici, relazioni, afflati dell’esistenza, e tra loro non c’è mai un litigio, mai un’incomprensione. Quattro momenti delle quattro stagioni di un anno, in cui appare la leggerezza della nascita, la pesantezza della morte, il raffreddamento di un’amicizia, il vedere fidanzato il figlio; e tutto ciò che succede li trova sempre assieme, sempre uniti e con l’humour giusto per non essere affranti da ciò che accade intorno a loro. Inizia con la Primavera, i due lavorano e tutto procede nel sereno tran tran, tra amici che bevono troppo e che si sentono troppo soli, Mary (una strepitosa Lesley Manville, la cui interpretazione è da Oscar) e Ken (un bravo Peter Wight), il fratello di Tom, Ronnie, silente e dritto come un fuso e il figlio, un giovanottone ironico e all’apparenza scaltro che va e viene e altri amici ancora. Insomma un mondo buffo e vero, fatto da uomini e donne inseriti nella società ma allo stesso tempo affettivamente ai margini, dei dropout dell’esistenza che non hanno avuto fortuna e che si trascinano in vite dure e sempre con meno speranze di cambiamento, ripetendo errori, facendone degli altri e bevendoci sopra su scala industriale. Eppure non c’è vera tristezza nel racconto, perché tutto è visto con dolcezza, lucidità e senza alcun tipo di moralismo da Leigh, che è oramai maestro di narrazione visiva, di ritmo e di libertà.

Una segnalazione è per il montatore, Jon Gregory, che ha avuto l’abilità del cut a ogni scena che stava lì lì per essere lunga o ripetitiva e l’ha interrotta sempre nel momento giusto.

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