Baciami ancora – recensione

images-1 martedì 26 gennaio, 2010
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ Baciami ancora “ regia di Gabriele Muccino.
Molto rumore per nulla o se ci vogliamo attenere ai versi della canzone di Jovanotti… Un bellissimo spreco di tempo, un’impresa impossibile… Tornato dagli Stati Uniti, dopo due film sinceramente sopravvalutati, ecco che riprende i suoi “ Tre moschettieri “ dell’amore e fa il secondo episodio “ Dieci anni dopo “. Il primo film aveva stupito il pubblico ed anche una parte della critica soprattutto per il cast delizioso e per delle riprese spumeggianti e ‘frenetiche’ sulla falsa riga di Magnolia ( film capolavoro del 1999 ) di Paul Thomas Anderson. La storia era raccontata bene ( come racconta bene lui ), e faceva comodo ai giornali per riempire le pagine dei soliti argomenti: i giovani e l’amore, la sindrome di Peter Pan, la lotta tra sogno e omologazione. Argomenti divenuti indolore, di facile conversazione per signore all’ora del tè e annoiati genitori autoreferenziali. Oggi ritroviamo quei giovani ( ma mancano Giovanna Mezzogiorno e Martina Stella e nel pacchetto glamour di attori loro erano due stelle che brillavano di luce propria ) cresciuti come nelle previsioni, uomini e donne borghesi, agiati, postideologici, indifferenti a tutto tranne che ai propri brufoli sentimentali. Fratelli e sorelle più adulti e consapevoli, ma della stessa famiglia culturale, di quelli di Federico Moccia, delle canzoni di Jovanotti o Povia, dei libri di Walter Veltroni o di Giorgio Faletti, con dei pensieri ( la voce in off, saltuaria e sbiadita di Accorsi ) che sembrano presi dai baci perugina, uno su tutti: se non hai radici inizi a morire. Radici ? Famiglia ? Una lascia il marito perché lui non può darle un figlio e se ne va a vivere con un pischelletto viziato e rimorchione, per poi tornare da lui incinta dell’altro, un’altra non si sente pronta per un figlio dal suo compagno innamorato ma noioso ma rimane incinta involontariamente dell’ex marito, un’altra non ha la forza di aiutare veramente il suo compagno al punto che non prevede che possa uccidersi. E gli uomini ? Uno teorizza che è meglio essere amati e non amare, così l’ego si carica e non soffre, un altro cambia ragazza come si fa la doccia e poi parte per il Brasile, mentre un terzo è appena tornato da due anni di galera per aver contrabbandato due chili di coca dalla Colombia. Famiglia ? Radici ? Si potrebbe citare Nietzsche: morali da birreria, e parafrasarlo con morali da sesso, a secondo di quanto lo fai… Diciamo che un altro difetto del cinema di Muccino è la moltiplicazione dello stesso argomento, tutti i protagonisti vivono lo stesso pathos, più o meno con le stesse dinamiche e nello stesso ‘tempo’.
Carlo ( Un Accorsi in sottotono ) e Giulia ( Vittoria Puccini al posto della Mezzogiorno ) sono separati ma hanno una figlia, Sveva, che entrambi amano molto. In questi dieci anni si sono amati e traditi fino allo sfinimento. Giulia vive con un nuovo compagno, un attore innamorato ma noioso, mentre Carlo ha tante donne e una compagna giovane e gelosa. Poi c’è Marco ( Pierfrancesco Favino, geloso, violento ma buonissimo ) l’unico sposato in maniera convenzionale, con la moglie vuole disperatamente un figlio che non arriva e stanno rovinando il rapporto tra i due. C’è Livia ( Una brava Sabrina Impacciatore ) vive da sola con il figlio Matteo ed ha una storia con Paolo ( Santamaria ) che passa da una dipendenza a un’altra. Il film inizia con il ritorno a Roma di Adriano ( Giorgio Pasotti ), ex marito di Livia e padre di Matteo, dopo quasi dieci anni e due passati in carcere. I vecchi amici si rincontrano per accogliere Adriano…
Sono passati dieci anni ma nessuno sente il bisogno di fare bilanci, anzi c’è chi è rimasto con la stessa testa, chi continua a girare su se stesso, chi non vuole crescere e per questo si è ammalato. Il regista ci vuole far credere di mettere in discussione la generazione dei quarantenni e un po’ anche se stesso ( ha avuto tre figli da tre mogli differenti ) ma nel film si respira un’aria rarefatta, un po’ finta e troppo costruita. Non si respira verità, tantomeno ricerca di sincerità. I rapporti sono claustrofobici, manca l’aria. E’ tutto una danza immobile, un falso movimento, che può andare bene ma che non può essere spacciato per cinema della possibilità o della verità.
Muccino ha riconfermato tutti gli attori del primo episodio, almeno quelli che sono voluti tornare sul luogo del delitto. Hanno dieci anni in più, quindi maggiore bravura ma minore freschezza. Ma non tutti hanno dato il meglio, anzi, Stefano Accorsi vive da un paio d’anni un’involuzione interpretativa preoccupante e Vittoria Puccini, nonostante la credibilità, fa fatica nel confronto con la Mezzogiorno.

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