Capitalism: A Love Story – Recensione

images giovedì 1 ottobre, 2009
Domenico Astuti
Letto 38 volte

Abbiamo visto “ Capitalism: A Love Story ” di Michael Moore.
Giunto in sordina il nuovo film-documentario di Michael Moore, in un’Italia interessata a escort e trans, non crea polemiche o contrapposizioni se non qualche battuta sulla grassezza del regista da parte di qualche scrivente in carriera. E capita proprio col primo film-documentario realmente polemico e istigatore alla disobbedienza se non alla rivolta. Moore parte dall’assunto che Capitalismo e Democrazia non sono sinonimi, anzi in questi ultimi decenni possono definirsi in netta contrapposizione e negli ultimi anni antitetici dopo la crisi mondiale che tutti stiamo pagando. Il popolo americano paga il prezzo della confusione creata tra il concetto di Capitalismo e quello di Democrazia. Ci fa ascoltare Reagan e Bush e ci fa notare da chi sono circondati: banchieri e finanzieri, gli stessi della crisi finanziaria di oggi. Il documentario inizia mostrando un gruppo immobiliare che acquista a prezzi stracciati case già pignorate per poi rivenderle facendo profitti, mostra la classe media ridotta a proletariato e privata dei propri beni primari dalle banche: come diceva Brecht, i “veri” rapinatori non sono quelli che rapinano ma i banchieri stessi. Si passa alla descrizione di un carcere privato messo su a scopo di lucro e dell’arresto di seicento ragazzi finiti dentro per una combine tra due giudici e il proprietario del carcere stesso, per guadagni esorbitanti. Ci mostra l’assurda tragedia del sistema sanitario americano e quello delle aziende che assicurano per se stessi i propri dipendenti e alla loro morte ci guadagnano lasciando le famiglie sul lastrico. Insomma Moore ci parla di diritti basilari che la ricerca sfrenata del guadagno non dovrebbe mai calpestare. La parte più interessante di questo documentario è il suo essere stato girato proprio mentre la crisi esplodeva. “In America – racconta Moore – le persone tendono ad aspettare fino alla catastrofe prima di discutere apertamente: anche se tutto questo ce l’hanno sotto gli occhi e sentono che qualcosa è andato storto, continuano comunque a seguire la corrente. Molti ritengono che sia sufficiente tenere la testa bassa e turarsi il naso per cavarsela: ma qualcuno deve alzare la voce”. Come fa l’autore ma questa volta con un tono meno ironico ma pieno di speranza ( Le elezioni di Obama e la chiusura del film con l’ultimo discorso alla nazione di Roosewelt ne sono due esempi ), mostrando come ci sia oggi una diffusa e positiva disobbedienza civile e morale ( cittadini che rioccupano le loro case, operai che occupano le fabbriche, ma anche a tutti i livelli nelle diverse società ) contro le ingiustizie di un sistema cresciuto malato e che va necessariamente cambiato, usando coscienza, forza e tanta fantasia.

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