Colson Whitehead e le notti di pandemia in cui osserva la sua silenziosa New York – di Michele Crescenzo

13_colson-whitehead_pia_taccone-620x430-1-620x420 sabato 26 giugno, 2021
Articolo scelto dalla Redazione
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Maggio 2020, tarda notte, Manhattan. Colson Whitehead non riesce a dormire, si alza dal letto senza svegliare la moglie Julie e si avvicina alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo scuro, il lembo di una nuvola sfiora l’alone bianco della luna. L’uomo afferra la maniglia ed esce sul balcone. Il silenzio sembra diffondersi su tutta l’isola fino a sommergerlo. Il virus del covid-19 ha trasformato la sua città, non è più New York, è qualcos’altro. Era tornato nel suo appartamento a Manhattan per finire il suo ottavo romanzo Harlem Shuffle, un’opera di fantascienza ambientata ad Harlem negli anni ’60 (l’uscita è prevista per il 14 settembre 2021) gli mancavano una ottantina di pagine e voleva concluderlo entro l’estate e invece  – ha raccontato al The Guardian – ha trascorso il periodo di lockdown a seguire le notizie, ad assicurarsi che il Wi-Fi non si interrompesse, insieme alla moglie ha aiutato i figli a seguire le lezioni su internet, hanno cercato di preparare dei buoni pasti e di mantenersi tutti sani di mente. “In circa sei settimane” – racconta nella stessa intervista “ho avuto solo un’ora libera e ho scritto una pagina”.

Colson Whitehead poggia una mano aperta sulla guancia e continua ad osservare la notte calma. Un’autombulanza senza sirena passa senza fermarsi, poi torna il silenzio. Lentamente, però, l’udito si affina, così riesce ad individuare alcuni rumori di sottofondo: il pianto di un bambino, della musica da un appartamento, il suono di una televisione accesa seguito da una risata roca.

Sono suoni tenui, appaiono timidi, come se chiedessero permesso. Sono completamente diversi da quelli della New York in cui è cresciuto. Nel 2003 pubblicò la raccolta di saggi: The Colossus of New York (Il Colosso di New York traduzione di K. Bagnoli, Milano, Mondadori) dove raccontava di una metropoli che urlava, si agitava, un luogo che era esuberanza, caos, promessa e dolore. Il The New York Times l’aveva definito come un tour de force di voci che saltella incessantemente dalla prima alla seconda alla terza persona, in un ritmo forsennato che mima efficacemente il rumore della grande mela. Il primo capitolo inizia con ”Cominci a costruire la tua New York privata la prima volta che ci metti gli occhi sopra”. Cosa capirebbe una persona che la vedesse ora per la prima volta? Nello stesso libro scrisse: ”La città ti conosce meglio di qualsiasi persona vivente perché ti ha visto quando sei solo.” Questa frase aveva un senso prima della pandemia, quando essere soli a New York sembrava qualcosa di raro e intimo, mica come ora dove tutti sembrano essere abbandonati, segretati e spaventati. Il covid-19 ha trasformato la sua città in un cimitero. All’improvviso gli torna in mente l’African Burial Ground National Monument un museo nato all’inizio degli anni ’90 quando alcuni operai edili scoprirono per caso dei resti scheletrici in quello che si rivelò essere il primo e il più grande cimitero afroamericano degli Stati Uniti. Ricorda bene quel posto perché ci aveva fatto delle letture e il Beyond Midtown l’aveva indicato come il luogo ideale per leggere The Underground Railroad (La ferrovia sotterranea, traduzione di M. Testa, Sur, 2017). Il romanzo racconta la storia di Cora, una schiava in una piantagione in Georgia, rimasta sola ed emarginata dopo che sua madre Mabel è scappata senza di lei. Quando Caesar, appena arrivato dalla Virginia, le racconta della Underground Railroad, decidono di fuggire. Nel romanzo di Whitehead, la Underground Railroad non è una semplice metafora (come è stata nella realtà) ma diventa una vera ferrovia segreta di binari e tunnel sotto il suolo dell’America meridionale. Cora intraprende un viaggio straziante, stato per stato, alla ricerca della vera libertà incontrando mondi diversi in ogni fase della sua strada. Il 5 agosto 2020, un cratere su una luna di Plutone è stato chiamato Cora proprio per omaggiare l’eroina del romanzo di Whitehead.

Il libro ha vinto sia l’Award National Book che il Premio Pulitzer per la narrativa (con la seguente motivazione “intelligente fusione di realismo e allegoria che unisce la violenza della schiavitù e il dramma della fuga in un mito che parla all’America contemporanea) ha ricevuto anche l’Arthur C. Clarke Award per la letteratura di fantascienza, l’Andrew Carnegie Medal for Excellence 2017 ed è stato selezionato per l’Oprah’s Book Club. Il 14 maggio 2021 Amazon ha diffuso la serie TV omonima scritta e diretta da Barry Jenkins (regista di Moonlight).

Michiko Kakutani al The New York Times l’ha definito “potente, quasi allucinatorio… Possiede l’agghiacciante potere concreto delle narrazioni sugli schiavi raccolte dal Federal Writers’ Project negli anni ’30, con echi di Beloved di Toni Morrison, Les Misérables di Victor Hugo, Ralph L’uomo invisibile di Ellison e le pennellate prese in prestito da Jorge Luis Borges, Franz Kafka e Jonathan Swift… Ha raccontato una storia essenziale per la nostra comprensione del passato e del presente americano”. Al quotidiano on line Scroll.in Whitehead spiega come questo parallelismo tra passato e presente non era voluto anche se i dialoghi che ha scritto nel romanzo sono gli stessi che ha usato  quando è stato fermato dalla polizia soltanto per essere nero e per essersi trovato al momento sbagliato e nel posto sbagliato.

Colson Whitehead osserva un aereo che attraversa il cielo scuro verso est, la sua traiettoria è lineare come se fosse stato tirato di lato da un sottile filo invisibile.

Gli è sempre piaciuto volare, viaggiare, fare eventi e tenere conferenze. Ha raccontato al Entertainment Weekly quanto amasse quelle interazioni sociali che non si riescono a replicare parlando con una videocamera . Se non ci fosse stata la pandemia adesso starebbe in Europa o in Asia a promuovere The Nickel Boys (I ragazzi della Nickel, 2019 traduzione di S. Pareschi, Mondadori) che è stato nominato uno dei migliori libri del decennio dal TIME ed ha vinto il secondo Premio Pulitzer (nel 2020, dopo quello del 2017) diventando il quarto scrittore (e unico afroamericano) a vincerne due. I giudici hanno definito il romanzo “un’esplorazione spartana e devastante dell’abuso in un riformatorio nella Florida dell’era di Jim Crow che è in definitiva una potente storia di perseveranza umana, dignità e redenzione”.

The Nickel Boys si basa sulla vera storia della Dozier School, un riformatorio in Florida che ha operato per 111 anni e la cui storia è stata smascherata da un’indagine universitaria. Come riporta il The Guardian  nel 2011 sono state scoperte sepolture non segnalate di più di cinquanta ragazzi. Le analisi dei cadaveri hanno riportato che tra le cause dei decessi ci sono state ferite da arma da fuoco, traumi causati da percosse e grave stato di malnutrizione. E, attraverso i racconti dei sopravvissuti, sono stati svelati i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli alunni fino alla fine degli anni Sessanta. Il romanzo racconta la storia di Elwood Curtis, un giovane afroamericano condannato a scontare una pena detentiva nel riformatorio con l’accusa di aver guidato una macchina rubata. Lì incontra Turner, un ragazzino di strada che è alla sua seconda permanenza al riformatorio. I due diventano amici nonostante le personalità contrastanti: Elwood crede negli ideali promossi da Martin Luther King, è un ottimista e desideroso di rendere il mondo un posto migliore; Turner, invece, è un cinico che non ha fiducia nel fatto che gli Stati Uniti potranno mai liberarsi dal loro passato fondato sulla schiavitù e genocidio.

Su Entertainment Weekly l’autore confessa che “c’è molto di me in questo libro. Mio fratello è morto l’anno prima che lo finissi e ho riportato molta della dinamica tra me e lui in questa storia”.

Colson Whitehead abbassa lo sguardo dal cielo scuro e lo rivolge verso Brooklyn dove ha vissuto nei quartieri di Clinton Hill e Fort Greene per circa due decenni. La sua residenza nel distretto lo ha portato a essere annoverato come “scrittore di Brooklyn”, uno stereotipo che ha preso in giro nel 2008 per il New York Times con il saggio I Write in Brooklyn. Get Over It.

Nel 2018, Whitehead è stato nominato il dodicesimo autore dello stato di New York, seguendo le orme di Grace Paley e Kurt Vonnegut. La motivazione del premio ha indicato come Colson Whitehead sia uno di quegli scrittori capaci di usare più generi letterari, dal noir al romanzo di formazione, dall’horror zombi alla storia, mantenendo una scrittura ferma e chiara. Fino ad ora, però, Colson Whitehead ha ambientato un solo (dei sette romanzi) nella grande mela: il post-apocalittico Zone One (Zona Uno, traduzione di P. Brusasco, Torino, Einaudi, 2013) che racconta una versione alternativa di New York, che è stata distrutta da una piaga che ha trasformato la maggioranza della popolazione in zombi. “Ho visto La notte dei morti viventi in tenera età e gli zombi sono diventati parte del mio panorama psicologico”, afferma Whitehead al The Guardian. “Ho fatto sogni di zombie ogni notte per anni”.

Il cielo verso est ha cambiato colore, si è tinto di stirature azzurre e celesti. Sta arrivando l’alba. Colson Whitehead si volta verso casa ma sente il rumore inconfondibile della metropolitana newyorkese. Nel saggio The Colossus of New York aveva scritto che in questa città “si vive ogni minuto come se si fosse in ritardo per l’ultimo treno”. Dà un ultimo sguardo alla sua città. Speriamo che il treno riparta presto, pensa. Si volta ed entra in casa.

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