Come un tuono ( Derek Cianfrance, 2012 )

domenica 7 Aprile, 2013
Domenico Astuti
Letto 71 volte

Abbiamo visto “ Come un tuono “ diretto da Derek Cianfrance.

Cianfrance è un regista non ancora quarantenne, con un talentaccio indiscutibile ma che solo adesso è riuscito ad essere notato dalla distribuzione e dal pubblico.  A soli ventitre anni ha giraro il suo primo film “ Brother Tied “, un bianco e nero dai rimandi al grande John Cassavetes; è stato visto in molti festival, tra cui il Sundance, ha ottenuto molti premi ma non è mai stato distribuito nelle sale.  Il suo secondo film, “ Blue Valentine “ ha tenuto impiegato il regista quasi dodici anni per poterlo girare, e solo a ridosso di “ Come un tuono “ è uscito nelle nostre sale.  Adesso esce in Italia il suo terzo film che riprende le tematiche a lui care ( solitudine, romanticismo noir, furie silenziose ) girando un film che può essere inserito nel genere noir-realistico ma che non disdegna vari registri mescolando il  gangster story, il poliziesco e il melò.  Un film diviso in tre parti e lungo oltre 140 minuti, con tre storie legate l’una all’altra indissolubilmente ma che non vede i due protagonisti incontrarsi mai se non per prendersi una pallottola a testa, mentre quindici anni dopo i loro figli si scontreranno nuovamente come onde del destino  che  si vanno ad infrangere, per concludere qualcosa che è rimasto sospeso e che in realtà chiuderà il cerchio.

Dicevamo un film diviso in tre parti, per noi non proprio omogenee, anzi diseguali ( qualcuno con ironia ha scritto tre film al prezzo di uno ).   Una prima parte coinvolgente che colpisce al cuore nonostante i protagonisti ( Luke, Romina  e Kofi ) vadano per sottrazione e per incomprensioni di destino; è il blocco diretto con più modernità e affetto, priva di manierismi e provoca nello spettatore una forte empatia; la seconda parte invece è assai più convenzionale e lineare che si inserisce nel più classico dei noir-poliziotteschi americani; invece il film si tira su bene nel blocco finale in cui i protagonisti sono i due figli, quindici anni dopo; mentre il finale è meno scontato del previsto e si inserisce nell’anima del cinema indipendente americano.   Il film probabilmente guadagna molto dalle interpretazioni dei due nuovi divi americani il bravo e simpatico Ryan Goslin ( “  Blue Valentine “, “ Drive “, “ Le idi di Marzo ) e il quasi Oscar Bradley Cooper ( “ Una notte da leoni “ 1-2-3, “ Il lato positivo “ ) e va sicuramente menzionata la brava e molto bella Eva Mendes ( “ Il cattivo tenente “ versione Herzog, “ Holy Motors “ ), da segnalare anche i due ragazzi che sicuramente rivedremo presto Dane DeHaan ( Jason ) e Empry Cohen ( Aj ).

Il film  inizia con Luke, un pilota fantastico di motociclette, lavora in uno spettacolo ambulante, guadagna bene ed è quasi un  divo di periferia con  annessi autografi.  Sta per ripartire con il “ circo “ per una nuova città di provincia, ma lo viene a trovare Romina, una vecchia fiamma, che si fa solo riaccompagnare a casa.  Ma lui è ancora attratto da lei e il giorno dopo torna a cercarla e scopre di avere avuto con lei un figlio, Jason, concepito durante una loro brevissima relazione.  Decide allora di licenziarsi e di restare lì per provvedere al bambino e per comporre quella famiglia che lui non ha mai avuto: suo figlio deve crescere con un padre.  Ma Romina vive già con un altro uomo che le da una sicurezza economica.   Luke trova un lavoro, riallaccia i rapporti con Romina e il loro bambino ma i guadagni che  ha servono appena per lui e lei rimane con il suo nuovo compagno.   A Luke non restano che le rapine in banca con relativa fuga in moto per poter sperare di unirsi alla compagna e al loro bambino, ma ” chi corre come un fulmine, si schianta come un tuono ” gli dice il suo amico e complice. Rimasto solo, decide di fare un’altra rapina ma gli va tutto storto e una recluta di polizia Avery Cross, anch’egli padre da poco, lo colpisce quasi involontariamente e si becca un proiettile.

Uno muore, l’altro diviene un eroe.  Inizia così il secondo blocco con Avery che fa carriera, vive sempre con il suo senso di colpa per aver ucciso l’altro e si trova invischiato nella corruzione nel suo distretto, ma grazie a suo padre riesce a diventare vice procuratore.  Quindici anni dopo, Jason, il figlio di Luke, e Aj, il figlio di Avery, si conoscono casualmente al liceo e diventano quasi amici, ma il loro è un rapporto nevrotico tra il figlio di un ricco e affermato giudice e un ragazzo proletario che vive quasi ai margini della società.  Il passato che li lega non riaffiora se non verso la fine e la violenza del destino rinfocola altra violenza.

Un film girato con grande talento, anche se in alcuni passaggi è discontinuo, mente la sceneggiatura cerca di colpire troppo in alto nonostante resti nel solco del genere, senza tuttavia esplicitare con chiarezza il senso della vita, le onde del destino; mostrandoci alcuni toni e registri narrativi non sempre coerenti e non sempre con il giusto equilibrio ( per esempio Avery ci sembra in alcuni passaggi un po’ tontolone e poi un attimo dopo un vero figlio di buona donna; Avery non riesce ad abbracciare suo figlio perché in colpa con il figlio dell’uomo che lui ha ucciso.  Oppure c’è un determinismo quasi ideologico, in cui le ferite non possono rimarginarsi ma tornano immancabilmente a sanguinare, ed anche l’idea speculare che un uomo corrotto generi un figlio dal cuore puro e un uomo che ha lottato contro la corruzione invece un figlio violento e oscuro nell’anima conferma questa nostra sensazione ).  Ottima è la fotografia come più che notevole è la colonna sonora.

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