Departures – recensione

imm-2 domenica 11 aprile, 2010
Domenico Astuti
Letto 55 volte

Abbiamo visto “ Departures “ diretto da Takita Yojiro.
Il film ha ottenuto oltre 70 premi in tutto il mondo ( un riconoscimento anche al Far East Film Festival Market di Udine ) e soprattutto il Premio Oscar come miglior film straniero nel 2009. Ha avuto un ottimo successo di pubblico in Asia, Stati Uniti ed anche in Francia, Spagna e Olanda. Davanti a tanto consenso alziamo le mani ma non ci accodiamo al coro completamente.
“ Departures “ inizia con il rito di Nokanshi, il protagonista ( Motoki Masahiro ) esegue per la prima volta una tradizione giapponese: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione di una giovane donna deceduta, lo fa davanti ai parenti; è la tradizione di una simbolica carezza fatta alla persona cara, prima di lasciarla andar via definitivamente. Poi la storia torna indietro, a quando Daigo faceva il musicista classico a Tokio, ma lo scioglimento dell’orchestra per scarsezza di pubblico lascia il violoncellista Daigo senza lavoro e allora decide di ritornare al paese d’origine assieme alla moglie Mika ( Hirosue Ryoko ), dolce e paziente come forse sono solo in Giappone le donne. Si trasferiscono nella sua vecchia casa in provincia, alle porte di Yamagata. Senza lavoro né aspirazioni comincia a cercare un’occupazione e si imbatte subito in un annuncio sul giornale che sembra molto interessante. Ma scopre che i viaggi che sono sull’inserzione non sono vacanze ma dipartite nel mondo dell’aldilà. Perplesso e indeciso se accettare all’inizio, si lascia con naturalezza convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki ( il bravissimo Yamazaki Tsutomu ), ma anche dal buon stipendio che riceve. E chissà perchè ritrova il sorriso perso da tempo ed anche la voglia di suonare da solo. Tuttavia non ha il coraggio di confessare alla sempre dolce e sorridente moglie il lavoro che fa, quando lei lo scopre, attraverso un video pubblicitario, gli chiede di lasciare quel mestiere. Ma lui oramai ha trovato il suo sogno ed è soddisfatto. Lei lo abbandona e torna a Tokio lasciandolo solo. Intanto in città alcuni amici iniziano a evitarlo. Ma il destino vuole sorprenderlo, la moglie torna dopo un paio di mesi e gli comunica che aspetta un figlio. E il diventare padre lo costringe anche a fare i conti con il passato, con la morte della madre e l’allontanamento del padre, fuggito trentanni prima e mai più rivisto. Il destino vuole fare il suo giro di ballo e giunge un telegramma che comunica la morte del padre…
Questo film si basa un po’ su un gioco degli equivoci, nell’equivoco dei significati metaforici è racchiuso il segreto del protagonista: Daigo crede di essere un ottimo musicista, Daigo crede che la fuga dal suo paesino lo riconcili con il suo passato, Daigo legge l’annuncio sul giornale, viene stimolato dalla parola ‘partenze’ e crede che sia un lavoro in un’agenzia di viaggi. Invece ci sono altre partenze come quella della morte ma anche quella dell’abbandono e della perdita. In questo senso, il preparare il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell’ultima delicata riconciliazione con il defunto. E finalmente Daigo trova non nella fuga-viaggio bensì nel preparare l’ultimo viaggio degli altri un suo equilibrio e una sua felicità. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki gli dà questa possibilità come fosse parte di un fato stabilito e rende naturale il mestiere di becchino e lo rende al meglio con una cerimonia rispettosa che, in rituale e ascetico silenzio, dice molto più di mille preghiere.
Il rapporto dolce ma interrotto con il padre, scappato senza un motivo apparente, l’amore incondizionato per la madre che tuttavia non ha visto morire perché lontano e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista comprende i suoi limiti, accetta di non essere un musicista bravo, abbandona le vecchie abitudini e scopre un’incredibile vocazione per l’arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L’espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza.
La sceneggiatura tuttavia non è perfetta, sembra divisa in due blocchi; nella prima parte il protagonista è raccontato anche in maniera ironica, quasi da fantozzi giapponese, la seconda parte è un po’ lunga e non compatta, a metà c’è una scelta fastidiosa da videoclip di cui non si comprende la scelta stilistica, come se l’autore temesse che lo spettatore non abbia già compreso il tutto. Anche alcuni simbolismi sono troppo semplici e troppo esplicativi e chiarificatori, come la pietra regalata dal genitore che ritorna puntualmente ad ogni risoluzione di conflitti tra padre e figlio, tra moglie e marito. Modesta è la colonna sonora che in alcuni punti è irritante e ricorda delle melodie italiane degli anni sessanta sul genere

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