Detachment – distacco ( Tony Kaye, 2011 )

venerdì 15 Giugno, 2012
Domenico Astuti
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Abbiamo visto Detachment – distacco diretto da Tony Kaye.
Capita di andare a vedere un film “sulla scuola” americano e nell’attesa vedere un trailer di un film “sulla scuola” italiano. Il trailer è il film di Piccioni “Il rosso e il blu”, mammamia che differenza, è quasi un autodafé scriverlo. Bisognerebbe proiettarli assieme in una scuola di cinema e non fare alcuna lezione successiva. Scusate la digressione…

Detachment è un film bello, emozionante e ‘inquieto’ allo stesso tempo, che, dal TriBeCa Film Festival, ha continuato a prendere premi in tutti i festival internazionali in cui è stato presentato. In realtà è sì un film sulla scuola, ormai inutile nelle strutture e nelle metodologie che si trascinano da oltre cinquant’anni sempre uguali, ma è anche e soprattutto il disagio dell’essere umano in una società che ha masticato e sputato tutto e tutti. Ragazzi delle periferie che se non conoscono il valore del rispetto per se stessi non possono averlo certo per un’istituzione come la scuola rigida e algida o per dei frammenti di cultura letteraria troppo lontani; professori (quasi degli eroi spaventati e inebetiti) che sopravvivono a se stessi più che a un ideale educativo ormai defunto; una società che crea modelli colorati ma non dissimili dallo spappolamento mentale nazionalsocialista (lo diciamo perché è citato nel film in modo chiaro e breve). Ma non c’è solo questo, c’è una storia parallela, e potrebbe essere anche un film autonomo, sulla vita vissuta con distacco dal protagonista, il sempre bravo Adrien Brody; un professore supplente, e non solo nella professione, che si trascina afasicamente, in una vita tramortita e drammatica. E con la sua quella degli altri adulti anche loro soli, disperati e senza più speranze. Insomma, effettivamente delle isole nella corrente e coperte da una nebbia che non può andarsene. Forse questo è l’unico limite del film, non c’è un solo momento di alleggerimento fatta eccezione per il finale clemente, quasi un armistizio con la brutalità della vita.

Il film inizia con una citazione di Albert Camus detta su alcuni disegni animati molto efficaci “Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà”. La storia incomincia in modo molto classico (ed è l’unica cosa prevedibile) un professore supplente va per un mese a lavorare in un liceo di periferia degli Stati Uniti.

Senza indugiare nelle classiche ‘scenette’ professore bravo e studenti cattivi si racconta il degrado culturale e sociale in cui vivono adulti e giovani, i primi consci del loro fallimento, i secondi predestinati a un futuro che li angoscia e che non promette niente di buono. A questo si aggiungono genitori assenti (originale l’attesa dei professori che devono parlare con dei genitori che non verranno), spocchiosi telefonicamente e aggressivi quando un loro ragazzo è stato sospeso. Quindi il familismo amorale non appartiene solo ai sud del mondo. Appartiene a tutti gli ignoranti sentimentali.

Il professore supplente è Henry Barthes, solitario, annichilito dal peso del mondo, schiacciato da un passato di bambino in cui non ha praticamente conosciuto il padre, ha visto sua madre diventare alcolizzata e poi suicidarsi quando aveva otto anni ed è cresciuto con il nonno e con la sensazione concreta che avesse abusato della madre. Henry ha messo suo nonno in una clinica a pagamento e ogni tanto lo va a trovare, ma il vecchio è un po’ fuori di testa, si chiude in bagno, si veste per andare a lavorare, conserva un diario praticamente bianco e vive nel rimorso delle violenze alla figlia e con la consapevolezza di aver causato la sua morte.

In queste quattro settimane di supplenza, Henry conosce, tra i tanti, un po’ di più l’alunna Meredith (una brava Betty Kaye – ma è tutto il cast che è fuori dal comune), bulimica, angosciata e dotata di una notevole sensibilità artistica, fa collage di foto, ma è sistematicamente umiliata dai compagni e anche suo padre, che non vediamo ma che sentiamo in fuori campo, risulta una bestia nei consigli che le dà. Conosce poi, fuori da scuola, Erica, una prostituta bambina, che accoglie in casa e con la quale crea una specie di famiglia momentanea. E poi gli altri colleghi, tra cui un’insegnante giovane e malinconica che è talmente chiusa in sé che fraintende Henry quando abbraccia Meredith che piange e gli chiede aiuto.

Mentre scriviamo ci rendiamo conto di quanto sia ricco questo film di piccole storie raccontate brevemente ma mai superficialmente. Ed Henry in questa desolazione metropolitana riesce con il ‘Distacco’ a salvare se stesso, la propria anima e la vita di Erica che verrà portata in una comunità di recupero.

Una regia d’autore, come difficilmente si vede in giro, di Tony Kaye, regista sessantenne inglese, ebreo ortodosso, dalla carriera ‘stravagante’ fatta di tanti spot famosi (Adidas, Guinness), di video musicali (Red Hot Chili Peppers, Roger Waters, il bassista dei Pink Floyd) e di soli altri cinque film, il primo e più conosciuto è American History X. L’intero cast è all’altezza di una sfida fuori dagli schemi e sicuramente riuscita, oltre a Adrien Brody (che ha coprodotto il film) troviamo un sempre grande James Caan, una Lucy Liu (dalla carriera incredibile, passa da ruoli di pura azione a film d’autore con leggerezza e sicurezza), una brava e intensa Marcia Gay Harden (la preside depressa sul lavoro e a casa con il marito – ha vinto un Oscar nel 2001 per Pollock ed è stata candidata anche nel 2004 con Mystic River), e Sami Gayne (la quindicenne prostituta Erica – sulle orme di un’altra bimba prostituta degli anni Settanta, Jodie Foster), ma ci sarebbero da segnalare almeno altri quattro attori importanti di questo cast. Da segnalare anche la fotografia, dalle soluzioni visive plurime, una tra tutte il contrasto tra il bianco e nero degli inserti e la fotografia dai toni caldi.

La scheda di Domenico Astuti

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