Django – Unchained ( Quentin Tarantino, 2012 )

imm sabato 26 gennaio, 2013
Domenico Astuti
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Abbiamo vistro “ Django – Unchained “ regia di Quentin Tarantino.
Quando uscì il primo film di Tarantino, “ Le Iene “ ( 1992 ), restammo favorevolmente colpiti da questo giovane regista americano; introduceva già alcuni dei temi caratteristici del suo cinema: violenza ‘ pulp ‘ portato fin quasi alla metafisica, l’avantpop scaturito dal postmodernismo; con dei dialoghi dilatati fino all’incredibile, barocchi, divertenti che contenevano uno humor nero smitizzante anche della violenza che invece riempiva lo schermo. E poi una drammaturgia e una regia con la cronologia frammentata, come se n’era vista poco fin ad allora. Pensammo che i suoi debiti narrativi fossero il Kubrick di “ Rapina a mano armata “ per il montaggio, il Sam Pechinpah del “ Mucchio Selvaggio “ per il gusto delle inquadrature sulla violenza più macroscopica, e, perché no ?, l’Artur Penn di “ La caccia “. Poi nel 1994 è uscito “ Pulp Fiction “, tra i più bei film di fine secolo, in cui atmosfere pulp della letteratura americana di Serie B degli Anni Trenta/Cinquanta – fatta di violenza, erotismo e insensatezza – è coniugata con la cultura ‘ spazzatura ‘: insomma una ventata di ‘ nuovo ‘, un misto di genialità, insensatezza, creatività pura e grottesco. E con “ Pulp Fiction “ Tarantino ha dato il meglio di sé secondo noi, ha colpito così in alto ( o in basso ) che non poteva fare di meglio. E infatti, tutto quello che ha realizzato dopo ( unica eccezione – forse – è il primo: Kill Bill ), dall’episodio del film Four Rooms ( 1995 ) a Jackie Brown ( 2003 ), a “ Grindhouse – a prova di morte “ ( 2007 ) sono dei film modesti, dai tentativi anche in parte falliti. Per non parlare dell’encomiato e venerato “ Bastardi senza gloria “ una vera stupidaggine, con citazioni alte per argomentazione banali e di serie Z. Se non sembrasse una presunzione di chi scrive, diremmo di Tarantino: è un cretino con un gran talentaccio. E se i suoi ‘ maestri ‘ dichiarati sono Fernando Di Leo ( “ Quel maledetto treno blindato “ – da cui si è ispirato per “ Bastardi senza gloria “ ), Lucio Fulci ( “ I quattro dell’Apocalisse “ ), Sergio Corbucci ( “ Django “ – da cui, oltre al titolo, ha preso un refrain musicale di Luis Bacalov e un’inquadratura del cavallo che si muove in circolo ), vuol dire che gente come Hawks, Leone, Pechinpah, Martin Scorsese avranno altri eredi.
Siamo nel 1859 nello stato del Texas, vige ancora la schiavitù ed esiste ancora il mestiere di negriero ( La guerra civili inizierà solo due anni dopo ). Gira per questo stato, ancora barbaro e selvaggio, il tedesco King Schultz ( Christoph Waltz ), dai modi raffinati e gentili ma che fa come professione il cacciatore di taglie e gira su un carretto con sopra un molare come se fosse un dentista. E come cacciatore è bravo e abile, cattura e uccide pendagli da forca violenti e pericolosi. Adesso deve scovare tre banditi pericolosi di cui non conosce né i visi né tantomeno il luogo in cui vivono, per sua fortuna lo schiavo Django ( Jamie Foxx ) conosce i tre uomini e allora Shultz lo libera, lo veste e gli insegna a sparare. Inizia tra loro – pur diversissimi – un sodalizio fatto anche di simpatia e rispetto reciproco. Girano l’America incontrando criminali, proprietari terrieri che stanno creando il Ku Klux Klan e fanno soldi. Django si ripulisce, ritrova una durezza tipica di un bianco e sa usare la pistola come un provetto cacciatore. Da sempre vuole ritrovare sua moglie che è stata venduta come schiava e marchiata come una bestia, e ricomprarla; ma da solo non andrebbe da nessuna parte, fortuna che il dottor Schultz lo voglia aiutare e sa anche come fare. La donna si chiama Brunilde ( come ne “ L’anello dei Nibelunghi “ di Wagner – Sigfrido lotta per liberare la sua amata dalle grinfie del male ) e per uno strano caso parla tedesco abbastanza bene. Il dottore pensa ad un piano semplice, andare dal negriero che ha di proprietà Brunilde, far finta di voler comprare un mandingo da combattimento e nella trattativa chiedere di comprare anche la donna solo perché lo diverte che parla tedesco. Sembra tutto procedere bene, tra negri che muoiono in combattimento, negri sbranati da cani famelici e violenze varie. A casa del negriero ( Leonardo Di Caprio ), a cena, stanno per concludere l’accordo ma il capo cameriere ( un irriconoscibile Samuel L. Jackson ), un negro vecchio e razzista verso la sua gente intuisce il trucco e lo svela al suo padrone. Tutto salta, c’è una sparatoria lunga e cruenta e il dottor Shultz muore subito dopo aver ammazzato il negriero, mentre Django viene catturato e appeso ad una corda a testa in giù in attesa di essere evirato o ucciso. Ed invece i bianchi decidono di mandarlo in una prigione a spaccar pietre. E Django appena può torna indietro per la vendetta.
“ Django – unchained “ è un film di quasi tre ore, diretto in modo impeccabile e con una splendida fotografia. Ma non riuscendo a lasciarci andare ad una storia con troppi ‘ omaggi ‘ e giochi su vari livelli, tantomeno ad un cast ottimo e per certi versi sprecato in modo hollywoodiano ( citiamo Bruce Dern in una sola inquadratura, o James Russo ucciso all’inizio del film – tanto per dirne solo due ), troviamo il film lungo, avvinghiato su se stesso, che chiede allo spettatore disponibilità assoluta e il lasciarsi andare su lungaggini e insensatezze di troppo. Tarantino sembra ormai schiavo del suo cinema e della sua voglia di stupire, al punto che può sembrare oltre che ripetitivo anche o solo un cinephile morboso. A questo se non state al suo gioco a-ideologico di confondere liberazione con vendetta personale ( Sul viso di Django che sta per andare a fare il suo massacro personale si inserisce la musica sessantottina di Freedom o il furbastro dottor Shultz, che ne ha viste troppe nella vita, decide di prendere coscienza civile e uccide e si fa uccidere per non stringere la mano al cattivo – due esempi tra i tanti ) allora alcuni passaggi possono sembrare anche irritanti. E se dovessimo sciegliere tra il Django di Corbucci con Franco Nero o il Django di Tarantino con Foxx probabilmente sceglieremmo – per passare semplicemente due ore – il film nella versione originale.

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