Due libri per ricordare lo scrittore / Luis Sepúlveda: nostalgia e amicizia – di Giuseppe Mendicino

bruno_arpaia_luis_sepulveda-_il_ribelle_il_sognatore_-__0 venerdì 16 aprile, 2021
Articolo scelto dalla Redazione
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A un anno dalla scomparsa di Luis Sepúlveda, due libri ce ne restituiscono il profilo, le passioni, la poesia: Luis Sepúlveda. Il ribelle, il sognatore di Bruno Arpaia, che segue il filo di un decennale rapporto di amicizia, e Storia di Luis Sepúlveda e del suo gatto Zorba, di Ilide Carmignani, la sua traduttrice italiana, che intreccia biografia e favola.

Luis Sepúlveda, Lucho per gli amici, era molte cose insieme: scrittore, inquieto viaggiatore, ambientalista, ribelle per giusta causa, uomo in esilio sempre, sia quando in fuga sia nei ritorni in Cile, nel sud del mondo. La sua vita è talmente ricca di avventure, di piccole grandi imprese, di successi e di sconfitte, di amori e di storie, che merita di essere raccontata.

 

 

Da bambino era cresciuto tra i libri di avventura – Salgari, Verne, London, Coloane – e i consigli di anarchia e di libertà del nonno Gerardo e dello zio Pepe, che durante la guerra di Spagna aveva conosciuto Hemingway. Quelle pagine e quei consigli lo accompagneranno per tutta la vita. Da ragazzo, la sua adesione alle idee rivoluzionarie marxiste conviveva con un profondo amore per la libertà, portandolo inevitabilmente al conflitto e alla fuga quando si pretendevano da lui fedeltà e ubbidienza incondizionate. “Ho l’impressione che Sepúlveda, più che un rivoluzionario, fosse un riformista radicale coerente, con una forte carica etica e un grande senso della giustizia”, spiega Bruno Arpaia nel suo libro.

Era stato testimone del colpo di Stato in Cile del 1973, conclusosi con l’assassinio di Salvador Allende e di tanti oppositori. Aver fatto parte dei Gap, le guardie del corpo di Allende, gli costò torture e due anni complessivi di carcere duro, e poi lunghi anni di esilio in Ecuador, in Nicaragua, in Germania, in Francia.

 

Quattro anni di esilio e di avventure furono anche quelli vissuti per mare, nel lungo periodo trascorso sulla nave di Greenpeace: tra tempeste d’acqua e orizzonti senza fine, a ostacolare in tutti i modi leciti i viaggi di morte delle baleniere, con duelli ogni volta molto rischiosi. Finito il tempo della dittatura tornerà più volte in Cile, ma alla fine sceglierà di vivere in Spagna, a Gijón, nel quartiere del Río Piles.

Le sue storie attraversano vari generi letterari, dal noir (Un nome da torero, Diario di un killer sentimentale), alla denuncia ambientalista (Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Il mondo alla fine del mondo), al viaggio in terre remote (Patagonia Express, La frontiera scomparsa), al tema della libertà e della sua mancanza (Incontro d’amore in un paese in guerra, Le rose di Acatama). Ha dedicato un libro, L’ombra di quel che eravamo, al ritorno dall’esilio, un momento di amara disillusione per tanti perseguitati dalle dittature del Novecento. Bruno Arpaia usa il termine desexilio, inventato dallo scrittore uruguaiano Mario Benedetti, per definire lo stato d’animo di chi torna in patria dopo anni di lontananza forzata, e scopre di aver perso irreparabilmente il proprio Paese e la propria giovinezza, sentendosi straniero in patria.

 

 

Ci sono poi le favole nel mondo di Sepúlveda: dense di realtà, gioiose e malinconiche, evocatrici di passioni e di etica civile, prive delle stucchevolezze e dei dialoghi appesantiti dai punti esclamativi di molta letteratura per bambini. Su tutte, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, un apologo della tolleranza e delle diversità, ma anche di un mondo naturale da preservare. Il racconto divenne un film d’animazione di grande e meritato successo, diretto dal regista Enzo D’Alò.

La sua opera, a mio avviso, non si divide tra romanzi e racconti, ma tra racconti lunghi e racconti brevi. Un giorno, parlando di letteratura, Arpaia gli citò una riflessione dello scrittore argentino Julio Cortazar: «Nel combattimento che si scatena fra un testo appassionante e il lettore, il romanzo vince sempre ai punti, mentre il racconto deve vincere per knockout». A Lucho scappò una delle sue proverbiali risate, ma di simpatia, non di scherno: «Compadre, ci hai proprio preso… Quelle parole di Cortázar per me sono state una stella polare fin da quando ho iniziato a scrivere. […] Quando scrivi un romanzo, a volte può succedere che i personaggi ti sfuggano di mano per un po’, e va benissimo, a patto che poi tu riesca a recuperarli e a ricondurli sul sentiero prestabilito. Se un capitolo ha poca tensione, puoi rimediare nel successivo. Nel racconto, invece, non può accadere neanche questo, non ne hai il tempo e la possibilità, eppure in quel genere mi sento a mio agio perché la sfida è terribile: il racconto è narrazione pura».

In tutte le sue storie s’intravedono tracce di esperienze realmente vissute, tanto da far accostare il suo mestiere di scrittore più alla figura del narratore che a quella del romanziere.

Le opere di Sepúlveda sono scritte in modo così fluido da risultare di facile lettura, e il libro di Arpaia sembra ricalcarne lo stile. Dalle pagine traspare evidente il desiderio e anche il piacere di raccontarle. Arpaia ripercorre le tappe della vita di Sepúlveda tenendosi volutamente lontano da un’ipotesi di biografia. Dal racconto della loro amicizia emerge comunque il ritratto di un uomo e di uno scrittore, ben riconoscibile da parte dei suoi lettori. Il libro ha il merito di tracciare un profilo autentico e preciso di Lucho e di approfondire alcuni temi di particolare interesse della sua opera. Arpaia aveva già cercato di approfondirli, per sé e per i lettori, nel libro di conversazioni con Sepúlveda Raccontare, resistere. Ad esempio la responsabilità dello scrittore, il senso dell’espressione «raccontare è resistere», spesso citata da Lucho, il suo impegno civile. «Preferisco parlare di coinvolgimento. Lo scrittore, secondo me, deve essere coinvolto, deve stare dentro le cose, dentro la vita. Per questo non parlo mai in nome della letteratura o degli scrittori in generale, per questo parlo sempre e solo a mio nome. La responsabilità dello scrittore è personale, come quella penale».

 

 

I fatti, le illusioni e le delusioni dello scrittore cileno ci sono tutti, ma il punto di vista è sempre quello dell’amico, con tutto l’affetto e l’inevitabile indulgenza di un legame fraterno, roso oltretutto dal rammarico di non aver capito subito che la malattia si stava portando via Lucho per sempre. Luis Lucho Sepúlveda, un uomo che negli ultimi anni amava circondarsi di amici e lettori, è morto il 16 aprile 2020, da solo, come tutte le vittime della pandemia che da oltre un anno sta sconvolgendo il mondo. Ha lasciato la moglie Carmen, l’amore della gioventù, passata per le stesse esperienze di torture e prigionia, madre di due dei suoi figli, persa e poi ritrovata e risposata molti anni dopo. E tanti amici e lettori che hanno passato molto tempo della loro vita in compagnia delle sue parole.

Sia Bruno Arpaia sia Ilide Carmignani hanno ricordato una frase dello scrittore argentino Julio Cortazar che Sepúlveda amava citare: «Bisogna dare alla letteratura lo stesso vigore etico con il quale affrontiamo la vita, e dare alla vita la ricchezza di possibilità estetiche con la quale affrontiamo la letteratura». Lo scrittore cileno ha sempre cercato di vivere in coerenza con i principi in cui credeva, anche attraverso errori e cambi di rotta, fughe verso un altrove e ritorni senza illusioni.

Certe frasi scandite come aforismi, certi silenzi un po’ cupi, non erano pose, erano sottolineature di pensieri e di stati d’animo.

 

 

Ilide Carmignani tenta un’impresa più originale: intrecciare una biografia di Sepúlveda, raccontata da lui stesso, con una favola di cui sono protagonisti il gatto Diderot e lo scrittore. La biografia scorre veloce e precisa, per nulla didascalica; la scrittura è apparentemente semplice, in realtà è ricca di vocaboli e sentimenti, esperta e coinvolgente. Lo è talmente che, a metà libro, verrebbe quasi voglia di abbandonare la favola per seguire le vicende umane e letterarie di Sepúlveda. L’idea di mescolare due diverse narrazioni ‒ una realistica l’altra favolistica ‒ era interessante, ma forse l’amalgama non è riuscito del tutto. D’altronde, scrivere favole è difficilissimo, anche i grandi scrittori hanno fatto fatica: di Ernest Hemingway, per citare un autore caro a Sepúlveda, solo una è davvero memorabile, Il toro fedele, e lo stesso scrittore cileno non sempre è riuscito a ripetere la magia della Gabbianella.

I due libri, scritti da grandi professionisti del nostro mondo letterario, sono pegni di amicizia verso Lucho Sepúlveda; in entrambi si avverte una sincera partecipazione emotiva, il desiderio di ridar vita nelle pagine all’amico, rivestendone l’ombra di ricordi e di parole.

«È un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta», diceva Primo Levi. Bruno Arpaia e Ilide Carmignani ne hanno comunque rinnovato il ricordo, con affetto e abilità di scrittura. Non è poco.

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