Ecco come abbiamo ucciso l’arcivescovo Romero

images giovedì 14 marzo, 2013

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Trentatré anni fa, il 24 marzo 1980, l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero venne colpito a morte mentre celebrava messa nella cappella di un ospedale a San Salvador. Nel paese centroamericano stava per cominciare la guerra civile, che durò fino al 1992 e provocò almeno 75mila vittime.

Nonostante le minacce ricevute, nei suoi sermoni l’arcivescovo di San Salvador non aveva mai smesso di accusare i militari, i paramilitari e gli squadroni della morte di uccidere gli oppositori politici e di insanguinare il paese.

Nel 2010 il capitano Álvaro Rafel Saravia – l’unico condannato per l’omicidio di Romero – ha raccontato in un’intervista al giornalista Carlos Dada, pubblicata nel giornale salvadoregno online El Faro, in che modo il maggiore dell’esercito Roberto D’Aubuisson, fondatore dell’Alianza republicana nacionalista (Arena, il partito di estrema destra che ha governato il paese dal 1989 al 2009) e membro della Lega anticomunista mondiale, organizzò l’omicidio dell’arcivescovo di San Salvador.

Saravia è un ex capitano delle forze militari aeronautiche del Salvador e amico di D’Aubuisson, con cui ricorda le “giornate in spiaggia a condividere un bicchiere di rum”. Oggi Saravia vive da fuggitivo e non vede i suoi figli da dieci anni. Su El Faro si legge che ha lavorato come fattorino di una pizzeria, e poi ha riciclato denaro sporco per un trafficante colombiano, infine ha gestito un centro di automobili usate in California.

Nel 2006 aveva ammesso il suo coinvolgimento nella morte di Romero, ma nell’intervista con Dada ha dichiarato di non aver mai ucciso o rapito nessuno. Ha confermato però le accuse del rapporto redatto nel 1993 dalla Comisión de la verdad nei confronti di D’Aubuisson, e ha parlato del coinvolgimento del figlio dell’ex presidente Arturo Armando Molina, accusato di aver assoldato il sicario disposto a sparare.

Ci sono però delle differenze tra la “confessione” di Saravia fatta a Dada e il rapporto della Comisión de la verdad, che lo accusa di essere coinvolto nella pianificazione dell’assassinio di Romero. “D’Aubuisson mi aveva convinto a entrare nel fronte anticomunista, ma io con l’omicidio non c’entro. Quel giorno non avevo nessuna arma con me”, ha detto al giornalista Saravia, che ha ammesso di aver fornito l’auto usata nell’omicidio. Secondo Saravia, è stato D’Aubuisson ad aver organizzato e pianificato l’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador fin dall’inizio.

Secondo Saravia, inoltre, l’imprenditore Lemus O’Byrne, ex presidente dell’Asociación nacional de la empresa privada, è stato il “finanziatore” dell’omicidio. O’Byrne ha negato queste accuse.

Nel video, una parte dell’intervista in cui Saravia ha raccontato a Dada cosa accadde il 24 marzo 1980 nella cappella della Divina Providencia, a San Salvador

 

Così uccisero monsignor Romero

 

Alle 18,25 del 24 marzo 1980 un cecchino appostato in un’automobile davanti alla cappella della Divina Provvidenza uccideva l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, mentre celebrava la messa.

Ci furono subito pochi dubbi sui mandanti dell’omicidio: troppe volte l’arcivescovo aveva accusato i militari, i paramilitari e gli squadroni della morte di uccidere innocenti e insanguinare il paese. Trent’anni dopo, la guerra civile in Salvador è finita, la destra non governa più il paese e il presidente Mauricio Funes ha ricordato la morte di Romero e le responsabilità del governo del tempo.

In un’intervista al giornale salvadoregno online El Faro, l’ex capitano Rafael Saravia racconta la sua partecipazione all’operazione per uccidere Romero e fa delle importanti rivelazioni. Se il maggiore Roberto D’Abuisson era a conoscenza del complotto, e anzi ne fu uno degli ispiratori, a sparare fu uno dei figli dell’ex presidente Arturo Molina.

Romero non fu né il primo né l’ultimo religioso a essere ucciso in Salvador, ricorda lo scrittore David Hernández su La Opinión. Ma la sua difesa dei poveri, i suoi appelli ai militari perché non obbedissero agli ordini di uccidere e infine la sua morte sull’altare lo hanno lasciato alla tradizione popolare con l’appellativo di “San Romero de América”.

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