Elettra ( Hugo von Hofmannsthal regia di Giuliano Scarpinato )

man_tv_elettram domenica 21 maggio, 2017
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ Elettra “ di Hugo von Hofmannsthal regia di Giuliano Scarpinato.

Spettacolo vincitore della Ottava Edizione della rassegna SALVIAMO I TALENTI – Premio Attilio Corsini, ha debuttato il 18 maggio al teatro Vittoria di Roma con una affettuosa accoglienza di pubblico. L’iniziativa di questa rassegna è nata negli ultimi anni per promuovere progetti di qualità e soprattutto per dare un’opportunità di visibilità a giovani attori e giovani registi.

Elettra è un atto unico scritto da Hugo von Hofmannsthal tra il 1901 e il 1903, incentrata sulla figura di Elettra. Rappresentato per la prima volta nel 1903 a Berlino da Max Reinhardt, il personaggio di Elettra ha preso spunto dall’Elettra di Sofocle e dedicato a Eleonora Duse, che però non ha recitato mai il ruolo. E il progetto ripreso da Scarpinato è davvero ambizioso perché von Hofmannsthal è stato un anticipatore della modernità letteraria e in quest’opera indaga il mondo interiore della psiche attraverso figure private della loro originaria connotazione mitica e rese funzionali per scavare nell’inconscio e nell’io, ancora tanto da approfondire all’epoca grazie all’apporto di Sigmund Freud e della psicoanalisi.

In questa rappresentazione alquanto atemporale ( per la poliedricità dei costumi e per la scenografia ) l’azione cambia ambientazione e da un angusto cortile sul retro del palazzo degli Atridi a Micene, si sposta in una sala con al centro un tavolone bianco che occupa la scena a cui siedono l’amante Egisto ( un incrocio tra un re ridicolo e un sadico caligoliano ) e, ben distante, Clitennestra ( tra l’austero e il faceto ), sotto lo sguardo tra l’atterrito e il divertito di tre cameriere pronte a servire e un musico Aio, seduto in disparte con la sua chitarra. Anche adesso sono passati molti anni da quando la coppia ha ucciso a tradimento il marito di lei Agamennone, da quando il figlio Oreste, dato per ormai morto, è stato allontanato dal palazzo, e nell’aria aleggia un senso di disperazione se non di follia, mentre resta tuttavia la presenza ingombrante dell’uccisione di Agamennone e la figura di Elettra che è richiamata spesso neanche facesse da collante necessario di tutto il dolore che incombe.

Ma la disperazione e la follia entrano prepotentemente in scena con la figlia Elettra costretta a una vita di umiliazioni e percosse nella casa degli assassini, “vive e non vive”, mostra una non riconciliazione possibile e una resistenza al lutto con atteggiamenti animaleschi, mostrando senza vergogna sul suo corpo i segni del tempo che fugge inesorabile, ma resta soprattutto come un fantasma accusatore della madre che viene incolpata dell’assassinio di Agamennone. Attraverso contorcimenti, rotolamenti per terra, urla disperata, testimonia la brutale condizione in cui versa e dell’odio generato in lei dal male subito.   E in questa casa del lutto e della colpa, Elettra non riesce mai a staccarsi dal dolore che prova, nemmeno grazie alla giovane sorella Crisotemi, che a differenza di lei vorrebbe dimenticare, vivere e provare a essere felice, diventando moglie e madre; tantomeno la tormentata Clitennestra, che da lei cerca conforto da una vita d’angoscia e di paura. E una sera ricompare dall’ombra ( come un novello Ulisse ) Oreste, è tornato per la sua vendetta come nel sogno di Clitennestra che le ha predetto che cadrà per mano sua. E come in un sogno sembra compiersi la vendetta…

Nell’opera di Hofmannsthal c’è lo spaccato della devastazione della psiche della protagonista distrutta dall’odio, un odio che, a sua volta, trasforma la vittima in carnefice, costituendo il vero dramma umano al centro dell’opera e riveste questo dramma di suggestive immagini metaforiche. Invece a Scarpinato sembra un po’ sfuggirgli questa intenzione e si sofferma di più su Elettra e sulla sintomatologia tipica dei disturbi isterici studiati in quegli anni da Freud e la mette talmente al centro di tutto che la pur importante figura dell’assassina di Agamennone sbiadisce e mostra non a sufficienza il tormento senza tregua che la debilita emotivamente. L’intenzione dichiarata del regista è “ Pugno nello stomaco, lama che affonda: quasi una travolgente successione di inquadrature cinematografiche, un “thriller dell’anima” dal ritmo incalzante e forsennato “, invece a volte queste intenzioni si trasformano più in un sussurri e grida di un doppio sogno.

 

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