Felicità – di Francesca Rigotti

l2007042313041 giovedì 28 luglio, 2016
Articolo scelto dalla Redazione
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La felicità è uno dei miti dell’oggi, insieme alla creatività, per la quale ognuno vorrebbe avere la ricetta, che rimane invece, insieme a quella per la felicità, un sogno, un miraggio, una chimera, un’araba fenice che nessuno sa dove sia. Chi riuscisse a trovare la ricetta della felicità diventerebbe un eroe del nostro tempo, un benefattore dell’umanità come Pasteur e Fleming. Noi che non abbiamo tali ambizioni non proporremo ricette o formule magiche bensì, da filosofi quali cerchiamo di essere, proporremo definizioni del concetto di felicità e cercheremo di individuare alcune trasformazioni dello stesso nel corso della storia del pensiero. Ci chiederemo anche se la felicità sia un diritto, analogo magari ai diritti alla vita e alla libertà, un diritto primario dunque, come recita la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America e come oggi molti di noi, non soltanto negli Stati Uniti, sembrano credere.

Viviamo infatti in un’epoca ossessionata dalla ricerca della felicità. Convegni, seminari, dibattiti televisivi, articoli e trasmissioni, siti e blog, persino festival, almeno in Italia dove c’è un festival per tutte le occasioni, dalla Canzone Italiana all’Economia.

La felicità e il suo successo

Che cos’è dunque la felicità? La felicità è uno stato d’animo. Non una passione, come l’ira; più un sentimento, come l’amore; e soprattutto una condizione di soddisfazione piena; uno stato in cui il nostro animo è sereno, non turbato da dolori e preoccupazioni, e capace di godere di tale stato. Oppure un momento in cui un evento fausto supera, riempiendo completamente l’animo, la presenza di dolori e preoccupazioni. La felicità è un concetto valutativo per eccellenza, un po’ come la libertà, per il quale è difficile trovare voci contrastanti che dicano che essere felici, come essere liberi, non va bene. Felicità è persino una parola che fa vendere: alcuni non lo sanno ma altri lo sanno benissimo e infilano la parola nei titoli dei libri, o nelle traduzioni dei film, sperando di farne best-sellers e campioni di incassi, come quando si mette un’altra parola di questo genere, cuore. Non so perché è così ma so che è così.

Nel 1991 un eclettico personaggio, scrittore e attore, Angelo Maria Pellegrino, ebbe l’idea di tradurre un testo di Epicuro, il filosofo greco che fondò ad Atene, nei pressi dell’Acropoli, la scuola filosofica che divenne famosa col nome di giardino (képos) di Epicuro.

 

Il testo era la Lettera a Meneceo, contenuta nel libro X delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, ben nota agli studiosi che ne parlavano come della Lettera a Meneceo, finché a Pellegrini venne l’idea di tradurla col titolo di Lettera sulla felicità e di pubblicarla per le edizioni Stampa Alternativa, nella collana che costava e si chiamava Millelire. Bene. Il libro fu, senza grandi battage pubblicitari, un successo editoriale strepitoso.

Per quanto riguarda in particolare la fortuna della lettera di Epicuro, un altro punto a favore di Pellegrino fu che tradusse il verbo contenuto nella frase iniziale del testo, philosopheîn, con «conoscere la felicità» invece che con un banale «filosofare».

 

Oh Meneceo,

mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità… [anzi] che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.

 

Ma perché il concetto ci sollecita, la parola ci attrae, il termine ci colpisce al punto di farci acquistare l’opera (il prezzo era modesto, d’accordo), prima domanda, e seconda questione, di quale felicità parla Epicuro?

Personalmente ritengo che l’attuale ricerca/ossessione della felicità corrisponda al desiderio di superare la solitudine sociale nella quale viviamo (anche se in sé la solitudine è un grandissimo valore). Siamo soli, socialmente isolati, noi che siamo cittadini globali di imperi sovranazionali, privati della politica o ridotti ai suoi margini, soggetti di giochi economici che non comprendiamo e sui quali siamo incapaci di intervenire. Noi che i nostri figli giocano da soli in casa o talvolta in compagnia sì ma in strutture protette dove anche il gioco è organizzato dagli adulti: bambini che non conoscono la felicità più grande, quella del gioco all’aperto gestito dai bambini senza gli adulti, seguendo regole di gioco che gli adulti hanno dimenticato.

 

Noi che ci facciamo sopraffare dall’ansietà, dalla noia e dalla solitudine anche se abbiamo tanti soldi e tanti smartphones, l’I-Pad e il Kindle e possiamo dare ai bambini camerette singole e l’I-Phone e abitini firmati.

E il concetto di felicità elaborato da Epicuro? Il filosofo riteneva che non può esistere vera felicità senza il piacere; che non v’è essere umano che non compia le proprie scelte in base al piacere che offrono perché il piacere è lo stato naturale che ogni essere vivente cerca, mentre fugge per istinto e per ragione il dolore. Il piacere, dice Epicuro, non è diverso dal vivere, è il vivere stesso, e la nostra sensibilità tende a mantenere lo stato naturale di benessere. La felicità non si raggiunge però, e questo è il punto assolutamente centrale alla dottrina epicurea, soddisfacendo sempre nuovi desideri, bensì cercando di controllarli o addirittura di non averne. Questa è l’essenza dell’epicureismo: conoscere la felicità, raggiungere uno stato di tranquillità interiore, conseguire l’appagamento della pace del corpo grazie alla soppressione di desideri e ansie. Tale serenità aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno, facendo del piacere un bene e del bene un piacere.

 

Ercole al bivio

 

Alla concezione della felicità di Epicuro se ne contrappose per lungo tempo un’altra, di tipo intellettuale più che sensoriale, che identificava la felicità con la virtù. Sii virtuoso e sarai felice, predicava la corrente del pensiero antico che faceva capo a Socrate e che incarnava, ammettiamolo, l’ideologia dei ceti dirigenti i quali, possedendo già i beni materiali, potevano permettersi di dichiararli irrilevanti per il conseguimento della felicità; mentre i poveracci si attenevano prosaicamente alla linea di pensiero che identificava la felicità col piacere, aspramente criticata dai virtuosi. Nell’antichità la scelta tra le due concezioni viene metaforizzata nell’apologo di Prodico di Ceo contenuta nei Memorabili di Senofonte e conosciuto come la storia di Ercole al bivio.

Nelle varie immagini che illustrano l’episodio, Ercole è rappresentato tra due giovani donne: una gli fa capire che la via che conduce alla virtù, che ella stessa personifica, è faticosa e piena di ostacoli; l’altra gli indica la via del piacere . Le due donne sono, una sobria e riservata, l’altra splendida e appariscente, una assertrice della concezione etica della felicità, l’altra propugnatrice della concezione edonistica, mentre indicano all’eroe i rispettivi cammini.

 

Il calcolo dei piaceri e dei dolori

 

Trasportiamo la versione edonistica della felicità, centrata sul piacere, ai giorni nostri. Essa informa la dottrina etica chiamata «utilitarismo», propugnata oggi da fior di intellettuali e filosofi, da Peter Singer a Michel Onfray. Si tratta della ripresa contemporanea del tema epicureo-edonistico che ebbe una nuova fioritura nel Settecento, il secolo dei Lumi e del culto della felicità.

Il filosofo francese Maupertuis fece della felicità una questione aritmetica, notando nel 1749, che essa risulta dalla somma dei beni che restano dopo aver sottratto tutti i mali; lo scozzese Francis Hutcheson aveva precedentemente affermato, del resto, che «l’azione migliore è quella che procura la maggior felicità al maggior numero di persone». Questo assioma verrà ripreso e portato alle estreme conseguenze alla fine del secolo XVIII dall’inglese Jeremy Bentham. Riprendendo l’idea di Epicuro che il piacere sia intrinsecamente buono, e che la felicità sia misurabile (in base all’intensità, alla durata e alla certezza del piacere), Bentham proponeva di far precedere le scelte individuali e collettive, personali e politiche, dal calcolo dei piaceri e dei dolori, decidendo in base ai risultati che avrebbero assicurato la felicità per il maggior numero. Sembra un ragionamento astruso o perverso, ma il realtà è quello tutti i giorni facciamo e applichiamo di fronte alle scelte della vita. Per fare un esempio banale: se dobbiamo decidere se uno dei coniugi debba accettare un lavoro meglio pagato in un’altra città che prevede il trasloco di tutti i familiari è difficile che ci chiediamo se questo sia deontologicamente giusto o no, se provochi o meno una felicità virtuosa: ci chiederemo piuttosto, facendo dell’utilitarismo senza saperlo, come si possa condurre l’operazione minimizzando i dolori e massimizzando i piaceri e i vantaggi di tutti i membri della famiglia.

 

Tornando a Bentham, egli non faceva che raccogliere e codificare l’entusiasmo dei teorici della Rivoluzione Francese per quella magnifica invenzione che furono i diritti dell’uomo affermati per la prima volta in forma moderna nella dichiarazione del 1789; lì mancava il diritto alla felicità, che venne inserito in una nuova Dichiarazione del 1793, molto più ambiziosa della precedente, e poi però bandito e cancellato nelle successive versioni già a partire da quella del 1794.

Il diritto alla felicità, o meglio al perseguimento della stessa, era però comparso, e rimasto, nella Dichiarazione di Indipendenza delle colonie che fondarono il nucleo degli Stati Uniti d’America, promulgata nel 1776, scritta da Thomas Jefferson e mille volte emendata ma non su quel punto, che rimase tale e quale.

Se Jefferson, che era uno scettico e un libero pensatore (ma anche uno schiavista, razzista e sessista, anche se queste cose non le dice mai nessuno, per il quale i diritti, compreso quello alla felicità, erano riservati ai maschi bianchi), se Jefferson fosse stato Ercole, quale via avrebbe intrapreso? Di certo quella del piacere: Jefferson si definiva «epicureo» e con questo attributo rimandava al diritto di perseguire i piaceri e godere dell’esistenza, anche perché per lui la felicità terrena individuale contribuiva alla felicità generale.

 

Dalla filosofia alla politica all’economia, fino alla qualità della vita e alla positività

 

Diciamo per inciso che ci siamo fin qui occupati, e continueremo a farlo, dell’unica felicità rilevante dal punto di vista filosofico, cioè la felicità qui e sulla terra. Non ci occupiamo, non essendo il nostro campo, degli aspetti teologici, quindi della felicità dopo la morte, la felicità nella cosiddetta vita eterna dell’anima, che è un altro tipo ancora di felicità, cioè la felicità attraverso l’infelicità, il sacrificio e la rinuncia decretata dal Discorso delle Beatitudini di Gesù e ripresa e elaborata da Agostino e da Tommaso; il quale la sistemò comunque in forme più accomodanti ammettendo la possibilità di trovare sulla terra una forma di felicità, certo parziale e ridotta, seguendo la regola monastica, che presenta il doppio vantaggio di garantire una vita abbastanza tranquilla quindi felice in terra e di aprire una corsia preferenziale nell’accesso alla felicità celeste.

Passiamo ora alle trasformazioni teorico-concettuali che la nostra felicità subisce in epoca moderna e contemporanea; ne ho individuate quattro.

 

 

Quattro trasformazioni teorico-concettuali della felicità

 

La prima l’abbiamo già vista, ed è quella grazie alla quale nel Settecento la felicità passa ad essere, da argomento filosofico che era, argomento politico, basandosi sul calcolo dei piaceri e dei dolori e facendo dipendere dal risultato di felicità collettiva il criterio di scelta. Assistiamo successivamente, nell’Ottocento, a una seconda trasformazione della felicità da concetto politico a concetto economico, con le dottrine socialiste e marxiste che vedevano la realizzazione della felicità collettiva e anche individuale nel riscatto dalla povertà e dallo sfruttamento e nella realizzazione dell’eguaglianza economica, e successivamente nel benessere generalizzato.

Un’ulteriore trasformazione, la terza, anticipata negli anni ’60 del Novecento per es. nel famoso discorso di Robert Kennedy riguardante i fattori di felicità diversi dal prodotto interno lordo, individua come parametro di felicità non soltanto la ricchezza ma anche e soprattutto la qualità della vita:

 

«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni…Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

 

Belle parole sì, da prendere tuttavia cum grano salis, giacché lo stesso Robert Kennedy predicava in altri discorsi la soppressione dello stato sociale (per quel poco che se ne godeva e se ne gode negli USA) e l’affidamento dei suoi compiti alle risorse private nate dalla presunta libera iniziativa e intraprendenza individuale secondo i principi del liberalismo economico.

In ogni caso prendiamo per buono almeno questo discorso e aggiungiamo, da cittadini del secolo XXI, a ciò che rende la vita degna di essere vissuta e rende felici, almeno altri tre fattori: il silenzio, il buio, la visione del cielo stellato.

Vedo una quarta trasformazione del concetto di felicità nella trasformazione che insiste da una parte sul rilievo dei legami sociali, dall’altra sulla positività della persona. Il tema dei legami sociali riprende in parte temi antichissimi, come l’importanza, per la felicità, dell’amicizia, affermata da Cicerone ma prima di lui ancora dal nostro Epicuro, che scrive nella famosa lettera:

 

Il bene più grande che il nostro sapere ci offre per la felicità di tutta la vita è l’acquisto dell’amicizia.

 

Amicizia, relazioni umane, attivazione altruista e simili sono i temi che alimentano oggi il mito della felicità. Accanto ad essi troviamo l’emergere di una nuova positività per la costruzione di qualità umane individuali che contribuiscano a dar luogo a società fiorenti e felici: quindi ottimismo, coraggio, lavoro etico, relazioni interpersonali, responsabilità sociale.

 

Il filo del destino e l’argomento etimologico

 

Oggi la ricerca della felicità sembra supplire in qualche modo all’aspirazione ad un mondo più alto, di realizzazione di una vita piena grazie al proprio impegno, alle proprie forze, alla propria intraprendenza, ai propri meriti e talenti. Dirò qualcosa per smontare questa visione ottimisticamente ingenua e un po’ puerile. Non credete a queste facili idee, mi vien da dire, o per lo meno considerate anche l’altra faccia della medaglia, considerate la saggezza dei pagani che gli antichi inventori delle parole inserirono nel linguaggio.

Quali sono quindi, per concludere, in maniera insolita, con l’argomento etimologico, che di regola mettiamo agli inizi dei nostri saggi, quali sono i termini per designare la felicità e che cosa ci vogliono dire? Cominciamo dall’antico greco, per rispetto a Epicuro, e notiamo che i termini che designano chi è felice e contento sono makários (benedetto dagli dèi) e eudaìmon (che ha un buon demone, è favorito dal dio): per gli antichi pagani infatti ciò che noi chiamiamo felicità è in stretto rapporto con la fortuna. Il felix latino, da cui i nostri felice e felicità, devia leggermente dalla linea perché rimanda alla radice phyo, fertile, fecondo (felice è chi ha tanto grano e tanti figli). Ma nelle altre lingue europee ciò che designa la felicità ha un legame con le idee di fortuna e di destino, e talvolta è proprio sinonimo di fortuna, come nel tedesco Glück, felicità e fortuna. Il francese bonheur viene da una radice eür che non è l’ora bensì una contrazione del latino augurium, da augere: accrescimento di un’impresa voluto dal dio; gli inglesi happy e happiness vengono dalla radice hap, ciò che accade, la fortuna (come in perhaps, se la fortuna lo vuole). Le lingue insomma, molto più sagge di noi, conservano l’idea che la felicità sia questione di fortuna e di destino e che pertanto non dipenda da noi e dalla nostra volontà.

Questo concetto lo esprimiamo ogni volta che diciamo happiness, Glück o bonheur ma non ci piace. Gli esseri umani non gradiscono sentirsi dire che si è determinati e preferiscono di gran lunga credere di essere liberi, inventandosi curiose teorie sulla loro libertà e ancor più bizzarre ragioni che motivano tale ipotesi.

 

Io penso che molte delle storie che si raccontano sulla realizzazione individuale che grazie alla tenacia, al coraggio e all’intraprendenza trionfa sulle avversità siano nient’altro che favole, resilienza compresa. Penso che il peso del destino sia più forte di come ce lo raccontiamo, che determinante sia dove e quando e come nasci, con quanto talento vieni al mondo e con quale educazione a sfruttare con lo sforzo il tuo talento. Penso che il fatto di appartenere alla «generazione persa», come l’ha definita il presidente Monti, sia una questione di destino e di fortuna, come fu destino e fortuna per altre generazioni nascere durante il boom economico. Questo almeno per quanto riguarda il benessere materiale che non è certo tutta la felicità ma di certo ne costituisce una buona base perché ti permette di fare dei programmi e guardare al futuro.

Certo che poi a comporre la felicità concorrono altri fattori, oltre al benessere, non necessariamente alto: si può essere felice con un aspetto della vita (per es. il lavoro) e triste o infelice su un altro (le relazioni personali); essere un ricco uomo d’affari con yacht da crociera e avere il cruccio di un figlio disabile. Per esplorare la felicità di una persona bisognerebbe considerare tutti i livelli dell’esistenza umana: famiglia, amici, lavoro, ambiente, e tener inoltre presente che le pene del corpo sono dolorose, ma quelle dell’animo lo sono molto di più.

 

 

Non si può comunque trascurare o mettere in ridicolo il destino, la fortuna, la lotteria sociale: senza voler dire che siamo completamente nelle mani di burattinai pazzi che reggono i fili della nostra vita, vorrei concludere sottolineando che per il raggiungimento della felicità nelle varie maniere che le trasformazioni del concetto hanno indicato non è indifferente il fattore fortuna, caso, destino, contro il quale occorre bandire campagne molto impegnative per pareggiare con l’eguaglianza della felicità le disuguaglianze della sfortuna. Perché è la felicità è come della libertà, o è un diritto di tutti e allora va bene perseguirla, ma se deve essere un privilegio per alcuni, non ci interessa.

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