Ferlinghetti e gli altri/ Gente che voleva abolir le frontiere – di Matteo Guarnaccia per Rivista Anarchica

p068-003 venerdì 4 agosto, 2017
Articolo scelto dalla Redazione
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24 ore Cultura ha recentemente pubblicato, di Matteo Guarnaccia, Hippy Revolution – storie e avventure della Summer of love, 1967 – 2017 (Milano 2017, pp. 158, 19,90). Il Saggiatore ha pubblicato, a sua volta, di Lawrence Ferlinghetti, Scrivendo sulla strada – Diari di viaggio e di letteratura (Milano 2017, pp. 464, 42,00) All’autore del primo libro, e grande esperto di Beat Generation & dintorni, abbiamo chiesto 5.000 battute spazi compresi, libere in tutti i sensi. E Matteo ci ha inviato questo testo.

Nel turbolento lasso di tempo compreso tra la guerra di Corea e quella del Vietnam, gli anni della “perdita dell’innocenza”, una serie di sottili libretti stampati da una piccola casa editrice di San Francisco, contribuirono, in maniera decisiva, ad alimentare i dubbi e le visioni di una generazione di giovani ribelli che si era svegliata di soprassalto dal sogno americano.
La lettura di quei piccoli austeri gioielli cartacei, rigorosamente in bianco e nero, faceva parte del curriculum di ogni sovversivo e sognatore del periodo. La casa editrice si chiamava – in omaggio al famoso film di Charlie Chaplin – City Lights, ed i suoi “uffici” si trovavano nell’omonima libreria del quartiere bohemien di North Beach, San Francisco, tra vecchi bar italo-americani.
Le scricchiolanti assi del pavimento del City Lights Bookstore – diventato una sorta di avamposto del dissenso – erano incessantemente consumate da poeti, curiosi e poliziotti allarmati dall’offerta di opere “proibite”. Beatnick e altre creature arruffate, cercavano sollievo e carburante psichico rovistando nel catalogo della City Lights che offriva ospitalità a Céline e a Buddha, a Ghandi e Lautremont, ma il cui piatto forte erano le opere degli esponenti della beat generation, di cui l’editore-proprietario, un ex militare della marina, un brillante poeta di origine italiana Lawrence Ferlinghetti, era sodale e amico.
La famosa foto di gruppo degli artisti e poeti beat e proto-hippie, scattata da Larry Keenan nel 1965, davanti alla libreria che lo ritrae – vestito con una djellaba marocchina – nell’atto di proteggere tutti sotto un ombrello, è una perfetta rappresentazione simbolica del ruolo da lui svolto in quella comunità artistica e esistenziale.
Nel 1957, la pubblicazione dello “scandaloso” e amabilmente osceno Howl di Allen Ginsberg, trasformò il coraggioso editore in un bersaglio della legge. Lui venne arrestato e trattato come un delinquente, l’opera sequestrata e il processo che seguì segnò la storia della giurisprudenza statunitense in merito al concetto di libertà di espressione.

Luoghi ed eventi della San Francisco Beat. Disegno di Matteo
Guarnaccia dal suo libro Hippy Revolution

 

La libreria City Lights a North Beach nei primi anni ’60.
Disegno di Matteo Guarnaccia dal suo libro Hippy Revolution

Oggi Ferlinghetti è un pimpante e affascinante signore di novantotto anni, un artista dagli occhi che ridono, che non ha ancora appeso al chiodo la sua voglia di “sovvertire il paradigma della realtà dominante”, di abbandonare quella guerriglia poetica che i beat intrapresero per salvare “quel mandorlo fiorito e quell’orrore per la guerra che albergano in ogni cuore d’uomo”. È uno degli ultimi superstiti di quel gruppetto di disadattati, di amici strampalati, beati e sbattuti – Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, Jack Cassady, Gary Snyder, Peter Orlovsky – che alla fine della Seconda guerra mondiale, guizzando selvaggiamente controcorrente, si era messo in testa di celebrare la vita, sfidando l’american way of life armato solo di poesia e faccia tosta. Una confraternita letteraria che si è inventata uno stile di vita leggendario capace di stregare le menti di milioni di persone, divenuta senza volerlo, portabandiera della ribellione contro la segregazione razziale, il militarismo rampante, i diritti civili negati alle minoranze etniche e sessuali, la caccia alle streghe maccartista, la devastazione della natura, la scelta tra il morire di noia o di olocausto nucleare.
Gente che voleva abolire le frontiere, i controlli, la distanza tra gli esseri umani. Ferlinghetti lavora ancora dalla sua libreria, contro il clima di paranoia e sospetto che inquina i rapporti quotidiani e che, oggi come negli anni Cinquanta, è in larga parte da addebitarsi alla politica dell’amministrazione guidata dal “Grande Padre Bianco che sta nella Casa Bianca”. L’arsenale poetico di Ferlinghetti, si poggia non solo sulla parola scritta ma anche sulla forza disarmante della sua produzione grafica e pittorica.

Chi non si ricorda degli appunti visivi che costellavano le sue opere della City Lights, come “Her” o “The Mexican Nights”? Schizzi asciutti che rimandano agli stilemi della tecnica pittorica zen, così amata da tutti gli scrittori della beat generation. Ideogrammi allusivi, che vibrano ancora del gesto che li ha composti e che fanno inevitabilmente venire alla mente i grandi tazebao della rivoluzione culturale cinese (anche se la sua rivoluzione culturale è stata sicuramente più gioiosa e pacifica). Fluidi ideogrammi alati, eloquenti come vessilli barbarici issati dopo un’aspra battaglia. Odorano di preistoria e luci al neon; posseggono la forza destabilizzante dei saluti lasciati col rossetto da amanti clandestini sullo specchio di un motel anonimo.
L’inesausta energia emotiva del poeta, ancora oggi ci spinge, con ferma gentilezza, a seguire Basho e Coltrane a spasso per Coney Island. La sua poesia generosa ha contribuito a posticipare la fine del mondo – anche se solo per il tempo di un’altra lettura e di un altro scarabocchio in barba ad ogni assurda interdizione. E ogni giorno, sorridendo con gli occhi, Lawrence Ferlinghetti continua a tenere accese le luci della città.

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