Gemma Bovary ( Anne Fontaine, 2014 )

imm sabato 31 gennaio, 2015
Domenico Astuti
Letto 55 volte

Abbiamo visto “ Gemma Bovery “ regia di Anne Fontaine.

Alla fine della visione resta un senso indefinito di incompiutezza, una sensazione di effimero e di narrazione fine a se stessa, come possono essere quei dolcetti che si mangiano e resta sul palato solo una sensazione di dolciastro e in fondo di inutilità. Certo Gemma Bovery è tratto da un grafic-novel ( del 1999 di Posy Simmonds ) e racconta in chiave tragicomica la vita di una bella ragazzotta inglese trasferitasi, quasi fuggita, da Londra e giunta in un paesino tranquillo della Normandia con il nuovo e un po’ anziano marito, e dell’ossessione quasi voyeuristica di un panettiere che la osserva e l’immagina come il personaggio letterario che più ama, madame Bovery. Ma il gioco narrativo filmico di coniugare letteratura e vita reale, di farli correre in parallelo fino alla conclusione finale è cosa complessa e ‘ alta ‘ ( ricordiamo il recente Molière in bicicletta, sempre con il bravo Lucchini o il quasi perfetto La donna del tenente francese di Reisz con la sceneggiatura di Pinter ) mentre in questo film Anne Fontaine ( attrice lussemburghese-francese e negli ultimi due decenni regista di ben 13 film di cui il penultimo è stato Two Mothers: storia di due amiche che si innamorano ciascuna del figlio dell’altra ) gira un po’ a vuoto con la sua scelta registica: il racconto inizia leggero, delicato, quasi senza sostanza, tra giochi di sguardi, imbranataggini di un panettiere-voce narrante e i sospiri di una bella ragazza desiderosa di passione e sesso, per poi trasformarsi nella seconda parte, in un cicaleggio di inconsistenza narrativa. Insomma la regista non sa scegliere tra realizzare un film leggero, godibile, anche divertente o la profondità della letteratura di Flaubert e dei suoi personaggi in chiave metanarrativa. E tutti gli uomini della signora Gemma Bovary ( ben quattro ) appaiono figure sfocate, per niente approfondite, quasi delle figurine stereotipate, mentre la bella e forse brava Gemma Arterton non può reggere il film.

Martin Joubert ( un bravissimo Fabrice Lucchini che però si sta relegando da alcuni anni nello stesso personaggio ) vive da sette anni in provincia con moglie e figlio, ha riaperto la panetteria familiare e vive serenamente ma forse nasconde un po’ d’inquietudine. Ama leggere e il suo libro preferito è Madame Bovery. Trascorre le giornate impastando e preparando pane e croissants, ascoltando la radio culturale francese e osservando il mondo intorno a sé. Di fronte alla sua villetta vengono ad abitare una coppia di inglesi Gemma ( Gemma Arterton ) e Charles Bovery ( Jason Flemyng ). Lei è giovane, bella e si stanca presto di un marito adulto e un po’ chiuso in sé, ma anche della vita di paese, naturalmente monotona e ripetitiva; inizia a guardarsi intorno e il suo sguardo cade su un giovane nobile che è venuto per qualche tempo nel castello di famiglia per studiare per un esame che lo farà diventare avvocato; ma anche il panettiere ne diventa un po’ amico e confidente e in lui nasce il timore che lei possa – come il personaggio di Flaubert – fare la stessa fine. La osserva da lontano, la segue con discrezione, la scorge mentre inizia la relazione col giovane e rimugina di notte su di lei. Insomma era anche lui venuto a nascondersi nella tranquilla provincia ” per trovare equilibrio e serenità ” e invece la nuova vicina di casa lo risveglia dal torpore dell’esistenza.

La storia inizia dalla fine, Joubert, fa visita a Charlie Bovery, ormai vedovo e pronto a ritornare a Londra. Durante la visita scopre che Gemma scriveva un diario che il marito non vuole leggere e allora ne ruba l’ultimo quaderno, quello che racconta la vita di lei nel paese. Torna a casa e l’inizia a leggerlo: Gemma è stata lasciata a Londra dal suo ricco amante, egoista e fedifrago, Patrick Grande, e allora si sposa con Charlie, un semplice restauratore di mobili e oggetti antichi; entrambi stanchi della vita londinese vendono casa e vanno a vivere a Bailleville in Normandia. E da qui oltre al binario parallelo vita e letteratura, c’è un altro binario, lettura del diario di lei e Joubert che la segue, avvenimenti che si impastano con coerenza ma che non rispettano ( per noi vecchi cinefili ) la sintassi narrativa. E il massimo della incoerenza narrativa è nel post finale, quando da tragicomico si trasforma in grottesco, il figlio di Joubert fa uno scherzo al padre, gli dice che la famiglia che è venuta ad abitare di fronte, nella casa dei Bovery sono dei russi che si chiamano Karenin e lo stolto Joubert corre a conoscere Anna.

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