Gli abbracci spezzati – recensione.

imm sabato 14 novembre, 2009
Domenico Astuti
Letto 72 volte

Abbiamo visto “ Gli abbracci spezzati “ diretto da Pedro Almodovar.
Quando il Cinema era Cinema, alludo a quello americano degli anni Trenta e Quaranta, esisteva una famosa definizione “ Il tocco alla Lubitsch “ ( regista tedesco nato nel !892 e morto nel 1947, emigrato negli Stati Uniti nel 1922 e divenuto il più grande regista americano anche se di americano aveva ben poco. Suoi film più famosi, Ninotchka, Scrivimi fermo posta, Vogliamo vivere, Il cielo può attendere ). Era uno stile geniale e perfetto che molti hanno cercato di imitare ma nessuno vi è riuscito. Ne parla con stile e leggerezza, Wilder nell’amorevole libro “ Conversazioni con Billy Wilder “ scritto magnificamente da Cameron Crowe. Azzardando un paragone, oggi potremmo dire “ Il tocco all’Almodovar “ e anche in questo caso molti hanno cercato di imitarlo senza tuttavia riuscirci. Almodovar è sicuramente tra i registi più importanti degli ultimi venti anni, chiunque si avvicini al suo magma narrativo non può non trovare un’originalità, una modernità, “ una follia “ fuori dal comune. Anche in questo film riesce a rendere credibile ed emozionante una storia fondamentalmente non sempre coerente e complessa da raccontare. Con delle incongruenze tipiche del cinema americano degli anni cinquanta ( L’amica del regista che torna nell’albergo dopo l’incidente semimortale e trova la camera intatta dopo settimane di abbandono ). Ecco, questo è “ Il tocco “, quello che per altri registi sarebbe impossibile da rendere credibile lui lo rende armonioso e “ felice “ drammaturgicamente. Si può citare come esempio il Giano Bifronte, come l’antica divinità ha uno sguardo sul presente e uno sul passato. In questo film ci sono omaggi al cinema di Rossellini ( Viaggio in Italia, visto in televisione ), a quello di Antonioni ( la foto dei due innamorati nel prato, in campo lungo ricorda Blow Up ), a quello di Hitchcock ( la protagonista spinta per le scale dal marito geloso… poi ferita portata in braccio dallo stesso marito verso l’automobile ), a Bunuel ( del periodo messicano, El ) allo stesso Almodovar ( tutto il finale è un omaggio al suo film più fresco e divertente Donne sull’orlo di una crisi di nervi, con una battuta dell’assessora che ricorda il Woody Allen di Prendi i soldi e scappa ). Porta avanti la storia tra passato e presente sia come “ tempi “ in cui è ambientato lo sviluppo drammaturgico 2008 e 1994, sia come “ omaggi “ cinematografici; sposta il racconto continuamente e imprevedibilmente, usando come generi il mèlo, il noir e la commedia con una maestria che non crea fratture o contraddizioni. Ma ‘lo sguardo’ è comunque rivolto rigorosamente all’indietro, verso il cinema e il piacere della costruzione narrativa tanto inattaccabile quanto razionale. La cecità del protagonista è la condizione esistenziale per chi ha troppo amato e rischiato nella vita asfittica degli altri e dell’oggi. In cui il ricordo si fa immagine. Il cinema che racconta il cinema ( Il protagonista era un regista ed oggi che non vede più immagina e scrive storie, l’amore della sua vita era un’aspirante attrice e la madre di suo figlio è un’organizzatrice di film ) e questo artificio palese è dichiarato «Questo è un fatto che succede solo nei film».
Raccontare linearmente e senza omissioni un film di Almodovar è compito arduo, se lo si rispettasse comunque si farebbe un’azione sbagliata e si cadrebbe inevitabilmente nell’improbabile. Ci proviamo convinti che il film sia molto meglio. C’è innanzitutto l’amore con la A maiuscola, di amori ce ne sono almeno tre: l’amour fou, che devasta e distrugge, l’amore tra genitori e figli e quello per il cinema. Mateo Blanco è stato un regista, oggi è cieco e ha deciso di tagliare i ponti con il passato cambiando anche il nome in Harry Caine ( il suono di questo nome rimanda al protagonista di Quarto potere di Welles ). Oggi scrive soggetti e sceneggiature aiutato dal giovane Diego e da sua madre Judit che è stata sua producer. Della sua vita passata non vuole ricordare nulla né rimpiangere nulla. Come se fosse morto ed oggi prende dalla vita quello che gli capita. Judit conosce perfettamente il tragico triangolo che ha visto coinvolto Mateo, il ricco Ernesto Martel e l’incantevole Lena ( Penelope Cruz ), quindici anni prima. Una storia d’amore passionale e di gelosia. A scatenare e a far venire a galla ciò che è saputo e ciò che si nasconde ancora oggi è la morte di Martel, la comparsa del figlio con un pretesto-pretestuoso e la partenza per lavoro di Judit. Restano soli per venti giorni Harry-Mateo e Diego e nelle lunghe giornate Mateo decide di raccontare al giovane ciò che è successo tanti anni prima e la causa della perdita della vista…
Nonostante i complimenti che abbiamo fatto a questo film e al suo regista dobbiamo dire però che l’opera è meno coinvolgente, più algida rispetto ai precedenti film. Come sono più freddi i personaggi principali ( in qualche momento brutali ). Bravo ‘ma un po’ lontano’ lo sceneggiatore cieco Lluis Homar ( Harry Caine ), brava, la ormai diva, Penelope Cruz ( che i questo film ha cercato di coniugare Audry Hepburn e Anna Magnani ), brava e gelida Blana Portillo ( Judit )

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