Grand Budapest Hotel ( Wes Anderson, 2013 )

lunedì 14 Aprile, 2014
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ Grand Budapest Hotel “ diretto da Wes Anderson.

Quando pensiamo alla letteratura mitteleuropea degli Anni Trenta, pensiamo alla nobiltà della sconfitta dei romanzi di Joseph Roth oppure a quell’ingegnere degli stati d’animo e dei comportamenti sociali che è stato Robert Musil oppure a quel palinsesto di simbolismi che è l’opera di Hugo von Hofmannsthal.  Ma lo scrittore più famoso dell’epoca ( a cui si rifà Anderson, e lo dichiara sui titoli di coda ) è quel Stefan Zweig che tra gli Anni Venti e gli Anni Trenta, è stato uno degli scrittori più famosi al mondo; autore erudito, viaggiatore in Europa e poi tra Asia e Americhe, scrittore di tanti libri ma non solo romanzi e di alcuni racconti, perfetto rappresentante e cantore sublime degli anni del declino e poi della fine dell’Impero Austroungarico.  Autore inserito da   Claudio Magris nel ” comparativismo mitteleuropeo ” che avvicina Svevo ad Andric, Schulz a Kafka.

Nelle interviste degli ultimi anni, Wes Anderson ( autore di film originalissimi e famosi come “ I Tanenbaum “, “ Il treno per Darjeeling “, “ Moonrise Kingdom “ ) ha citato spesso il grande scrittore austriaco andato a suicidarsi con la seconda moglie in Brasile.   Ha cercato di prendergli ‘ l’anima ‘, e in questo film ha confessato come sia stato “ quasi un plagio ” il suo “ Grand Budapest Hotel “ con l’ultimo romanzo di Zweig  “ Estasi di Libertà “.  Naturalmente, non la storia di per sé ma quell’humus mitteleuropeo che resta un luogo narrativo prezioso e resistente al tempo.  Anderson impasta i sentimenti di un’epoca e li fa lievitare con ironia, fa una trasposizione della vita reale dei tempi di Zweig, una vita onirica delle sue storie in una dimensione fiabesca, dolciaria e nera, in cui spesso si sorride.  E come ha scritto sagacemente Giancarlo Zappoli: Una riflessione sull’arte del narrare che può permettersi di parlare della realtà profittando di quanto di meno realistico si possa escogitare.

Wes Anderson è uno dei grandi registi in circolazione, in tutti i suoi film non ha mai sbagliato un colpo, facendo sempre centro.  Oramai c’è uno stile Anderson, stile inconfondibile, fatto di creatività, ricerca visiva, colori pastello e originalità narrative.  Stile  che ha affascinato milioni di spettatori e gran parte dei critici mondiali, molti sono suoi fans.  E nel mondo dell’immagine molti hanno dei debiti narrativi verso di lui, ed è stato state più volte omaggiato nel mondo dell’arte, dell’illustrazione, della moda e dei video.

Insomma annche questa volta Anderson ha realizzato un film prezioso, intelligente, ironico e ricco di trovate che riempiono lo schermo e danno al ritmo del film una leggerezza così poco ‘ coerente ‘ con il dramma di quei tempi ma che lascia stupiti, quasi divertito, lo spettatore che oltretutto resta anche meravigliato dall’enorme cast di alto livello e a volte con ruoli quasi marginali.

Siamo nell’immaginaria Zubrowska, al Grand Budapest Hotel ai nostri giorni.  E’ un albergo oramai quasi in dissuso, senza più il suo fascino, quasi in decadenza.  Vi sono pochi clienti, solitari e silenti, tra loro un giornalista ( un Jude Law che accetta sempre di più ruoli marginali nel grande cinema ) che vorrebbe sapere della mitica storia di quest’albergo e dell’epoca che rappresentava.  Per sua fortuna viene a soggiornare nell’albergo colui che è ritenuto l’ultimo proprietario ( F. Murray Abraham ), un uomo anziano che pernotta in una camera singola senza bagno.  I due scambiano due parole nelle vasche termali e il vecchio invita a cena il giornalista, e tra un bicchiere di vino e un buon secondo piatto gli racconta la sua storia e quella dei tempi che furono. E’ la storia di Monsieur Gustave H. ( un bravissimo e lievissimo Ralph Fiennes ), azzimato concierge, conoscitore delle regole della buona società  e con un debole per le signore  anziane con cui si accoppia senza alcuna difficoltà.   Poi c’è un bildungsroman del fattorino d’albergo orfano e quasi ancora adolescente Zero Moustafa ( un imperterrito e imperturbabile Toni Revolori ) che trova in Gustav il tutore e mèntore. Monsieur Gustave è di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel,  colloquia amabilmente, conosce le regole e riceve  le confidenza ( forse qualcosa di più ) dalle signore desiderose di un ultima primavera.  Una di queste l’ottuagenaria Madame D. gli lascerà nel testamento un prezioso quadro.  La dama appena rientrata nella sua casa muore e il figlio Dimitri accusa Gustave di averla assassinata.  L’uomo finisce in prigione senza alcuna colpa, ma con i suoi modi squisiti riesce a fare proseliti anche in carcere; complici alcuni pendagli da forca e grazie alla complicità del giovanissimo fattorino  riuscirà ad evadere e a ritornare nel suo amato albergo…  ma naturalmente c’è molto altro.

Anderson ha diretto al meglio un film splendido e sembra rifarsi alle opere dei grandi registi dell’epoca come Lubitsch ma si possono trovare dei tocchi alla Chaplin ed anche all’Orson Welles degli anni cinquanta.  Anderson crea un film perfetto per concretezza, leggerezza e incongruenza, il tutto con l’intenzione riuscita di farci levitare su una nuvola di panna.

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