Guerra aperta ai movimenti sociali – di Gianni Alioti

images sabato 28 marzo, 2020
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Anche nel 2019 la Colombia mantiene il primato mondiale per il numero di difensori dei diritti umani assassinati. La loro colpa? Battersi per proteggere l’ambiente, le terre indigene, la libertà di parola, i diritti di genere.

Dal giorno in cui ho finito di scrivere questo articolo a quando lo leggerete, il numero dei leader sociali assassinati in Colombia non sarà più lo stesso. Da inizio gennaio al 20 febbraio 2020 sono stati uccisi 44 leader sociali e comunitari. Gli ultimi due a Puerto Guzmán, Putumayo: Luis Alberto Parra Lozada e suo figlio Jader Alberto Parra, entrambi della Commissione di Azione Comunitaria – JAC. Sono stati prelevati con la forza dalle loro case il 10 febbraio, da un gruppo di persone armate. I loro corpi senza vita sono stati ritrovati solo dopo alcuni giorni. In questa regione, lo Human Rights Network aveva denunciato da mesi l’arrivo di un gruppo armato criminale chiamato Mafia Sinaloa.
Ma a minacciare e uccidere i leader sociali e comunitari non è solo la criminalità organizzata in guerra per il controllo del territorio. L’Organizzazione nazionale indigena della Colombia (ONIC) denuncia che il famigerato gruppo paramilitare Águilas Negras ha lanciato una nuova minaccia contro i leader indigeni dei dipartimenti di Cauca e Nariño (nel sud-ovest della Colombia).
Il Bloque Capital de las Águilas Negras, che opera a Bogotá, avrebbe scritto in un volantino di aver “identificato tutti i guerriglieri, i comunisti e i socialisti che stanno ponendo fine alla ricchezza del paese” e che presto “spariranno”. La verità, oltre la retorica ideologica dei gruppi para-militari, è che le “uccisioni senza fine” in Colombia riguardano in prevalenza i leader di specifici gruppi etnici, come indigeni e afro-colombiani, e i difensori dei diritti umani.
La Colombia, anche nel 2019, mantiene il triste primato al mondo per il numero di difensori dei diritti umani assassinati. La loro colpa è di battersi per proteggere l’ambiente, le terre indigene, la libertà di parola, i diritti di genere. Una cifra esorbitante, ben 107 persone assassinate. Sono oltre il terzo di quelle uccise in tutto il mondo (poco più di 300). Eppure nelle cronache dei media italiani, della violenza in Colombia di natura politico-sociale non c’è traccia.
Le Filippine sono al secondo posto, dopo la Colombia, con 43 uccisioni. Seguite da Brasile, Honduras e Messico. Dal rapporto di Front Line Defenders1 – la fondazione internazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani – si evince che oltre due terzi delle uccisioni totali hanno avuto luogo in America Latina. Il continente dove l’impunità di esecutori e mandanti degli omicidi è la norma.

Un “numero impressionante” di morti

Il rapporto Front Line Defenders descrive in dettaglio gli attacchi fisici, le campagne di diffamazione, le minacce alla sicurezza digitale, le molestie giudiziarie e gli attacchi di genere affrontati dai difensori dei diritti umani in tutto il mondo.

Nei casi in cui i dati sono disponibili, il rapporto rileva che:
l’85% delle persone uccise l’anno scorso era stato in precedenza minacciato individualmente o come parte della comunità o del gruppo in cui lavoravano;
il 13% delle vittime dichiarate erano donne;
il 40% degli uccisi lavorava in difesa della terra, dei popoli indigeni e dell’ambiente.
Anche in Colombia la violenza mirata contro i leader delle comunità, che si oppongono ai mega-progetti ambientalmente distruttivi, è cresciuta a spirale negli ultimi anni. Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha espresso allarme per il “numero impressionante” di attivisti sociali colombiani uccisi, nonostante lo storico accordo di pace del novembre 2016 volto a migliorare le condizioni nelle aree rurali controllate da gruppi armati (dalla guerriglia al narcotraffico ai para-militari). Nel mese di gennaio di quest’anno, oltre ai leader sociali e comunitari uccisi, sono stati assassinati anche altri 7 ex-guerriglieri delle FARC che, deposte le armi, avevano firmato l’accordo di pace. Si aggiungono ai 178 esponenti delle FARC uccisi dal momento della firma a fine 2019. “Questo circolo vizioso ed endemico di violenza e impunità deve finire”, ha dichiarato Marta Hurtado, portavoce dell’alto commissario ONU.
La stragrande maggioranza delle morti è avvenuta nelle aree rurali con tassi di povertà superiori alla media e in cui operano gruppi armati illegali. Alcune di queste aree erano in precedenza controllate dalle FARC. L’accordo di pace, che ha messo fine a oltre cinquant’anni di conflitto con la guerriglia di sinistra, prevede che sia il governo ad assicurare una presenza delle istituzioni anche nelle regioni remote, dove prospera la produzione di coca e il traffico illecito di stupefacenti, controllato dalle mafie internazionali.
Nonostante siano stati fatti alcuni progressi, la sostituzione delle colture di coca si sta rivelando più difficile del previsto. E il numero di omicidi mostra chiaramente che è necessario fare molto di più per garantire un ambiente sicuro per l’impegno politico e sociale, per espandere l’accesso alla sanità e all’educazione pubblica e migliorare le condizioni di vita delle comunità.
Più della metà degli omicidi hanno avuto luogo in quattro province – Antioquia, Arauca, Cauca e Caquetá – dove si concentrano i popoli originari e afro-colombiani. Il rappresentante speciale Carlos Ruiz, che dirige la Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia, ha dichiarato che “la pace non sarà pienamente raggiunta se le voci coraggiose dei leader sociali continuano a essere zittite attraverso la violenza e se gli ex combattenti che hanno deposto le loro armi e impegnati nella loro reintegrazione continuano a essere uccisi”.

Bogotá (Colombia), 21 novembre 2019 – Gli studenti marciano verso l’aeroporto
durante lo sciopero nazionale
Foto di Christoffer Wisberg / Shutterstock.com

 

“Matanza sin fin”

Il 17 febbraio, mentre scrivo questo articolo, ricevo la notizia che Jonathan Urbano Iguera, un giovane leader sindacale dell’USO (Unión Sindical Obrera de la industria del petróleo) di Puerto Gaitán, è stato vittima di un grave attentato. In viaggio per partecipare a un seminario sui diritti umani organizzato dal sindacato in quel comune, l’auto in cui si trova è crivellata da colpi di arma da fuoco sparati da due uomini in moto. Solo la rapida manovra dell’autista evita che lui e gli altri occupanti del veicolo finiscano ammazzati. Non è la prima aggressione che i sindacalisti della USO del dipartimento di Meta (regione del fiume Manacacias) subiscono. Ben otto di loro sono sotto minaccia da parte dei para-militari.
Va detto che in Colombia, seppur in diminuzione rispetto al passato, a fianco della crescita sistematica della violenza contro leader sociali e difensori dei diritti umani, anche la violenza anti-sindacale continua nel tempo. Specie contro sindacalisti del settore scolastico e di quello rurale. Nel 2019 secondo l’Escuela Nacional Sindical – ENS sono stati assassinati 13 leader sindacali. Un numero ancora esorbitante, seppur lontano dai 34 assassinati nel 2018.
Nei casi documentati di attivisti e leader sindacali uccisi, figurano tra i responsabili per il 72,6 per cento i gruppi para-militari e per il 19,0 per cento gli organismi statali (esercito e polizia). Solo i restanti casi di omicidio (8,4 per cento) sono attribuibili alla guerriglia di sinistra, ai datori di lavoro e alla delinquenza comune. Il fatto, però, più sorprendente è il livello altissimo d’impunità nei confronti dei responsabili: l’87 per cento. L’indice d’impunità dei responsabili del reato raggiunge addirittura il 99,8 per cento nei casi di minacce verso i sindacalisti.
È un’implicita dimostrazione sia del fatto che in Colombia non esiste tuttora uno Stato di Diritto, sia di quanto il sistema investigativo e giudiziario sia ancora pesantemente condizionato dalle oligarchie dominanti, abituate all’uso della violenza per perpetuarsi nel Potere.
La firma dell’accordo di pace che metteva fine a 53 anni di conflitto armato interno, era stato accolto con molta speranza dalla comunità internazionale. I lavoratori e i sindacalisti, tra le principali vittime di violenza sistematica e selettiva, erano stati tra i fautori più convinti. Finalmente si apriva la prospettiva di esercitare i propri diritti in un clima libero da intimidazioni e rappresaglie.
La creazione di un sistema di giustizia transitorio e riparativo avrebbe dovuto, se fosse stato correttamente implementato, risarcire le vittime ed evitare l’impunità su quanto accaduto. In questo modo si sarebbe assicurato verità e giustizia alle famiglie dei leader sociali, sindacalisti e difensori dei diritti umani assassinati. Inoltre, si sarebbero dovute restituire le terre agli oltre 7,8 milioni di contadini e indigeni sfollati a causa del conflitto armato.
Dopo oltre tre anni dall’accordo, il saldo è negativo. È abbastanza chiaro che l’attuale governo stia cercando di minare le basi costruite dall’accordo di pace. Non solo continua la “matanza sin fin” di leader sociali, difensori dei diritti umani ed ex-guerriglieri in una situazione d’impunità.

Guerra ai diritti sindacali

Il governo di Iván Duque Márquez ha anche dichiarato guerra ai diritti sindacali e dei lavoratori, avviando un’agenda neo-liberista di riforme economiche, del lavoro e del sistema previdenziale. In Colombia oltre 15 milioni di persone lavorano senza accesso alla sicurezza sociale. E solo il 4,6 per cento degli occupati è coperto dalla contrattazione collettiva.
Contro le politiche del governo, la marcia di protesta promossa dalle Centrali Sindacali (CGT, CTC, CUT) il 21 novembre 2019, insieme alle organizzazioni degli studenti, contadini, indigeni, afro-colombiani, pensionati e ambientalisti, si è trasformata in un’esplosione sociale senza precedenti nella storia del paese negli ultimi 70 anni. La sollevazione indigena in Ecuador contro il piano economico imposto dal FMI e l’imponente movimento sociale sviluppatosi in Cile hanno certamente avuto un “effetto contagio”. Per la prima volta dopo tanti anni, le strade delle principali città colombiane hanno visto sfilare milioni di persone, nonostante le minacce di repressione da parte del governo.
Alla moltitudine scesa in strada durante lo sciopero generale hanno fatto eco, la sera dello stesso giorno, “los cacelorazos” nei quartieri popolari. Un’azione spontanea convocata principalmente attraverso i social network. Un’enorme solidarietà e legittimità sociale per lo sciopero. Durante i giorni seguenti sono continuati i cortei e “los cacelorazos” nelle strade, nei quartieri e nei parchi. Accompagnati da gruppi musicali e di teatro. Uno spettacolo di euforia collettiva e arte di strada, contro le molteplici forme di oppressione dell’ordine stabilito e il cinismo dei suoi rappresentanti politici.
Da quel momento esiste in Colombia un sentimento popolare favorevole a scendere nelle strade per manifestare. Un sentimento accompagnato dalla convinzione che sia arrivato il momento di abbandonare la paura. Molti affermano che il paese non è più lo stesso dopo il 21 novembre.
In effetti, dopo il primo sciopero generale del 21 di novembre e le imponenti manifestazioni in molte città, le proteste proseguono senza interruzioni, specie a Bogotá, tra marce, “cacelorazos” e scontri con la polizia. Il 27 novembre è stato proclamato un secondo sciopero generale di 24 ore in omaggio a Dilan Cruz, un giovane di 18 anni morto in ospedale tre giorni dopo essere stato colpito alla testa il 23 novembre da un proiettile sparato da un agente di polizia durante un corteo. A Bogotá confluiscono migliaia di studenti universitari e comunità indigene da tutto il paese.
Anche nel mese di dicembre continua la mobilitazione, con “cacelorazos”, cortei, sit-in e blocchi stradali, ma anche con grandi concerti nei parchi e nelle strade di Bogotá. Iniziano anche le assemblee popolari nei quartieri della capitale, in preparazione di una grande assemblea nazionale a Bogotá il 6 e 7 dicembre. Subito dopo il terzo sciopero generale di 24 ore proclamato il 4 dicembre.
Durante il periodo di festa si apre una fase di tregua sociale in previsione di un avvio di negoziati, e il 13 gennaio 2020 si tiene il primo incontro tra governo nazionale e le organizzazioni sindacali, studentesche, sociali e indigene del “Comité del Paro Nacional”. Ma di fronte al fallimento del tentativo di dialogo, il 16 gennaio ripartono le proteste all’Università Nazionale di Colombia, culminate il 21 gennaio con un nuovo “cacerolazo” e il quarto sciopero generale di 24 ore.

Il governo non mette fine agli abusi

Secondo i dirigenti sindacali, nonostante ci siano state diverse riunioni con il governo, in realtà non si è mai aperto un effettivo tavolo di negoziazione. Non si è mai definita un’agenda, con modalità e cronogramma per discutere le singole richieste presentate dal “Comité del Paro Nacional”. Tantomeno Iván Duque Márquez ha dato segnali di una retromarcia del governo rispetto alle pesanti misure economiche annunciate2.
Infine, gli organi dello Stato non hanno finora dimostrato concretamente di voler porre un freno agli abusi delle forze militari e di polizia durante le manifestazioni e di voler perseguire i responsabili della violenza sistematica contro i leader sociali e comunitari.
Di fronte a tutto ciò, in assenza di risultati, la risposta del movimento 21N (come ormai è chiamato in Colombia) non può che essere la continuità della mobilitazione pacifica e di massa, intensificando l’azione diretta nei luoghi di lavoro. In questo senso, “contra el paquetazo de Duque, la Ocde, el FMI y el Banco Mundial, por la Vida y la Paz”, il 25 marzo 2020 si è tenuto il quinto sciopero generale di 24 ore negli ultimi 4 mesi.

Gianni Alioti

  1. Front Line Defenders Global Analysis 2019, County Dublin, Ireland 2020.
  2. Tra le tante misure economiche neo-liberiste incluse nel “paquetazo de Duque” quelle che hanno dato inizio al movimento 21N sono la riduzione del salario minimo per i giovani, l’introduzione dei contratti a ore, l’aumento dell’età pensionabile (per le donne da 57 a 62 anni, per gli uomini da 62 a 65 anni) e dei contributi previdenziali per i lavoratori del 20%, la privatizzazione del settore finanziario e d’imprese pubbliche, la riduzione delle imposte per grandi imprese e multinazionali, l’aumento del 35% delle tariffe elettriche.

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