I compagni STRAUB/HUILLET – di Alberto Crespi da Facebook

domenica 20 Novembre, 2022
Domenico Astuti
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Intercetto su Facebook la notizia che se n’è andato Jean-Marie Straub, a 89 anni, quasi 90. E davvero non so cosa dire.
Mettermi qui, ora, a disquisire sul cinema di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – la sua adorata compagna, morta tanti anni fa – mi sembra un’operazione assurda. Danièle e Jean-Marie facevano un cinema difficile, impervio, oggi totalmente fuori moda – ma problematico anche per gli anni in cui lo abbiamo visto, amato, frequentato. Eppure Jean-Marie diceva sempre che i loro film erano i più “facili” e i più lineari del mondo, che erano fatti e pensati per coloro che di cinema non sapessero nulla, per gli operai e i contadini (titolo di un loro film). Era uno dei suoi paradossi, che lo portavano ad affermare che il loro cinema era identico a quello di Hitchcock, di Hawks, di Dreyer, dei cineasti che loro amavano.
Per capire come ragionassero, potremmo ricordare a mo’ di esempio che nel momento in cui decisero di fare un film su Bach (il meraviglioso “Cronaca di Anna Magdalena Bach”) presero, nel ruolo del grande musicista, non solo un musicista vero – Gustav Leonhardt – ma soprattutto l’unico musicista che allora eseguiva Bach su strumenti d’epoca, gli stessi sui quali Bach aveva composto quelle musiche. Per loro l’idea che a interpretare Bach ci fosse un “attore”, e che le musiche fossero sovraincise, non stava né in cielo né in terra. E quando hanno fatto un film dal “Mosè e Aronne” di Schonberg hanno ripreso i cantanti mentre cantavano dal vivo, il playback per loro era inconcepibile. Il sonoro nei loro film era importante quanto l’immagine.
Erano due marxisti indistruttibili, due comunisti veri innamorati del cinema hollywoodiano classico ma capaci di trasformarlo in un’idea di cinema purista, assoluta, quasi giansenista (lo si è sempre detto di Bresson, forse bisognerebbe dirlo anche di loro). Li ho intervistati un’infinità di volte e una volta ho avuto il grande onore di lavorare “per” loro: a Torino (ai tempi del glorioso Torino Cinema Giovani) c’era una loro retrospettiva dove venivano proiettati anche alcuni classici che amavano. Uno era “La sesta parte del mondo” di Dziga Vertov. Danièle, sapendo che avevo studiato russo, mi chiese se volevo tradurre in simultanea le didascalie del film, durante la proiezione. Non si fidavano di un interprete “normale”: volevano uno che amasse il compagno Dziga quanto loro! Io, spericolatamente, accettai. Non ricordavo bene il film e pensai, vabbè, in Dziga Vertov di didascalie quasi non ce ne sono. Chiesi però di vedere prima il film e mentre lo vedevo mi sentii male: in “L’uomo con la macchina da presa” effettivamente non ci sono didascalie, in “La sesta parte del mondo” ce ne saranno trecento! Con l’aiuto di un dizionario acquistato al volo, riuscii ad arrivare in fondo. Alla fine della proiezione – loro due ovviamente erano in sala – Danièle, che mi aveva ascoltato, mi fece un bel sorriso e con il suo delizioso accento francese mi disse “Beh, mi sembra che ce la siamo cavata”.
Far sorridere Danièle o far ridere Jean-Marie era una delle mie grandi soddisfazioni. Non era facilissimo, ma ogni tanto ci riuscivo. Ricordo la loro casa romana a via dell’Imbrecciato, una strada assurda alla Magliana che si interrompeva tre volte! La prima volta, per trovarla, mi persi in una campagna pasoliniana (gran parte di “Uccellacci e uccellini” fu girata da quelle parti). La casa, poi, era piena di cani e di gatti, che Danièle curava con amore e Jean-Marie osservava sbuffando, sempre con il sigaro in bocca (per lo più spento, come l’ispettore Cramer dei romanzi di Nero Wolfe). Dopo averli intervistati, mi davano sempre delle foto dei film per illustrare l’articolo su “l’Unità” e si raccomandavano sempre che le riproducessimo ESATTAMENTE com’erano, senza tagliare un millimetro né sotto, né sopra, né ai lati. “Perché Jean-Marie ha già fatto lui l’inquadratura”, mi diceva Danièle. Quando poi lo spiegavo ai grafici mi guardavano come un matto. Ma sono sempre riuscito ad accontentarli.
Non riesco a parlare di Straub e Huillet come di due registi. Li ricordo come due persone, burbere e adorabili. Metto una foto di loro due, assieme, come saranno di nuovo ora: una foto in cui ridono. Riesco a pensarli solo così.

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