Il commissario Maigret – di Piergiorgio Giacchè

cover-174-175 domenica 30 novembre, 2014
Riceviamo e pubblichiamo
Letto 42 volte

La prima volta che sono andato a Liegi, un po’ per la sera tarda e un po’ per la pioggia (piove sempre in Belgio, almeno quando ci vado io), mi sono perso nelle vie del centro. Per orientarmi, guardo la carta e cerco la targa della piazza dove mi trovavo: “Place du Commissaire Maigret”. Dall’altra parte del fiume c’è ovviamente una via dedicata a Georges Simenon, ma lì per lì mi è sembrato che il nome e il mestiere del commissario suonasse meglio, in toponomastica, di quello del celebre scrittore, gloria locale e genio internazionale. A volte il verosimile è più convincente del vero, e questo è davvero il caso di Maigret, sia nella piazza che nella pagina. Non c’entra la popolarità di una creatura tanto fortunata da esaltare prima e scavalcare poi la fama del suo creatore, ma la sensazione di aver a che fare con una persona più che con un personaggio. Sono anni che leggo Maigret prima in italiano e finalmente in francese, scoprendo che davvero non c’è paragone. Può anche darsi che la grande letteratura d’arte possa sopportare la traduzione in altre lingue, ma l’artigianato perde quasi tutto il suo senso e gusto. E i “Maigret” di Simenon sono i migliori prodotti del suo fare e sapere artigiano, nascono e crescono come libri-oggetto che si consumano in serie, oppure non si comprano per nulla. Così, da lettore a consumatore il passo è breve ma per una volta gratificante e – come è capitato a me e a tutti i fanatici maigrettiani – mi sono progressivamente accaparrato tanti di quei romanzi e racconti, da cercare i mancanti con la foga di chi deve completare la collezione di figurine. E con la speranza di non finirla mai.
Detto così, sembrerebbe che Maigret sia diventata una mania, ma in realtà lo cerco per farmi compagnia. Da quando passo molto tempo a Parigi è diventata la mia guida: o meglio Maigret mi fa da schermo, non di cinema ma – se si potesse esagerare – alla stregua della donna schermo di Dante. Ne ho bisogno per vedere la città per così dire di rinterzo, per scoprire gli angoli e le sponde e le buche che caratterizzano la struttura di ordinato giocattolo urbano e l’arredamento veillote del suo ambiente umano. Non trascuro certo di apprezzare il testo, ma confesso di servirmi dei casi di Maigret come pretesti per motivare passeggiate lungo le vestigia delle sue investigazioni, e indovinare la sua casa o spiare l’ufficio e soprattutto rintracciare le vie e perfino gente che ha ancora sapore d’antan. Parigi si presta a questa ricerca del tempo ritrovato, ma senza Maigret non saprei dove andare né perché. Maigret mi fa vagabondare con l’attenzione e la pazienza di chi indaga, ma soprattutto mi fa provare quel sottile piacere del verosimile più efficace del vero che colora di turismo persino i giorni feriali. Di turismo forse no: meglio usare il francese loisir che rende leggero e ludico non il tempo libero ma quello liberato.
Chi legge Maigret sa che è Parigi il suo principale personaggio: certo spesso si sposta in provincia o si esporta all’estero ed è stato una volta perfino in America, ma è sempre da Parigi che si parte e lì si torna, e in fondo ci si è sempre restati. Il commissario è l’indigeno e insieme l’esploratore di una città tanto capitale quanto provinciale, che lui sa interpretare meglio di tanti, e che infine si adatta a tutti. Chi legge Maigret trova indicazioni costanti e precise del clima e dei luoghi e dei tempi: nel filo della storia si tradurranno in indizi, itinerari e orari precisi, ma nel tessuto della scena si sommano in vaghe atmosfere che, prima di addensarsi attorno al delitto, sono il riassunto dell’aria che tira e dell’umore in una città da sempre coralmente meteoropatica. Così ogni mattina Maigret esce di casa, e il sole o la nebbia o la pioggia di un mese o di un altro, diventa il fondale dettagliato che volta a volta ridipinge l’ambiente e rimotiva la gente. Chi legge Maigret gli va dietro e con la scusa di immergersi nella sua indagine si trova via via a emergere nei tanti quartieri di una città grande che diventa piccola, se si rintracciano i segni di una sociabilità all’antica che si può ancora immaginare spalmata su una popolazione metropolitana, che – oggi come ieri – si trucca ancora da popolo. Insomma, con i suoi occhi (e i suoi piedi) la sua, la nostra Parigi diventa come non è, ma ci piace fingere che sia. E la città si presta a questa finzione, almeno per via della monocromia che la ricopre e della manutenzione che la protegge. è strano, perché a Parigi non si smette mai di demolire e ricostruire ma infine – a dispetto della legge che governa il mondo – “molto si distrugge e nulla si trasforma”; magari in obbedienza alla legge della sua storia che vuole dopo ogni rivoluzione una restaurazione, come se il tempo fosse ciclico e il progresso, tanto sbandierato, non fosse che un’illusione.
Chi legge Maigret infine non legge Simenon: più esattamente lo legge insieme a lui, che appunto dà l’impressione di leggerlo man mano che la scrittura procede. Sono in molti a ritenere che i cento suoi Maigret siano i frutti di riporto di un grande scrittore, ma forse sono invece i fiori di un trasporto inventivo che lo sorprende e che fa di Maigret il suo vero “capolavoro di lettore”. Forse, al contrario di noi piccoli lettori che vorremmo avere la sua penna, un grande scrittore ambisce a essere nei nostri panni. Non per riposarsi ma per riuscire a “leggersi addosso” e per una volta “dopo” invece che “dentro”, toccando un vertice di evasione che premia e infine supera lo stesso lavoro di composizione. E in questo caso – il “caso” Maigret – Simenon si diverte o almeno senz’altro si distanzia, perché davvero non ci si capacita – per quello che si sa – su cosa unisca Jules e Georges, così lontani per modo di fare e per senso del vivere. Così lontani in tutti i sensi, visto che non so quanti romanzi e racconti Georges Simenon li invia persino dall’Arizona, ma sempre al “fermo posta” di Parigi. Come a compensare il suo nomadismo irrequieto con il nervosismo quieto di un commissario di polizia che resta solido e abitudinario e perfino monogamo tutta una vita.
Chi legge Maigret in fondo lo usa allo stesso modo: gli dà sicurezza la sua stanzialità e perfino la sua stazza. Certo ci si affeziona ai suoi rituali – della pipa e della stufa, del buon mangiare e del tanto bere – così come lo si immagina stanco o sudato, abbattuto o eccitato, ma non lo si vede mai da fuori e nemmeno da dentro, semmai da dietro. Del suo aspetto si sa poco ma si avverte molto sia il peso che la grandezza di un corpo che campeggia anche nelle pagine in cui la sua figura è fuori campo: così, ci sembra di seguirlo ma più spesso ci pare di indossarlo, senza troppa identificazione ma per intromettersi nei vuoti e sottomettersi ai pieni della sua presenza. Una presenza fisica disegnata appena nei contorni e però visibile per i mille dintorni che attraversa e nei quali il corpo di Maigret si riflette. Intanto – e invece – la sua mente vivace si rifiuta di riflettere e cioè anticipare o ipotizzare alcunché. Maigret, com’è noto, “non pensa a nulla” quando lavora, ma annusa e assorbe e infine sposa l’ambiente e la gente che incontra, caso per caso. A differenza di tutti gli altri investigatori classici e altrettanto famosi – da Sherlock Holmes a Hercule Poirot a Nero Wolfe… – lui non risolve enigmi complicati a colpi di genio o esaminando reperti o accumulando prove: piuttosto affronta “corpo a corpo” il quotidiano mistero di un’umanità in qualche modo tutta colpevole ovvero tutta innocente, di cui si fa carico e ci fa consapevoli.
Chi legge Maigret sa (o apprende) che non c’è esagerata distanza e talvolta c’è davvero poca distinzione fra il bene e il male: tutti gli attori, in forza delle situazioni ma anche per affinità di sensazioni, sembrano complici dello stesso delitto, vittime o colpevoli che siano. Affrontandoli uno per volta, Maigret trasforma il loro problema in tema da svolgere e da cui farsi avvolgere: un tema sociologico prima che psicologico, dentro il quale sono quasi sempre le vittime i veri “corpi del reato” da interrogare, se poi si vogliono capire e quindi scoprire le anime dei colpevoli che infine si confessano. E che – quasi sempre – finiscono per essere assolte da tutti i lettori a cominciare dal primo, cioè dall’autore.
E’ allora in quel finale senza sorpresa o in quella morale senza offesa che Simenon – e con lui anche tutti gli altri lettori – si riconoscono nel commissario e nell’uomo Maigret. E scoprono di aver viaggiato insieme a lui, ma nel suo modo e mondo, e finalmente a sue spese.
Ma s’è viaggiato dove? In quale genere di libro ovvero in quale angolo di mondo?
Non c’è giallo o nero che tenga in Maigret. Piuttosto è il grigio il colore dominante: talvolta si fa cupo o triste ma spesso prende luce e perfino colore. Qualcosa di simile, di molto simile all’eterna e però cangiante grisaille di Parigi, dove – forse per via delle ascisse e ordinate che regolano la vita delle strade e la testa della gente – nemmeno a sera tarda o quando piove ci si può perdere. Almeno, finché ci sarà il commissario Maigret a tenere la piazza.

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