Il fumettista più in gamba della terra tra quotidianità e astrazione, ovvero: Chris Ware – di Francesco Gallo

1ware11-640x420 mercoledì 25 settembre, 2019
Articolo scelto dalla Redazione
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It’s a Bird… It’s a Plane… It’s… Sembra di annunciare l’arrivo dell’uomo d’acciaio: nel corso della sua oramai trentennale carriera si è aggiudicato ben undici Eisner Award, dieci Harvey Award e due National Cartoonist Society. Nel 2001 si è portato a casa il Guardian First Book Award. Mostre individuali sono state allestite presso la Galerie Martel di Parigi e il Museum of Contemporary Art di Chicago e ha partecipato a mostre collettive in città come New York e Oslo.

Nel 2002 alcuni suoi lavori sono stati esposti presso la Biennale del Whitney Museum of American Art. Impressionante, vero? Ma di chi sto parlando? Di un autore di fumetti oppure di un artista? Niente uomo d’acciaio, è “solo” Franklin Christenson Ware. Chris Ware, cioè.

Il 24 settembre la Pantheon Books ha dato alle stampe Rusty Brown, il nuovo progetto cui C.W. ha lavorato negli ultimi tre lustri della sua vita. Sette anni dopo la pubblicazione di Building Stories e ben diciotto dall’uscita di Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, il fumetto che gli ha assicurato un successo più o meno mainstream. Di fronte a quale ineguagliabile meraviglia ci troviamo davanti questa volta?

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Rusty Brown, il protagonista eponimo, è un omino egocentrico e bramoso che vive in una piccola città del Nebraska. Per tutta la vita ha collezionato giocattoli, accumulando una quantità impressionante di action figure; quelle, in particolare, raffiguranti Kara Zor-El, cugina del più famoso Superman. Nonostante Rusty conduca un’esistenza monacale, rinchiusa tra i confini di una prolungata, interminabile infanzia — che fa pensare agli strati di plastica che preservano ma allo stesso tempo soffocano le riproduzioni della sua eroina snodabile —, di tanto in tanto va a fare visita a un suo vecchio amico, Chalky White: un tizio gentile che alla maniera di Rusty ha sempre collezionato pupazzi; i suoi preferiti però erano i G.I. Joe. Solo che Chalky a un certo punto è cambiato: ha incontrato una ragazza, si è innamorato, si è sposato, ha messo su famiglia. Come si dice: è diventato grande.

Tratteggiate le polarità opposte e complementari di questa amicizia, C.W. passa a raccontare gli innumerevoli tentativi da parte di Rusty di rubare alcuni pezzi della collezione di Chalky (mai del tutto abbandonata) e i numerosi approcci da parte di quest’ultimo di comprendere la vera natura del suo strambo amico, Rusty Brown.

In questa sua nuova opera, i temi cari a C.W. rispondono tutti all’appello: gli splendori dorati della giovinezza adombrati dall’incombere dell’età adulta; il computo infinitesimale delle ragioni che sanciscono la mancata relazione tra due esseri umani; il succedersi delle emozioni conflittuali che paralizzano la nostra capacità di agire. Soprattutto: lo scorrere del tempo che per quanta attenzione si metta nel fare le cose alla fine finisce per annientare tutto. Questi temi però assieme alla storia non bastano. Non bastano a rendere C.W. l’artista formidabile che è e che per nostra fortuna intende continuare a essere.

Cos’è allora che rende i suoi fumetti tanto speciali? Difficile cavarsela con una risposta sola. Se pure dessimo un’occhiata alle sue tavole, del suo talento ricaveremmo un’impressione comunque parziale. Penso a una delle prime vignette di Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, quella in cui si vede che dal nostro pianeta, un sassolino che galleggia in un cosmo privo di senso, si innalza un solitario fumetto con la scritta: “JIMMY!”. Ed è solo una vignetta.

Potremmo passare in rassegna le copertine realizzate per il New Yorker, quelle dove C.W. affronta le questioni sociali più attuali. Mi viene in mente quella del 13 maggio 2013, in cui una coppia formata da due donne riceve una lettera d’auguri da parte dei loro figli in occasione della festa della mamma.

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Ad Art Spiegelman, premio Pulitzer per Maus, bastò pochissimo per comprendere che quella matricola dell’università di Austin, Texas, nata ad Omaha, Nebraska, il 28 dicembre del 1967, meritava almeno quattro pagine di spazio su RAW, la rivista di fumetti che aveva fondato assieme a Françoise Mouly. Quello che Spiegelman non immaginava è quello che C.W. sarebbe stato in grado di realizzare in seguito. Tanto che nel 1995 lo stesso Spiegelman ebbe a dichiarare: «da icona dell’analfabetismo [il fumetto] è passato a rappresentare uno degli ultimi baluardi dell’istruzione. Se c’è un problema con il fumetto, adesso, è che la gente non ha più nemmeno la pazienza di decifrare i fumetti […] non so se siamo l’avanguardia di una nuova cultura o gli ultimi degli artigiani.»

Ma davvero lo stile di C.W. è tanto complesso? Sì, lo è. Affrontare la lettura di una sua tavola richiede molta pazienza e molta concentrazione. Per fortuna: ripaga. Eccome se ripaga. Ma in che modo C.W. riesce a ottenere questa complessità, nonostante le scritte, gli oggetti e i personaggi che riempiono le sue storie siano sempre tratteggiati con delle nette e morbide linee nere? Frantumando l’azione dei suoi personaggi. A volte sono umani, a volte animali come piccioni, api, formiche, gatti, a volte oggetti tipo nuvole, foglie, striscioline di bacon, fiocchi di neve, opere d’architettura.

Insomma: C.W. sparpaglia l’intero creato tra il passato, il presente e il futuro in un coloratissimo puzzle di quadratini, rettangoli e cerchietti. Non è il primo autore a dimostrare in che modo il linguaggio del fumetto possa tranquillamente raggiungere la complessità del linguaggio letterario. Non è nemmeno il primo autore a giocare con il racconto del tempo in una maniera tanto consapevole. Ogni volta in cui abbiamo seguito i personaggi delle storie di Will Eisner rientrare a casa durante una giornata di pioggia, le impronte lasciate sulle assi di legno ci hanno sempre fornito il numero preciso per calcolare il loro sforzo.

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Con Here, una storiella di appena sei paginette pubblicata nel 1989 su RAW, Richard McGuire ha mostrato ciò che accade tra una vignetta e l’altra — in quello spazio misterioso dove le cose del fumetto accadono — trasformando l’angolo di un salotto in incredibile quantità di scenari.

C.W. si è appropriato delle lezioni di questi maestri e con incrollabile determinazione ha realizzato fumetti di una “frastornante intensità visiva” (la definizione è di David M. Ball e Martha B. Kuhlman, curatori del volume The Comics of Chris Ware). La sovracoperta dell’edizione USA rilegata di Jimmy Corrigan mostra nel lato interno una mappa formata da decine di vignette accompagnate da linee che guidano il lettore in un percorso che parte dal globo terrestre per poi toccare la storia degli avi di Jimmy, il grande incendio di Chicago del 1871, le traversate migratorie irlandesi e la scena di un funerale all’aperto disegnato, colorato e scritto in una dimensione talmente piccola da costringerci ad accostare la pagina alla punta del naso. Per leggere C.W. non basta sfogliare le pagine.

Le sue creazioni devono essere ruotate, inclinate, allargate, perfino capovolte. Messe assieme. E collezionate. Le prime storie appartenenti all’universo di Rusty Brown, per dire, hanno fatto la loro comparsa sul numero 15 di Acme Novelty Library, l’antologia di C.W. edita dalla Fantagraphics Books nel 1993 e proseguita come autoproduzione dal 2005. Il personaggio di Rusty è inoltre apparso sopra a una t-shirt del Comicon di San Diego del 1998, in un disegno a quattro mani, in cui Rusty vuole chiedere un favore a Dan Pussey, il disincantato autore di fumetti di supereroi creato da Daniel Clowes.

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Questa ossessione per i dettagli da parte di C.W. si lega in maniera indissolubile con l’amore per la stampa. Building Stories è una scatola che raccoglie quattordici pezzi di una storia: la vicenda di una donna senza nome che da bambina ha perso in un incidente la parte inferiore della gamba sinistra si può leggere in qualsiasi ordine. Ci sono albi con la copertina rigida, pannelli a quattro sezioni che ricordano i giochi da tavola, paginate enormi come i quotidiani di un tempo e illustrazioni che stanno su un nastro di carta che pare la pellicola di un film. Oppure un nastro di Möbius.

Abitando nell’appartamento di un palazzo a due piani, lo stories del titolo lo si può intendere sia come “le storie del palazzo”, e sia come “costruire storie”. Il termine stories può stare sia per le storie che gli esseri umani amano raccontare, sia per i differenti piani della struttura. Tutti questi “livelli” potrebbero scoraggiare il lettore, che si ritrova di fronte a un’opera talmente ragionata da correre il pericolo di apparire fredda. (C’è chi crede infatti che i disegni di C.W. siano realizzati al computer, quando in realtà sono fatti a mano, adoperando matita, squadra e gomma da cancellare.) Come ho già detto, occorre molta pazienza e molta concentrazione per apprezzarli. Solo così è possibile ricevere la giusta ricompensa.

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Come quando ho cominciato Quimby the Mouse, una raccolta di strisce e tavole pubblicate quando C.W. aveva poco più di vent’anni che raccontano le vicende di un topo depresso (omaggio dichiarato al Felix the cat di Otto Messmer e al Mickey Mouse di Walt Disney). Apro il volume (di grande formato: 30,5×38 cm) e nei risguardi — i fogli che tengono incollati i fascicoli del testo alla copertina — noto tre riquadri. Il primo dice: «QUESTO LIBRO È DI:» ma poi aggiunge: «che ha perso la nonna il:» (Dato che il libro contiene il testo “PROGETTO PER COSTRUIRE LA PROPRIA TESTA DI GATTO FUNZIONANTE” che è la storia di come C.W. tentò di costruire un piccolo giocattolo per sua nonna.) Il secondo: «Inoltre, se desideri far personalizzare il volume (e, considerando che hai acquistato l’edizione cartonata ben più costosa (e preferibile), forse sarai tra i pochi a rendere la vita dell’autore degna di essere vissuta appagando il suo narcisismo con la partecipazione a una delle sue “apparizioni in pubblico”, nonostante si dichiari contrario alle manifestazioni di arrivismo tanto plateali.)». Il terzo: «Nel caso tu sia di sesso femminile, sarà forse possibile convincere il sig. Ware a realizzare un disegnino nello spazio in calce. Quando sarà piegato sul volume, nota la sua triste capigliatura sul cuoio capelluto rosaceo e inquieto e il nervosismo con cui stringe il pennarello. Non prestare attenzione a quello che dirà.» Se non avessi approcciato il volume con lo stesso piglio di un cercatore d’oro piegato sulla rive di un fiume in cerca di pepite, una dichiarazione del genere me la sarei persa. Invece no. E così ho ricevuto la mia ricompensa: tutta, ma proprio tutta l’ossessione di un artista per le storie, innanzitutto, che batte ogni strada a sua disposizione pur di raggiungere il lettore, toccargli e riscaldargli tra le mani il cuore.

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