Il maestro Miklos Jancso ci ha lasciati – ricordo di Marco Giusti

vizi-privati-pubbliche-302323 giovedì 2 gennaio, 2014
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Era il ’68 e i bravi ragazzi di allora non potevano non amare il cinema dei piani sequenza e dei grandi nudi femminili in bianco e nero di Miklós Jancsó, il maggiore regista ungherese che si è spento a 92 anni. “L’armata a cavallo”, con le sue riprese interminabili di cavalli, soldati e prateria, ma anche con una complessa costruzione coreografica e musicale e la forte carica sessuale del mix violenza-politica e corpi nudi femminili spalmati a dovere, fu per tutti noi una specie di rivelazione di un cinema e di un autore che rivisitava la storia, soprattutto i primi anni del ‘900, con un occhio del tutto nuovo. Perfino Guido Crepax ne fece subito una versione a fumetti per “Linus”.

“Vizi privati, pubbliche virtù”,“Vizi privati, pubbliche virtù”,

Miklós Jancsó, nato a Vac nel 1921, da padre ungherese e madre rumena, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fece del piano sequenza una sorta di balletto politico, con attori, quasi sempre gli stessi, come gli ungheresi József Madaras, Lajos Balazsovitz, Zoltan Latinovits, che sapevano muoversi sapientemente entrando e uscendo dalle inquadrature seguendo un ritmo interno, quasi musicale, che ipnotizzava il pubblico del tempo.

Tutto ciò oggi farebbe, credo, uscir la gente dalla sala, anche se Amos Gitai abusa ancora del piano sequenza. Allora veniva visto come una particolare genialità della messa in scena del regista e dava ai suoi film una sorta di musicalità che li rendeva moderni e, in qualche modo, anche popolari.

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Non penso solo ai suoi primi grandi classici, come “Sciogliere e legare” (1963), “I disperati di Sandor” (1964), ovviamente “L’armata a cavallo”, il suo capolavoro, “Silenzio e grida”, ma anche ai suoi film italiani, come l’incredibile “Vizi privati, pubbliche virtù”, che nel 1975 fece sobbalzare prima il pubblico di Cannes e poi i censori di casa nostra, che lo sequestrarono per due volte.

Jancsó racconta lì, con la complicità della sua sceneggiatrice e compagna di allora, Giovanna Gagliardo, la celebre storia di Mayerling, del principe Rodolfo d’Asburgo e della bella Sofia e della loro pazza rivolta contro il potere di Francesco Giuseppe e dell’Impero Asburgico che portò a un vero e proprio massacro della sua corte.

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Ma lo fece costruendo il film come un grande musical storico-politico pieno di nudi e di situazioni di sesso esplicito che, oltre a fare scalpore, ci coinvolse tutti nel profondo. Inoltre eravamo in anni di piena sperimentazione sessual-cinematografica, e la stessa operazione coinvolse, oltre a Jancsó anche registi diversi come Nagisa Oshima, Bernardo Bertolucci, Marco Ferreri. Del resto erani gli anni della rivoluzione sessuale.

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In “Vizi privati, pubbliche virtù”, accanto a un Lajos Balazsovitz sempre nudo come Rodolfo, che viene accudito da una tata eccessiva come Laura Betti (gli farà anche un blow job niente male), troviamo come principessa Sofia una Pamela Villoresi ben diversa dalla signora antipatica de “La grande bellezza”, una meravigliosa Therese Ann Savoy presentata come ermafrodita, con tanto di pisello a vista, i grandi nudi di Ilona Staller, Susanna Javicoli e Gloria Piedimonte.

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E’ uno tra i film che più amo non solo di Jancsó, ma di tutti quegli anni eccessivi e scatenati, dove è ben chiara la repressione che ci avrebbe colpito dopo l’ubriacatura di libertà del ’68. Del periodo italiano amavo molto anche l’incredibile “La pacifista” con Monica Vitti e Pierre Clementi, tutto costruito nella Milano esplosiva dei primi anni ’70 dove la rivolta studentesca viene vista come un continuo balletto.

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Il film, nella mia memoria bellissimo, venne massacrato dai produttori che ne rimontarono una seconda versione doppiata con una commedia sexy scemarella di allora a cura di Guido Leoni, il regista dei film di Carmen Villani. Ma c’erano già attori di culto come József Madaras e il polacco Daniel Olbrychski, che furono protagonisti di altri due pazzeschi film girati da Jancsó in Italia per la Rai nei primi anni ’70, “La tecnica e il rito”, dedicato a Attila, e “Roma rivuole Cesare”.

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Entrambi i film riproponevano la messa in scena del regista ungherese e le sue costruzioni musicali per raccontare la storia e il potere con grande lucidità. Almeno così ci sembrava allora. Negli anni ’70 Jancsó diresse altri film notevoli, come “Salmo rosso”, “Elettra, amore mio” con Mari Torocsiki, “Rapsodia ungherese” con Udo Kier (poteva forse mancare?) e Rada Rassimov. In qualche modo nei primi anni ’80 il suo cinema si svuota e la sua tecnica diventa un po’ inutile.

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Il suo “Il cuore del Tiranno”, girato in Ungheria con Therese Ann Savoy e Ninetto Davoli lo ricordo a Venezia come già un film di un vecchio regista, che non aveva forse più molto da dire. Ma Jancsó girò ancora molti film, raramente mostrati fuori dal suo paese, a parte “L’aube” con Christine Boisson, Philippe Leotard e Michael York, che fu in concorso a Berlino nel 1986 e che è l’ultimo di produzione internazionale, mentre l’ultimo lavoro è del 2010, “Oda az igazsag” con Daniel Olbrychski. Molte le mogli e le compagne, come la regista Màrta Mészàros e Giovanna Gagliardo, responsabile dei copioni dei suoi film del periodo italiano. E molti anche i figli.

Filmografia:

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