Il mio re ( Maïwenn Le Besco, 2015 )

imm sabato 12 dicembre, 2015
Domenico Astuti
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Abbiamo visto Il mio re

Un film di Maïwenn Le Besco. Con Emmanuelle Bercot, Vincent Nemeth, Vincent Cassel, Romain Sandère, Ludovic Berthillot.   Drammatico, durata 130 min. – Francia 2015. – Videa – CDE uscita giovedì 3 dicembre 2015

La regista Maïwenn Le Besco realizza un altro buon film ma col solito retrogusto che lascia un po’ delusi. Come è capitato con i suoi precedenti Polisse e Le bal des actrices. Qualcuno la definisce una regista di timbro televisivo, è un giudizio troppo duro; probabilmente il suo lato bo-bo francese-internazionale è il suo pregio ma anche il suo difetto primordiale ( genio e sregolatezze, convinzioni alte e psicologismi un po’ inadeguati per tanto ardore. A meno di quarant’anni ha avuto una vita a dir poco cinematografica, ex baby-compagna di Luc Besson, ha passato momenti topici con una madre-monster, l’attrice poliglotta algerina Catherine Belkhodja che l’ha costretta a diventare show-biz enfant, mentre il padre è un bretone vietnamita che ha avuto una vita d’avventuriero, ha molti fratelli e sorelle, la più famosa è Isid Le Besco, pure lei attrice-regista. Maïwenn che ama farsi definire la “maledetta”, ha interpretato una trentina di film, ne ha scritti vari e realizzati 4 come regista ottenendo vari premi. E’ molto sicura di sé, assai bella, aggressiva con i giornalisti con cui litiga costantemente ). La sua idea d’arte la porta a realizzare questa volta un scene da un matrimonio alla francese, un film scarnificato, sensuale, violento e passionale, anche intrigante nella prima parte, ma allo stesso tempo realizza una semplice storia d’amore quasi impraticabile, il cui racconto e la sua evoluzione viene sostenuta con vari passaggi narrativi a volte snervanti e a volte di una tale semplicità che rende il calvario emotivo della protagonista ( una bravissima e coinvolta Emmanuelle Bercot ) una disturbante cronaca emotiva, un verosimile ma non vero evolversi e in alcuni passaggi – nella seconda parte del film – poco plausibili e troppo costruiti a tavolino, anche contraddittori, apparentemente immotivati ( la felicità e la notte di sesso il giorno della separazione dopo tanto dolore dato e subito ) che tuttavia i due bravi protagonisti riescono a mascherare. Un film tuttavia che in questi tempi confusi riesce a coinvolgere lo spettatore anche se, come ha scritto qualcuno, non viene per unire ma per dividere. Ciò che è più interessante del film è la cifra stilistica che usa la Maïwenn, un modo che fa sentire una libertà e una naturalezza nella costruzione della storia con attori che sembrano lavorare in progress per dare forma anche all’osceno, all’irrappresentabile, insomma a tutto ciò che altri registi tengono in sottotraccia e alla debita distanza.

Giorgio ( un bravo e a modo suo contenuto Vincent Cassel ) è un quarantenne narcisista, avventuriero, un po’ disadattato e grande tombeur de femmes, conosce in un locale notturno l’avvocato penalista Tony ed è amore a prima vista a quanto pare. Vanno quasi subito a vivere assieme e lui vuole un figlio da lei appena dopo pochi giorni. La storia inizia però dalla fine, Tony dopo dieci anni di vita e amore sofferti oltre ogni limite plausibile decide di prendere una volta per tutto le distanze dal suo amore malato e scendendo con gli sci a folle velocità va a sbattere e si rompe in varie parti una gamba. Deve recuperare le funzioni motorie e si fa ricoverare in una clinica per alcuni mesi, lontana da Parigi, dai suoi amici, da suo figlio e dal suo amore malato. Tra un massaggio, delle cure in piscina e in palestra per recuperare il tono della gamba e la frequentazione di altri pazienti più giovani, allegri e più semplici nel carattere, Tony ripercorre la storia d’amore lunga dieci anni e vissuta al limite della depressione, lo sconforto e alcuni limiti di verosimiglianza. Insomma un’anatomia di un amore malato e a volte ridicolo ( lui che cambia casa quando lei è incinta perché è troppo nervosa, lui che si fa trovare a letto con un’altra donna e per difendersi dice che è alcolizzato e drogato e ha bisogno di ricoverarsi, lui che per ritrovare se stesso lascia lei con il bambino appena nato e va a fare un viaggio in barca in Australia, lui che quando lei gli chiede aiuto si eclissa perché deve aiutare una vecchia amante in depressione… ).

Un film che si regge soprattutto per la fisicità dei due protagonisti, va segnalato anche il fratello di lei, un altro attore da film bo-bo, Louis Garrel, quasi un rappresentante del pubblico sullo schermo: prova ad aiutarla, a proteggerla, con il suo tono lieve, un po’ dandy e ironico ma senza riuscirci. Come cambiano le relazioni nel tempo, anni fa i francesi raccontavano un amore con Un uomo e una donna oggi invece con Il Mio re.

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