Il nastro bianco – Recensione

images-1 mercoledì 28 ottobre, 2009
Domenico Astuti
Letto 80 volte

Abbiamo visto “ Il nastro bianco “ diretto da Michael Haneke.
Ci sono alcuni registi – rimaniamo in Europa – che quando decidono di fare un film lasciano lo spettatore spiazzato, entusiasta, euforico mentalmente. Uno spettatore particolare, naturalmente; uno di quelli che resiste, volente o nolente, al genocidio culturale imperante. Che continua a leggere buoni libri, che mangia buone cose, che fa viaggi non banali, che ha rapporti sociali non convenzionali. Sono registi non troppo acclamati, ma che fanno la storia del cinema di oggi, che resteranno negli annali e da cui si potrà ripartire quando lo stato delle cose lo renderà possibile. Registi come i fratelli Dardenne, Kaurismaki, von Trier, Mike Figgis e naturalmente il bavarese Haneke.
Michael Haneke è il regista di film come Funny Games (1997 ), Codice sconosciuto ( 2000 ), La pianista ( 2001 ), Niente da nascondere ( 2005 ) e oggi Il nastro bianco, (Das Weisse Band), Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Un film potente, magnifico, rigoroso, la cui trattazione è tra le più ardue, complesse e affascinanti e che spinge lo spettatore più in là, lo fa affondare nelle radice del Male, da dove poi tutto ha inizio, l’orrore della guerra e dei fascismi. Un film che ci sembra parallelo a un altro capolavoro Dogville, di von Trier, ma Haneke lo radicalizza ancora di più, forse perché tedesco, forse grazie ai suoi studi di filosofia e di psicologia.
Il film girato in bianco e nero è ambientato in un villaggio della Germania alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Il racconto ha la voce in off del maestro, un giovane ingenuo e sprovveduto che proviene da un altro luogo e che ci introduce nella piccola comunità contadina, abitata da adulti rigidi e autoritari, donne succubi e complici e popolata di bambini e adolescenti che fanno gruppo per difendersi da genitori troppo distanti, aaffettivi e violenti. Una comunità ‘governata’ dal barone, proprietario terriero, dal pastore, dall’intendente e in misura minore dal medico. In questo villaggio iniziano a verificarsi fatti strani, preoccupanti e inspiegabili. Delle piccole vendette contro il medico, una donna, il bambino del barone; accanimenti che sono dei rituali punitivi che prendono di mira anche un ritardato mentale. Il tutto avviene nel tranquillo ambiente di campagna che nonostante gli spazi risulta claustrofobico e asfittico. Dove tutto è ordinato, tutto rinchiuso nei recinti della convenzione e ‘dell’educazione‘ ma dove non c’è posto per generosità e umanità, dove gli adulti nascondono con naturalezza nefandezze inconfessabili e mettono in pratica la violenza per poi chiamarla educazione. E i ragazzi educati e obbedienti nascondono una rabbia che cresce fino alla violenza.

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