Il Passato ( Ashgar Farhadi, 2013 )

sabato 30 Novembre, 2013
Domenico Astuti
Letto 77 volte

Abbiamo visto “ Il passato “  diretto da Ashgar Farhadi.

Farhadi è uno dei migliori registi in circolazione, dopo film come “ About Elly “ e l’Oscar “ Una separazione “ potremmo dire che è diventato la bandiera del nuovo Iran, civile, democratico e privo di ideologie terzomondiste banalizzanti; ha preso il posto come maestro iraniano del grande Kiarostami da qualche film in declino, ed ha appena 40 anni. Quello che domina nello stile di Farhadi, in tutta la sua cinematografia ed anche in quest’ultimo spendido film, sono i dialoghi serrati e mai inessenziali, uno sviluppo psicologico dei personaggi profondo e chiaro, storie semplici eppure importanti e necessarie; mai un’inquadratura eccessiva o autoreferenziale, mai un attore che abbia uno sguardo o un gesto fuori luogo, dove il lavoro del Direttore della Fotografia .è minuzioso e autorale   A questo si aggiunga una sceneggiatura d’autore che bisognerebbe far studiare agli studenti di Cinema, una regia essenziale al servizio della storia, un cast perfetto e da premio; a questo dobbiamo aggiungere che nei film di Farhadi ci sono solo storie vere, per persone vere, con sentimenti veri, con inquietudini vere, dove  nemmeno le bottiglie sono di plastica.

Ahmad ( un ottimo Tahar Rahim ) è un quarantenne tranquillo ed equilibrato, dopo quattro anni di vita in Iran torna a Parigi su richiesta della moglie francese Marie ( Bérénice Bejo – Miglior attrice al Festival di Cannes, per questo ruolo ) da cui è separato per firmare le carte del divorzio.  All’apparenza tutto è normale tra loro, tutto sembra riconciliato tra i due, tanto che lei lo va a prendere all’aeroporto, sembra contenta di vederlo e lui è dolce e saggio; lei in qualche maniera lo obbliga a dormire nella loro casa assieme alle due figlie di lei avute da un francese che vive a Bruxelles –  e che Ahmad ha visto crescere e ha fatto da padre – e ad un ragazzino scorbutico e sofferente figlio del nuovo fidanzato della donna.  Ahmed è sempre calmo, apparentemente molto sereno ma in realtà non ha ancora chiuso con il suo passato, quello che lo rendeva infelice a Parigi al punto di cadere in depressione e poi a fuggire dalla sua famiglia e tornare a casa sua a Teheran.  Ma anche lei è inquieta, di un’inquietudine che non può avere senso né ragione ma che va oltre qualsiasi buon senso o logica.   E’ una storia semplice, da casa della porta accanto, ma contiene una trappola e una verità che pur venendo alla luce – come aprendo delle scatole cinesi – non può essere declinata e riconosciuta veramente.  Dapprima lui viene a sapere che lei vive con un altro, Samir ( Tahar Rahim ), un magrebino con moglie in coma in ospedale da otto mesi, che ha una lavanderia proprio di fronte alla farmacia in cui Marie lavora.  Poi, Marie gli chiede di parlare con la figlia più grande, Lucie ( una brava e convincente Pauline Burlet ) perché non riesce a capire cosa abbia e perché si sia instaurato tra loro un rapporto conflittuale.  Nel breve soggiorno di Ahmad le verità non sono solo una ma ci sono molte verità, tutte credibili ma nessuna conclusiva; ognuno crede di sapere qualcosa benchè sappia effettivamente anche altro senza dirselo.  Lucie odia il nuovo compagno di sua madre perché è convinta di essere stata la colpevole del tentato suicidio della moglie di Samir, Ahmad si sente in colpa per aver lasciato Marie quattro anni prima, Marie ce l’ha ancora con Ahmad per essere stata abbandonata.  Ma questo è solo una parte della verità e del passato di tutti.  Un caos di sentimenti, realtà e apparenza che assurge a un unico comun denominatore, la malinconia dei sentimenti, la confusione del cuore, i tanti segreti rimossi o mai voluti conoscere benchè proprio lì, in evidenza.   Questi segreti vengono alla luce con immediatezza e chiarezza proprio perché sono stati da tempo elaborati e bisognava solo trovare un pretesto per dirselo.  Ad una lettura un po’ più profonda, c’è da parte di Farhadi la voglia, attraverso una normalità, di raccontare la fine dell’idea di famiglia, della sconfitta di una società che ha paura di affrontare il dolore e la verità e per questo ci sono coppie clandestine, mogli che soffrono senza parlare, donne che si suicidano, figlie che crescono sbandate, uomini – che forse – vanno a convivere per la comodità di lasciare un figlio da qualche parte, donne che con indifferenza portano un figlio in grembo più per vendetta che per amore: tutti cercano di salvare se stessi e tutti sono pronti a scaricare o approfittarsi degli altri.  Il tutto annebbiato dall’ipocrisia dei sentimenti e da una patina di menzogna.

VOTO 8

 

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