Il Profeta – recensione

images-2 lunedì 15 marzo, 2010
Domenico Astuti
Letto 59 volte

Abbamo visto “ Il profeta ” un film di Jacques Audiard.
Audiard è figlio d’arte, suo padre Michel è stato sceneggiatore di tanto cinema francese di puro consumo e anche regista negli anni Settanta di film non memorabili. Jacques ha percorso la stessa strada del padre, ha scritto alcune sceneggiature ( “ Mia dolce assassina “regia di Claude Miller ) per poi passare alla regia e firmare film come “ Regarde les hommes tomber” con Mathieu Kassovitz e Jean-Louis Trintignant, del 1994, con cui vince un César come miglior film, seguito, due anni dopo, da “ Heros tres discret “ per cui vince il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Cannes, e poi “ Sulle mie labbra “ con Vincent Cassel del 2001, premiato con tre César e che ha avuto un certo successo anche in Italia e infine “ Tutti i battiti del mio cuore “ispirandosi a Rapsodia per un killer (Fingers, 1978) di J. Toback con Harvey Keitel e per cui ha ottenuto un premio alla Berlinale. Audiard pur non più giovane si è ritagliato uno spazio importante nel cinema europeo diventando uno dei migliori registi francesi contemporanei soprattutto per la costruzione intensa dei personaggi, la loro psicologia mai convenzionale e prevedibile ed anche per l’originalità delle storie che iniziano e non si sa dove porteranno. Adesso ha diretto “ Il profeta “ ritenuto dalla critica non solo francese uno dei migliori film dell’anno, ha ricevuto Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, numerosi Cesar ed è stato anche candidato all’Oscar tra le pellicole straniere.
“ Il profeta “ trova un prodigioso equilibrio tra realismo e cinema di genere con occhio a quello americano, la trasfigurazione mitica della realtà ricorda un certo cinema e teatro della Repubblica di Weimar. Si potrebbe anche dire che è una metafora della società francese e della gran parte delle democrazie europee ( anche se poteva essere più dichiarata ), come si è visto di recente con il film “ La classe “ di Cantet. E’un film molto rigoroso, preciso nelle descrizioni e privo di qualsiasi compiacimento ma forse con qualche passaggio intellettual-narcistico e che rende il protagonista nell’arco di poco tempo da proletario analfabeta e poco sveglio a un Richelieu delle carceri. Un personaggio brecktiano nello stile di Mack il Coltello de “ l’Opera da Tre Soldi “ che riverbera nella musca finale di Kurt Weill. Essenziale per la resa finale del film la fotografia importante e autorale
Malik è un giovane magrebino appena maggiorenne, semianalfabeta, fragile e senza famiglia né identità culturale. Finisce in prigione con una condanna a sei anni. Si ritrova in mezzo alla solita realtà carceraria ma lui privo di identità se ne sta da solo, non si inserisce né tra gli arabi né tra i francesi e involontariamente è coinvolto da una banda di corsi che prima lottavano per l’indipendenza del loro Paese ed oggi sono una accolita di delinquenti alla stregua dei mafiosi e dei marsigliesi. Per salvare la pelle ed essere protetto è costretto a commettere un omicidio. Si potrebbe quindi definire quasi un ‘ romanzo di formazione ‘, un percorso fatto alla rovescia, un’educazione al male tra padri e padroni. Dove da quasi subito il giovane Malik apprende a non aver alcun riguardo o rimorso e a mettersi al centro di molti affari loschi con tutti, anche aizzandoli gli uni contro gli altri. Come dicevamo prima, si trasforma con naturalezza in un’eminenza nera del male forse anche alla ricerca della propria identità nel gioco disperato della sopravvivenza. Trascorre sei anni in carcere come fosse un’università, da dove esce profondamente trasformato. In meglio, tenendo presente lo stato in cui è entrato; questo meglio sono le forme del peggio, perché impara a essere, e a fingere di essere, servile, servizievole, ruffiano, confidente, assassino. Impara tutte le regole e le rispetta fino a che non può modificarle a suo uso e consumo: impara ad essere invisibile, sa ascoltare in varie lingue, parla poco, coglie ogni possibilità per sopravvivere, è amico di tutti ma conta solo su se stesso, non ha debiti di riconoscenza o riguardi per nessuno. E dopo sei anni esce sapendo scrivere e leggere, conoscendo gli uomini e le loro debolezze, sa il valore corruttore del danaro e se ne serve. E all’uscita c’è la sua vita e il suo doppio, realtà e apparenza, bisogno e desiderio. All’uscita, una donna povera con un bambino, ma anche tre fuoristrada che li seguono rispettosamente a distanza. Due facce della stessa medaglia.
Un film che resterà ma speriamo non premonitore di un futuro prossimo, capace di un sottotesto mistico ( I profeti e le premonizioni, i fantasmi delle vittime, il razzismo di chi lo ha subito, gli intrecci fra droga, integralismo, malavita); un film bello, deciso compatto e senza speranze.
Ottimo il casting e tutti gli attori, il franco-algerino Tahar Rahim ( Malik ) è una sorpresa, Niels Arestrup ( il boss corso Luciani ) la clamorosa conferma che attori eccezionali in Europa ci sono, basta cercarli.

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