Il senso di una vita immaginata – di Domenico Astuti

astuti2018prima mercoledì 24 ottobre, 2018
Redazionale
Letto 71 volte

per gentile concessione dell’autore e della casa editrice Nulladie

Per qualche settimana verrà pubblicato da questo blog alcuni passi del romanzo.  Edizione 2018

 

 

Forse è questo che cerchiamo nella vita, nient’altro, il più

grande dolore per diventare noi stessi prima di morire.

Luis Ferdinand Céline

 

 

  Introduzione

 

 

Siamo tutti esseri narrativi.  Lo è chi racconta una barzelletta, chi svela un segreto, chi ricorda il passato.  Il padre racconta al figlio una sua esperienza, una madre descrive alla figlia adolescente gli uomini e quindi suo padre.  Una qualsiasi storia che abbia un senso è alla base dell’esperienza umana perché la nostra memoria e il nostro sé si basano sul processo di narrativizzazione. E’ una naturale tendenza di ogni essere umano quella di ordinare gli eventi sparsi in una sequenza temporale coerente, anche se non sempre è carica di significato: ma è comunque una storia che ha un senso, come esperienza umana.  Forse gli unici che dovrebbero scrollarsi di dosso l’idea odierna di narrazione sono proprio gli scrittori; per ritrovare un senso di libertà che non hanno più, troppo presi da trame infime o dal bilanciamento dei soliti personaggi e del loro agire.  Troppo legati a qualcosa che non li richiede più.

 

 

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Sono arrivato tante volte qui.

Sin dalla prima volta ho accolto questa città come un regalo della vita; come può esserlo un primo amore, una scoperta improvvisa che ti cambia l’esistenza, come la cognizione della libertà.  L’avevo conosciuta di sfuggita sin da piccolo, nei film di Fantomas o di Marcel Carnè, nei libri di Rocambole e di Alexandre Dumas, nei volti di Anouk Aimée e di Jean Gabin.  E’ ormai un luogo che porto dentro di me da sempre, come se fosse uno dei colori della mia vita; mi aiuta a sentirmi ancora giovane quando sento che sto diventando vecchio, a ricordare gli slanci perduti, ed è capace di donarmi una sottile energia silenziosa.

Sono arrivato qui una decina di volte prima dei vent’anni, poi molte altre.  Forse quaranta, cinquanta, nel tempo.  In treno, in autostop, le prime volte, in aereo o in automobile, successivamente.  Arrivato…  Partito…  Tornato…  Abbandonato… Desiderato…  Sempre con il mio animo ineluttabilmente nomade, sempre in procinto di una successiva fuga.  Un paio di volte sono stato di passaggio, per un solo giorno, ma ho ripreso in quelle poche ore il filo costante delle volte precedenti; come un risveglio dopo una lunga dormita.   Non mi sono mai chiesto finora perché sono tornato tanto spesso qui, quasi fosse il luogo del mio infinito intrattenimento; e ogni volta ho ripreso esattamente dalla volta precedente e dopo un paio d’ore ridiventavo il me sempre diverso per questa città.

Qui ho sfoggiato tutte le variabili del mio volto e delle mie emozioni.  Giovane spavaldo e ingenuo… distante dal luogo e dagli altri esseri umani… incantato ed eccitato dalle strade affollate, quasi in festa… A volte con le pupille troppo dilatate…   Altre con lo sguardo da povero inconsapevole, senza speranze…   Una volta ho atteso una donna per due giorni in un alberghetto dalle parti di rue Crémieux, era un Febbraio uggioso e svogliato; avevo diciannove anni, l’inquietudine rabbiosa dell’età e un filo rosso spezzato nella vita; un’altra volta vi ho vissuto con Paola, in un appartamento caldo, vuoto e pulito di rue Barbusse,… Paola !  per il suo amore avrei venduto l’anima, per due baci avrei scalato montagne, adesso non ricordo nemmeno i tratti del suo viso: eravamo giovanissimi, inquieti, instabili, privi di soldi e senza l’esperienza dell’amore.

Qui sono arrivato con Angela in un dicembre dall’eterna giovinezza… qui sono

transitato con dei giovani anarchici come me, in varie stagioni…  Sono stato qui, qualche volta anche da solo, per fuggire da un me stesso che tuttavia portavo con me, cercando di perdere le conseguenze di un’altra vita.

Sono arrivato con il cielo basso e metallico, con il sole che sembrava una bolla bianca, oppure quando era già buio o quando il cielo si stava facendo alba.

In questa città ho compreso la vera importanza dell’ora in cui arrivare in una metropoli e, negli ultimi anni, anche il come arrivarci.  Ormai tutti hanno fretta, si muovono approssimativamente, hanno acquisito il ritmo di un aereo low budget: veloce, affollato, impersonale, di noiosa automaticità… Da qualche anno ho imparato a non arrivare – non solo qui, in un qualsiasi luogo – di sera, senza che nessuno mi aspetti o con il cuore in tumulto; perché qualsiasi luce del giorno aiuta, attenua qualsiasi cattivo pensiero, non intacca seriamente un nuovo inizio, anche se ci si sente come dietro una recinzione di filo spinato.   Se si giunge al mattino si ha il tempo per qualsiasi tentativo, anche se si ha l’umore fiacco; ci si può infilare in un ristorante per pranzo, confondersi con impiegati e sfaccendati, come se si facesse già parte di una comunità e ci si potesse nascondere meglio.  Un tentativo che può riuscire, come provare a prendere un treno che sta già in movimento.

Sono giunto qui la prima volta con mio padre.

Era un autunno scontento e indifferente.  Ho imparato proprio da lui che cosa fosse l’inquietudine, addirittura in quel breve viaggio assieme.    E nel modo di ascoltare i suoi silenzi e nelle brevi chiacchierate che facevamo, ho compreso una specie di arte del parlare; mai sentito in quei giorni da lui una parola stonata o equivoca, nemmeno un concetto superfluo o effimero, mi sembrava tutto chiaro, perfetto, necessario; non riproducibile da estranei. E’ da quel momento che ho appreso una sottile ammirazione per il bello e un modo sobrio di esprimersi, ma anche il fastidio per l’improvvisazione, l’imperfezione e soprattutto un certo orrore per il domicilio sia fisico che mentale.   Con la voglia di non stare mai fermo, di accarezzare e vittimizzare l’inquietudine stessa, andarle incontro se c’è troppa calma…

Forse è proprio da quel viaggio che ha avuto inizio la mia educazione sentimentale.  Sin da quell’attimo di vita ho intuito che si può vivere senza uno dei sensi, ne

rimangono altri quattro e si può raffinarli; da allora ho perso il sorriso della leggerezza ma mi sono restate tutte le altre espressioni del viso, e le uso tutte, alcune con più abilità.

Quando sono arrivato la prima volta qui avevo quasi tredici anni, li avrei compiuti dopo un mese, Les Halles dovevano essere smantellate, qualche mese prima era morto in città l’eroe anarchico Pompeo Crespi, la tomba di Jim Morrison era ancora coperta di fiori; nella metropolitana si sentiva fischiettare a seconda della fermata o del boulevards, Here’s to you, Nicola and Bart oppure My Sweet Lord.  Naturalmente era un’altra città, come io ero un’altra persona.  Una città più reale, più simile a se stessa, con più speranza.  Si sarebbe potuto incrociare in un bar a Saint Germain, Sartre che beveva un caffè con Godard, era ancora possibile immaginare Hemingway che esce dalla sua casa di rue Cardinal-Lemoine o Nestor Makhno passeggiare con Bonaventura Durruti e Francisco Ascaso.  Alla Madeleine esisteva ancora la panchina su cui si era seduto Franz Tunda in un lontano giorno del 1926, ma questo non potevo ancora saperlo, non conoscevo Roth, non avevo letto Fuga senza fine, però leggevo in quei mesi…  Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagnerà perché Parigi è una Festa Mobile.  E non potevo ancora pensare a quell’immenso scrittore che è stato Stefan Zweig, per lui Parigi è la città… dell’eterna giovinezza in cui si può assaporare la spensieratezza dell’esistenza, ingenua e insieme saggia.

    Mio padre quell’anno aveva compiuto 43 primavere, ancora pochi mesi e se ne sarebbe andato per sempre, in un mattino di aprile, col viso forse allegro e mille battute pronte che non avrei mai più ascoltato.  Ho sempre pensato, in quell’ultima sua sera, che fosse allegro perché sapeva di intraprendere un nuovo viaggio, il più importante, e si sentiva libero di lasciare dietro di sé tutto il peso del suo mondo.

    Di cosa pensasse dell’esistenza non ho mai avuto il tempo di chiederglielo.

    Forse mi avrebbe accennato a Re Lear o avrebbe avuto un’espressione alla Auguste Destouches o mi sarebbe apparso come un professore severo e distratto che entra in classe pronto per interrogarmi.

    Io con la sua partenza ho imparato il concetto di translation.   Ho vissuto la sua perdita con un’incredibile sintesi di forza e con il vigore della rimozione, come un qualsiasi fatto naturale…  Ci si fa l’abitudine… le cose si dimenticano e tutto torna a posto…  Mica vero nel profondo, almeno per chi coltiva un profondo.  E’ andata bene solo fino all’inciampo successivo.  In realtà la sua partenza è stata una porta sbattuta in faccia al mondo, ma sono stato io ad averne sentito lo schianto.   E anche se avevo reagito con la rimozione più totale, con un impossibile Va beh… Pazienza…  Mi sono messo subito in competizione con lui, senza coscienza o conoscenza.  E come lui ho provato, da quel momento in comune, inconsapevolmente, un senso del fallimento, un sentire che la sconfitta fosse sempre dietro l’angolo.  Ma in questa competizione sono stato più bravo di lui nel fallire, perché ho osato molto di più, ho cercato, trovato e quindi troppo errato…

    Lui leggeva Spinoza ed io mi sono laureato in Filosofia, lui avrebbe volentieri fatto l’attore quando era poco più che un adolescente ed io ho diretto dei film, lui era andato fino in Patagonia ed io l’ho attraversata dal Cile e dall’Argentina…  Ho per adesso vissuto una decina di anni più di lui e come ha cantato qualcuno… sono stato un uomo a tutto tondo, che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo.   E sono scivolato sui luoghi, sulle persone, sugli amori, sulle parole e i sentimenti.  Oggi ho la piena consapevolezza che senza aver fatto granché per sbagliare ho fallito spesso, ma quello che mi meraviglia e che ho avuto il sentire, sin dalla giovinezza, che avrei errato molto; in me avevo una coscienza quasi lucida che mi faceva prevedere l’inganno e la sua sconfitta, sia sull’attimo che come bilancio finale.  Sì, errare !  Nel senso pieno del termine, sono andato di qua, sono andato di là, senza una direzione certa.  Ho vagato e deviato dal vero.  Ho sbagliato e mi sono ingannato.

   L’errare !

   Forse quel viaggio con mio padre, da soli – che significava per me soltanto non andare a scuola per dieci giorni – è stato un momento nevralgico della mia vita.  E  solo oggi decido di affrontarlo e accarezzarlo, per una volta ancora e definitiva.  Da allora, sono tornato tante volte qui, ma è solo adesso che vengo per ricollegarmi lucidamente con quel viaggio, e forse dare un senso a tutta la mia vita, e me l’auguro, a riconciliarmi con quell’uomo che ricordo oramai solo io. 

   L’idea del viaggio !   L’idea di mio padre !  Il senso dell’immaginato ! 

   Forse questa è la città in cui sono venuto più spesso e ogni volta non è mai una volta ancora, è riprendere dal punto in cui avevo lasciato, un infinito riprendersi, come capita con quegli amici che si incontrano dopo tanto tempo e sembra che ci si è solo voltati da un’altra parte per qualche istante, pronti a riprendere la stessa conversazione, dallo stesso punto in cui l’avevamo interrotta…   Poche sono le città che mi danno lo stesso sentire, certamente Città del Messico… Santiago del Cile… forse Varanasi e il quartiere di Old Delhi…  E come degli amici, vivo con loro nei modi più differenti questo riprendersi…

    Torno invece oggi qui, con la stessa inquietudine che aveva mio padre in quel novembre di tanti anni fa, io sono molto più vecchio di lui e in fondo rappacificato più per stanchezza che per esperienza o saggezza.  Perché si può essere concilianti anche nella sconfitta che non è tuttavia resa. Non è resa perché conservo un’immaginazione che mi ostino a chiamare realtà…

  Sento una voce metallica femminile dall’altoparlante, in francese sincopato comunica che un treno sta giungendo al binario nove.   Io sono ancora sul treno accanto, fermo da qualche minuto, oramai solo.   Mi alzo guardando fuori dal finestrino, voglio capire con quale tipo di giornata la città mi sta per accogliere.  Prendo la sacca dal ripiano, appoggio la tracolla sulla spalla destra, esco dalla carrozza, attraverso il corridoio ormai vuoto osservando i binari oltre i finestrini.  Scendo accolto da una folata di vento freddo.   Percorro il binario facendo in modo da non essere notato da nessuno.  Raggiungo il centro della stazione, mi fermo, chiudo gli occhi e respiro profondamente.  L’aria è gelida, l’odore è un miscuglio di ferro, vento freddo e cibo confezionato; i suoni sono rumori di freni, passi frettolosi e voci indistinte.   Resto fermo come se muoversi fosse un abbandono.

 

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