Il viaggio di Jeanne – recensione.

imm mercoledì 25 novembre, 2009
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ Il viaggio di Jeanne “ diretto da Anne Novion.
Piccolo splendido debutto cinematografico della regista franco-svedese, Novion, presentato a Cannes nel 2008 nella sezione Settimana della critica. Unica pecca, colpa dei distributori italiani, è il titolo; bello ma forviante: non centra nulla. Il titolo francese più preciso ma forse ridondante Les grandes personnes.
E’ una commedia leggera, pensata e scritta con sensibilità femminile, diretta con leggerezza, montata al meglio e interpretata da quattro attori bravi su cui spicca il bello e giovane viso di Anais Demoustier.
Albert è un modesto bibliotecario, anonimo e insignificante, l’unica cosa importante che ha fatto in tutta la sua vita è avere una figlia da una donna che lo ha piantato quasi subito lasciandogli il frutto del loro breve amore. Albert è meticoloso, preciso, banale ed ha un solo spostamento del piacere nella sua vita monotona, un solo rito: ogni anno, quando la figlia Jeanne, compie gli anni, la porta a fare un breve viaggio in una città europea. Questa volta decide di andare su un’isola della Svezia, dove si trova – seconda una leggenda – un antico tesoro vichingo. In realtà lo sa stesso lui che non esiste ma sarà un modo per tenersi occupato in quel luogo sperduto. Ma la vacanza comincia con un contrattempo, la casa che Albert ha affittato risulta già occupata da due donne: Annika, la proprietaria del posto, e Christine, una sua amica francese che aspetta con ansia il suo Godot. La vacanza così accuratamente organizzate da Albert prende una nuova piega, che a sua figlia Jeanne, tranquilla, paziente, obbediente ma di solo sedici anni, pare non dispiacere affatto, soprattutto quando conosce alcuni ragazzi dell’isola.
Una storia che racconta in chiave femminile un viaggio anche di formazione della giovane protagonista che esce per la prima volta dalla “gabbia” del rapporto esclusivo con il padre per aprirsi ad esperienze sentimentali purtroppo per lei non esaltanti, ma anche alla conoscenza di altre persone. In particolare con Annika e Christine, con cui recupera quell’idea di figura femminile che ha perso dopo che la madre se n’è andata di casa.
Dei personaggi simpatici e coerenti caratterialmente, una drammaturgia leggera ma mai banale o troppo prevedibile. Piacevole l’incontro di quattro persone che a priori non avrebbero mai dovuto incrociarsi. La loro coabitazione forzata scompagina progressivamente le certezze e le illusioni di ciascuno di loro. Dando nuova linfa a vite già stabilite ma senza intrecciarsi tra di loro.

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