IN MEMORIA DI RICHARD SARAFIAN – di Marco Giusti per Dagospia

vanishing-point-13556-267462_tn giovedì 5 settembre, 2013

Letto 33 volte

 

Non c’è ragazzo cresciuto nel 1970 che non avesse visto Punto zero e non avesse desiderato guidare nel deserto, in una zona in definita tra il Colorado e San Francisco, una di quelle macchine, in realtà erano otto, tutte uguali, come il Kowalski di Barry Newman…. -

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Datemi subito una Dodge Challenger bianca del 1970 come quella di Punto zero, cioè Vanishing Point, il più bel film mai fatto sulle auto e sul correre liberi e selvaggi inseguiti dalla polizia di più stati. E soprattutto il più bel film che abbia mai fatto Richard C. Sarafian (la C sta per Caspar), regista newyorkese di origini armene morto ieri a 83 anni.

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Una leggenda, come la sua Dodge Challenge bianca, magari targata OA5599, che le cattive ragazze capeggiate da Zoe Bell in Death Proof di Quentin Tarantino vogliono assolutamente guidare non sapendo che le sta inseguendo il pessimo Stuntman Mike. Non c’è ragazzo cresciuto nel 1970 che non avesse visto Punto zero e non avesse desiderato guidare nel deserto, in una zona in definita tra il Colorado e San Francisco, una di quelle macchine, in realtà erano otto, tutte uguali, come il Kowalski di Barry Newman.

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Un modesto attore, molto simile a Dustin Hoffman, che avevamo visto solo in Al di là di ogni ragionevole dubbio di Sidney J. Furie l’anno prima dove interpretava l’avvocato Tony Petrocelli, un ruolo che sviluppò pure in una serie tv. Se Richard Zanuck avesse dato retta a Sarafian al suo posto ci sarebbe stato Gene Hackman e il film sarebbe stato, forse, meno di culto, ma decisamente migliore.

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Ma va bene anche così, anzi meglio, con questo insulso Kowalski dalla faccia da avvocaticchio che decide, non si capisce bene perché, di ribellarsi a tutti e tutto e di portare la sua Dodge Challenger bianca in capo al mondo, inseguito da tutti, accompagnato dalla voce del Supersoul di Cleavon Little, il dj cieco. “Le macchine dei poliziotti corrono dietro al nostro pilota solitario, l’ultimo eroe americano, il centauro elettrico, il semidio, il superdriver del Golden West! Due cattive macchine naziste sono sempre più vicine al bel pilota solitario… l’ultimo spirito libero di questo pianeta!”

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Evvai! Sulla musica di Kim Carnes, di Deleney&Bonnie&Friends e di Big Mama Thornton, con la fotografia di John Alonzo. Kowalski incontra una motociclista nuda, me la ricordo come fosse oggi, certa Gilda Texter nota solo per questo film, il vecchio che alleva i serpenti, Dean Jagger, nelle copie europee fa capolino anche Charlotte Rampling come autostoppista. Il tutto era tratto da un soggettino di Malcolm Hart, uno stravagante freakkettone inglese che quando venne fermato dai doganieri del Nord Dakota disse: “La marijuana ci rende tutti pazzi. Se tu non la trovi, tu sei un pazzo. Adesso tu l’hai trovata, io sono il pazzo”, ma soprattutto era sceneggiato da Guillermo Cain che altri non era che il raffinato scrittore cubano Guillermo Cabrera Infante, il genio di “Tre tristi tigri”, in vacanza nel mondo del cinema.

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Sarafian non aveva girato nulla di così bello e così di culto, né lo girerà mai. Avrà anzi una bizzarra carriera piena di intoppi e di film che non riconoscerà pienamente. Aveva iniziato da militare in Kansas City incontrando una specie di fratello molto dotato, Robert Altman, del quale sposerà la sorella, Joan. Insieme avranno quattro figli. Sarà Altman a spingerlo a fare cinema e tv.

Inizia con una serie mostruoso di telefilm di ogni tipo, perfino “Batman”. Il suo primo lungometraggio alla fine degli anni ’60 è Corri libero e selvaggio, un film per bambini con cavalli dalle atmosfere inglesi con John Mills e Mark Lester. Poi il più interessante Frammenti di paura, un thriller girato in Italia con David Hemmings, Gayle Hunnicutt e il nostro Adolfo Celi.

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Nel 1971 arriva Punto zero, che non è un successo, ma gli cambia la vita. Si specializza poi nel western intelligente. Man in Wilderness, da noi tradotto come Uomo bianco, va’ col tuo Dio è un film stravagante con Richard Harris sperduto nel mondo selvaggio e un John Huston che si trascina la sua nave da novello Achab nelle praterie.

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La terra si tinse di rosso con Rod Steiger, Robert Ryan e Jeff Bridges è uno di quelle storie americane con le sfide tra rozzi distillatori di whisky clandestini. Più interessante L’uomo che amò Gatta Danzante, western sofisticato con Burt Reynolds e Sarah Miles, tratto da un romanzo di Marilyn Durham sceneggiato da Eleanor Perry.

Ma alla produzione non andò bene il copione della Perry e anche Sarafian non è il regista originale, ma quello che prese il posto di Brian G. Hutton. Non fu un successo Il prossimo uomo, 1976, malgrado la presenza di Sean Connery, film del tutto diverso e ci sembrò un capolavoro, ma del trash, Sunburn – Bruciata dal sole, 1979, giallo con la stella emergente Farrah Fawcett.

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Sarafian aveva spacciato il suo buon nome anche in remake televisivi di grandi successi, come The African Queen, con Warren Oates al posto di Humphrey Bogart e Splendor in the Grass con Eva Marie Saint e Michelle Pfeiffer. Per il suo ultimo film per il cinema, nel 1990, il fantascientifico Solar Crisis, con Charlton Heston e Peter Boyle, i contrasti con la produzione sono così forti che Sarafian decide di firmarsi come “Alan Smithee”, il nome che indica i film non riconosciuti dai propri autori.

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Se la sua carriera da regista si esaurisce negli anni ’80 con qualche regia televisiva (perfino un tardissimo “Zorro”), lo stato di culto di Sarafian si esalta come attore di film di amici e di fan. Lo troviamo in Bound dei Wachowski, in Bugsy di Barry levinson, in Don Juan De Marco do Jeremy Lerner, in Bulworth di Warren Beatty, perfino in Masked and Anonymous, di Larry Charles, folle film con Bob Dylan protagonista.

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Mentre si gira un remake del suo Punto zero, con Viggo Mortensen come Kowalski nel 1997, se ne progetta uno con la regia di Richard Kelly, e Quentin Tarantino esalta la sua Dodge Challenger in Death Proof. L’ultimo spirito libero della terra.

 

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