In principio era la parola – di Domenico Astuti

mercoledì 11 Maggio, 2022
Redazionale
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Chi ha viaggiato per il mondo ha conosciuto tanta gente, ascoltato tante parole, alcune anche incomprensibili per dialetto o nazione, tante parole quasi quante una vecchina di Napoli o un anziano di Buenos Aires.  Ha ascoltato parole di tutti i tipi che cambiavano di suono, di tono, anche di valore e di prospettiva, contenevano promesse, impegno, assicurazione, coscienza, così come ciarle inutili, discorsi senza costrutto, supposizioni, ciance; ma quasi tutte conservavano una sincerità di fondo, un valore e una significanza, anche se a volte superficiale.  Si può ancora adesso affermare che alcuni pensieri invece fossero raffinati se non rivoluzionari e le parole possedevano una forza e una potenza che non accettava molte mediazioni o compromessi.   Forse anche perché un filosofo parlava di filosofia, un giornalista di attualità, un industriale della sua fabbrica e un professore era finanche un educatore.

Decenni fa si poteva ancora dire “ In principio era la Parola… “, se dimentichiamo  il quarto vangelo e Giovanni,  con questo termine, si poteva intendere che la comunicazione verbale e il suo esercizio avevano un diretto rapporto con l’umano e la sua concretezza; a volte si poteva vedere la filigrana dei pensieri, alcuni ovvi ma apparentemente sinceri, altri profondi e a volte sovra strutturati, tuttavia sempre reali e significativi.  A volte in un dialetto si trovava una sincerità antica, forte per tradizione e poco corrompibile. Quello che diceva un operaio o un conservatore reazionario, un prete o uno psicologo, un borghese o un proletario avevano tutta l’onestà di un mondo preconsumistico e chiaro; e nessuno mai avrebbe potuto immaginare in uno stesso corteo nazisti, anarchici, antiglobalisti e nazionalisti, nessuno avrebbe immaginato il passare da sinistra a destra e viceversa in maniera così spigliata, così priva di parole di senso. La lingua rafforzava l’essere ed era un sistema convenzionale per mandare messaggi più o meno veri e sinceri, a tutto tondo.  Negli ultimi quaranta, cinquant’anni invece in un vortice senza alcun controllo – come fossimo inseriti in una lavatrice – le parole hanno perso di significato, si sono svuotate, scolorite emozionalmente, diventando simulacri nel deserto e richiedendo una rapida conclusione, prima che cambino di nuovo lo scopo e la centralità.  E così le persone nel loro agire passano dalla A alla Z con una naturalezza un tempo impossibile, mentre altre penose dicono perché giudichi ? sono fatti suoi; senza che qualcuno provi più stupore.  Così si intravede una donna che da serissima burocrate del parlamento si trasforma in dark lady televisiva, con borchie, vestiti in pelle e capelli tagliati corti, per poi diventare direttore di un festival per migranti e proseguire come manager che vende  al suo stato mascherine non omologate e Ferrari usate per i soliti   milioni di euro; oppure uno scaltro riformatore si trasforma in presentatore di documentari per poi diventare lacchè di corte di qualche emiro paragonato ad un mecenate rinascimentale; in più piccolo invece, bellissime ragazze che si definiscono show girl vanno a Dubai per lavoro, ma senza partecipare ad uno spettacolo o senza fare un servizio fotografico.  Si fanno queste capriole dell’anima e della coscienza   grazie alla perdita del significato delle parole, del loro svuotamento con fasulli ragionamenti da morali da birreria.  Ed anche il politicamente corretto ha partecipato a questo sortilegio negli ultimi anni, non si può dare della puttana ad una puttana, del disonesto ad un disonesto se non dopo tre gradi di giudizio, del pennivendolo ad un giornalista del tutto ignorante.  E così si sentono sindacalisti  che parlano di sciopero responsabile, giornaliste che citano il Cile di Pino Chet, qualche intellettuale che afferma che è necessario contraddirsi perché il mondo è contraddittorio.

Il linguaggio è innegabile si è ripiegato su se stesso, ha cambiato spessore e luce ma la sua nuova storia è legata alla scivolosa superficialità di una società dell’apparente che trasforma la somiglianza della sensibilità e dei valori in opportunità.  Fino a poco tempo fa si faceva fatica ad immaginare questa resa totale di valori e di sfumature, a questo perdere di significato e di importanza delle parole che restano solo come suoni vuoti e rassicuranti; il supporre comune era che le parole umane fossero espressioni verbali del pensiero e questo immagine delle cose; il risultato di oggi invece è che tutti possono dire e ottenere tutto senza essere guardati negli occhi.  Si era convinti che le parole fossero lo specchio delle idee ed avessero la funzione di comunicare un pensiero per indicare la realtà da questo riflessa.  Basterebbero dei numeri oggi a smentire tutto questo, un vocabolario possiede 427.000 parole, le persone colte ne conoscono il 10 per cento, il cittadino medio 6.500, la gran parte invece ne usa circa 500, dove anche parole semplici e chiare, come acqua, fame e sete, hanno delle sfumature considerevoli.   Quindi il pensiero che esiste con il linguaggio mostra dei concetti amorfi, innocui se non equivoci: non c’è più conflitto ma violento piagnisteo, non c’è più la speranza di un uomo nuovo ma di colui che consuma oltre il limite, il conformismo è la testarda certezza degli incerti, la remissività nella vita diventa stucchevole melassa.

Svuotate le parole di significato e della loro etica, privando qualsiasi cosa del suo reale contenuto, svaporato il valore della dignità, mentre allo stesso tempo sono scomparse le ideologie, tranne una, persa la verginità del decoro, alienati dagli schermi televisivi, del computer, dei cellulari e dei videotel, si è giunti a metodi morbidi di manipolazione delle masse; la violenza morbida della seconda metà del Novecento è servita per poter sfruttare la debolezza degli esseri umani, a trasformare il paesaggio di una spiaggia in una grande cella di massima sicurezza, le istanze di libertà in un passeggio per animali domestici che possono abbaiare per poi tornare nella propria confortevole gabbia, la democrazia in un sortilegio; oggi è tutto cellofanato, butolinizzato in confezione regalo.  L’inerzia è diventata la parola prescelta, uno status sociale diventa una forma di energia, la povertà una vergogna familiare, i desideri una lotta per il benessere e il riconoscimento.  Il popolo, le persone, la gente sono diventati miseri consumatori, bulimici di gossip e di immagini, anoressici di informazioni e di interpretazioni con un sottofondo di musica che si oppone al pensiero e moltiplica le parole sempre più vuote; sono felici della loro infelicità, sono affamati di sazietà, forse alla ricerca di un attimo vissuto sotto i riflettori.  Eppure ci sono persone che potrebbero capire a fondo le cose, ricordare il significato per cui sono state coniate delle parole e se non volessero capire a fondo le cose non hanno bisogno dello scandalo o del vaniloquio bensì riprovare a dare un giudizio, un valore, una ragione che possiede l’acume.

Che cosa è quindi la nostra società ?  Sembra di stare in una grande discarica in cui gli esseri umani ovunque si voltino sfiorano con lo sguardo la corruzione, la sopraffazione, il quieto vivere, senza tuttavia trarne alcuna riflessione.

 

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