Io, Loro e Lara – recensione

images-1 domenica 10 gennaio, 2010
Domenico Astuti
Letto 32 volte

Abbiamo visto “ Io, Loro e Lara “ regia di Carlo Verdone.
Anni fa discutevamo di Verdone e di Moretti, giungemmo alla conclusione che i due registi romani erano le facce di una stessa medaglia. Sì, uno più bonario, un uomo “ senza qualità “, l’altro più egocentrico, intuitivo del tessuto sociale e più sarcastico. Culture confinanti, di quartieri confinanti, Monteverde e Trastevere. Oggi, possiamo dire che entrambi hanno fatto uno stesso film con le dovute differenze. Moretti ha diretto “ La messa è finita “, a quasi venticinque anni di distanza Verdone gira “ Io, Loro e Lara. Entrambi i protagonisti sono preti in difficoltà con se stessi e col mondo: uno abbandona un’isola dopo anni per tornare a Roma, l’altro la missione in Africa dopo dieci anni. Entrambi trovano famiglie sfasciate, padri che si innamorano di donne giovani: uno, l’amica della figlia, l’altro, una moldava-badante; l’uno balla col sottofondo di ‘Ritornerai’ di Lauzi, l’altro una musica salsa meno suggestiva. Insomma entrambi si accorgono che ogni cosa è cambiata e non riescono a far breccia in nessuna delle vite altrui: Moretti negli amici d’infanzia, Verdone, nei fratelli e nei nipoti. La madre di Moretti muore per lo sfascio familiare, la madre di Verdone è già morta. Giulio (Moretti) annuncia ai fedeli che lasciarà la parrocchia, per andare in una sperduta missione in Artide, Carlo (Verdone) ritornerà in Africa.Praticamente Moretti potrebbe chiedergli i diritti del soggetto, ma sono amici e persone per bene e non succederà.
Verdone è persona e personaggio amato dal pubblico, schivo, “ modesto “ equilibrato, ma è sempre stato in bilico come regista, come se ci fossero state in lui due personalità artistiche. In una è il coatto, sbruffone, caciarone perdente; nell’altra è un “ uomo senza qualità “, borghese depresso o malinconico che è trascinato in situazioni anche limite da mogli, sorelle, amanti. Nel primo caso sceglieva come sceneggiatori, due ‘vecchi’ maestri della Commedia come Benvenuti e De Bernardi ( Benvenuti ci ha lasciati orfani dieci anni fa ), nel secondo sceglie di scrivere con Francesca Marciano e Pasquale Plastino ( più giovani e con tentativi di racconto più ‘moderno’ ). Si vede che, ormai sessantenne, è stanco e si sente poco credibile nei personaggi dell’ultimo “ Grande, grosso e Verdone “, ed è alla ricerca di altro di nuovo, in questo film prova a descrivere un’Italia popolata di mostri egoisti e sotto-sotto razzisti, di famiglie allo sbando, di preti che pensano più alle fettuccine che ad ascoltare colleghi in crisi, di assistenti sociali svagate e con delirio sessuale, di psicologhe a cui non consegnare nemmeno il racconto di un sogno omicida, di brokers cocainomani e erotomani. Ma Verdone, nonostante i tentativi e i paragoni del passato, non è un attore alla Sordi e nemmeno ( anche se gli si avvicina di più ) alla Fabbrizi. Non è un regista alla Monicelli ( cinico al punto giusto ) e nemmeno alla Virzì ( più scaltro e più in contatto con la realtà di oggi ). E quindi realizza un film fiacco, prevedibile in tutti i passaggi e cosa più grave non sceglie che tipo di commedia vuole raccontare, se farci ridere ( e non si ride quasi, si sorride a volte ) o vuole farci pensare ( ma quello che si vede è già stato visto più volte ), quindi resta un film in mezzo al guado, senza profondità o ilarità. Giacchè gli vogliamo bene, speriamo che trovi presto il vaso di Pandora.
Dopo dieci anni come missionario in Africa ( banali e imbarazzanti le inquadrature dell’Africa: elefanti in gruppo e zebre che corrono ) don Carlo torna a Roma per parlare con la Chiesa e chiarire i suoi dubbi esistenziali. Va a casa e il padre ( lo accoglie come se lo avesse visto il mese scorso e non dopo dieci lunghi anni ), gli comunica che è sposato con Olga, la moldava-badante. I suoi fratelli sono allo sbando (un fratello cocainomane che si è dato alla finanza e una sorella psicologa madre di una ragazza emo, entrambi fanno parte di quella schiatta di italiani cinici, arruffoni, egocentrici, ipocriti e un po’ razzisti ). I familiari, che si detestano per convenzione, devono confrontarsi con la seconda vita del padre il quale vizia la sposa e spende fino a sedicimila euro al mese. La morte della donna, forse per troppo sesso, costringe don Carlo a entrare in contatto con Lara, figlia di Olga, diventata proprietaria della casa che apparteneva alla famiglia. La convivenza di Carlo con la giovane, tutta sesso, droga e rock and roll e il desiderio dei due fratelli di riavere l’appartamento sono le due direttrici del film che termina con un lieto fine sinceramente poco plausibile.
E’ un film che non si decide quale direzione prendere e le tematiche varie e potenzialmente interessanti sono sbriciolate in molti rivoli senza che possano essere chiariti e la soluzione finale e una fuga di Don Carlo, in una troppo civile missione che sembra più un villaggio vacanze colorato che non un luogo sperduto e di sofferenza.
Come altre volte il cast tecnico e artistico è al di sopra della media. Ottimi comprimari, ma relegati a figure un po’ macchiettistiche, ed è un vero peccato. Marco Giallini ( un attore sottovalutato e poco sfruttato dal cinema italiano: se avesse la possibilità potrebbe diventare il Vincent Lindon italiano ), Anna Bonaiuti ( affermata attrice di cinema e teatro che trova poco spazio nell’asfittico panorama italiano ), Sergio Fiorentini ( in un ruolo che sarebbe dovuto essere centrale ed invece è stato costretto ad una macchietta con poche sfumature ), la impeccabile e surreale Angela Finocchiaro e la giovane Laura Chiatti che se conserva i piedi per terra potrà diventare una diva alla Francesca Neri ed anche di più.

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