Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo – di Massimo Marino

cover_volckmer sabato 16 gennaio, 2021
Articolo scelto dalla Redazione
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“Una volta ho sognato di essere Hitler.” Inizia così la confessione di una donna a un medico. Racconta un incubo con toni che ricordano Woody Allen, mettendo l’accento sui buffi pantaloni a palloncino del Führer sognato, sui baffetti, sulla mano che si agitava vorticosa a fendere l’aria, sui capelli che sembravano una parrucca di plastica su una vecchia patata. Cosa diceva? Non importa, non ricorda, forse il discorso aveva a che fare con Mussolini o con qualche assurdo sogno di espansione. “Cos’altro è il fascismo, in fin dei conti, se non un’ideologia fine a sé stessa, non contiene nessun messaggio da rivelare e, in ogni caso, gli italiani alla fine ci hanno battuto”. Nel senso, aggiunge la sognatrice, che dappertutto nella città si legge “pasta”, “espresso”, mentre da nessuna parte si legge “Sauerkraut”. “Non era realistico pensare che potessimo reggere le redini di un impero per migliaia di anni con la nostra deplorevole cucina”.

Un cazzo ebreo della scrittrice tedesca Katharina Volckmer classe 1987 è stato pubblicato nel 2020 nei paesi anglosassoni, e arriva adesso in edizione italiana per La nave di Teseo, nella traduzione di Chiara Spaziani. Ha fatto molto rumore nel mondo per i temi che tratta e per il modo in cui li tratta, tanto da non essere ancora stato pubblicato in Germania (l’autrice, peraltro, vive e lavora nel Regno Unito). L’edizione italiana cerca ancora di più di fare frastuono, sbattendo il sottotitolo in copertina, mentre nelle altre versioni il titolo è L’appuntamento e quel cazzo ebreo l’autrice lo fa apparire solo nel frontespizio, come una “sorpresa” in un racconto fatto “per sconvolgere” (come ha dichiarato Volckmer in una lunga intervista a “The Guardian” del settembre scorso). L’ho chiamato racconto ma in realtà è un monologo, è mettersi in scena in un flusso di pensieri trasportati in parole continuamente svianti, saltanti da un argomento a un altro, una sarabanda di disgusti che richiamano per la radicalità e il sarcasmo lo stile di Thomas Bernhard (ma su questo tornerò), con qualcosa della confessione allo psicanalista del personaggio ebreo, ossessionato dal sesso e dalla madre, del Lamento di Portnoy di Philip Roth.

 

 

Volckmer prende per i capelli la questione tedesca, la memoria, l’Olocausto ebraico, ma continuamente depistando, sconvolgendo e sconvolgendosi, seguendo libere associazioni in un flusso di coscienza, sensazioni, esperienze ad alta voce. Ma il depistaggio consiste anche nella scena medica: la donna senza nome – amante in un certo periodo di un signor K (guarda un po’), un pittore che da piccolo rischiò di affogare e che continuamente cerca la luce che squarci il buio del blu profondo – la protagonista, che vomita parole senza freno contro l’ideologia tedesca e contro la vita tedesca, non è stesa sul lettino di uno psicanalista. Da quello, tal Jason, Giasone, ci è già stata, dopo aver cercato in ufficio di sigillare con una spillatrice le labbra a un collega in vena di complimenti o di approcci amorosi: dalla terapia non ha ricavato altro risultato che ribrezzo, senso di noia per l’inutilità della relazione, della finzione psicanalitica. Questa volta l’intervento medico che richiede è più radicale, più profondo potremmo paradossalmente dire di quello attraverso il discorso sulla psiche, della psiche. Si tratta di superare i limiti imposti dalla nascita, quella linearità che ci fa assegnare a un genere o all’altro, visto che si è considerata “un ragazzo bloccato nel corpo di una donna che desideri farsi altri ragazzi”. Il mite dottor Seligman, un ebreo dalle belle mani, una presenza umbratile, che non interferisce con una sola parola nel flusso di pensieri della donna, è un chirurgo plastico.

Dramma sul gender allora? Non proprio, non solo, e questo è il fascino del racconto. Sullo sfondo dell’incompiutezza psichica e fisica della protagonista, che ripercorre esperienze infantili, familiari, delle altre età della sua vita, sta la Germania, un paese incapace di dire la parola piacere, di essere felice, un luogo “spettrale”, quindi senza corpo. L’impressione è che sterminando gli ebrei i tedeschi avessero spazzato via anche sé stessi, per poi, dopo la distruzione, asfaltarsi sotto il cemento della ricostruzione. Dramma dell’essere a disagio nel proprio corpo, che è lo stesso che stare a disagio nella propria anima, come insinua l’autrice per l’Hitler di quella comica descrizione iniziale? Disagio del corpo di un’intera nazione? “Non è accettabile spazzar via un intero popolo perché non sei felice del tuo corpo e perché quel popolo rappresenta ciò che odi di te stesso” – riflette la nostra voce recitante pensando al proprio sogno: “ma il sogno mi ha fatto riflettere sulla sua vita privata”.

Gli slittamenti sono dovuti a quel non essere a proprio agio, come stare in disequilibrio continuo, senza un posto, senza una corrispondenza tra realtà e desiderio, senza un partner capace di soddisfarti, e allora sarebbe meglio un bel robot con dildo. Un altro degli slittamenti è verso l’oscenità, la pornografia, la spazzatura, come costituenti di un mondo fatto per morire, dove la morte è una cosa naturale, che a poco a poco cresce dentro, si accumula. Poter spegnere il mio partner-macchina quando non ho nessuna emozione da condividere. E discorsi sulla vita, sulla morte, sulle villette con i bei giardinetti e sui quartieri ‘bassi’ pieni di spazzatura, sempre a squarciare i veli ammorbanti del politicamente corretto. Un divagare teatrale, mettersi in scena, con piacere, perché Seligman sa ascoltare; re-citare, citare, ricostruire la propria vita e le proprie oscurità per via immaginale senza simulare, come faceva la donna costruendo bei racconti per l’analista Jason.

 

 

In continuazione riemerge il tema portante: l’ebreo. Non siamo abituati, noi tedeschi, a pensare a l’ebreo vivo: solo vediamo gli ebrei che emergono da quelle grigie foto d’epoca “o da qualche luogo d’esilio senza mai sorridere”. Ebrei, trasformati dai tedeschi, per farsi perdonare, in creature magiche o mitiche. “Non riesco a non stupirmi che voi siate vivi fuori dai nostri libri di storia”, ripete all’ebreo dottor Seligman.

E poi continua la deriva, gli insopportabili discorsi delle zie, i gatti che sono gatti e non cani o elefanti, lo stare al proprio posto o volerne fuggire, il sangue bello e vitale quando resta in vene e arterie ma orribile, insostenibile, quando prorompe dalle ferite o si raggruma intorno alla carne lacerata, e l’amore, per il quale ugualmente è opportuno stare al proprio posto. Ossessione e pratica della metamorfosi, rovescio dell’apparenza, scavo sotto la rappresentazione abituale, sotto l’abitudine mentale, come un solo respiro di 100 pagine. Il fascismo non è morto, ripete l’autrice nell’intervista a “The Guardian”, nove persone sono state uccise da un uomo armato di estrema destra a Hanau nel febbraio 2020, ma il fatto non ha suscitato in Germania proteste simili a quella di Black Lives Matter. Leggere Prima della pensione di Thomas Bernhard e ancora di più Heldenplatz, sempre dello scrittore austriaco che nel morire vietò la rappresentazione dei suoi testi in patria, per sentire come nei paesi di lingua tedesca la questione del nazismo risorgente nella democrazia, così come l’ottusità piccoloborghese, sia sempre attuale, rivestendosi di altri odi come la xenofobia.

Volckmer è un Bernhard più osceno e virulento, un Bernhard intinto nella merda, nella violenza cieca di Werner Schwab, con un tratto postpunk contemporaneo, con i suoi robot sessuali, i rapporti orali in un cesso pubblico maschile, l’amore con i corpi dipinti di blu o di viola con K, con un tratto surreale che prova a rompere ogni confine, come quelli della sessualità, contro radici che bloccano in una Heimat non scelta, con le gabbie che lanciano grida nel vuoto che le circonda, con la necessità di dire “fare l’odio”, “fare noia”, “fare disperazione”, come si dice “fare all’amore”, più schiavi degli schiavi torturati del passato, schiavi dei dispositivi elettronici, rinchiusi da sé stessi dentro casa, rinunciando ai contatti, un fare sanguinare di nuovo le cicatrici, con l’unica consolazione di avere un albero che ti aspetta con i suoi rami amici per impiccarti.

Ma tutto questo nero anch’esso non è definitivo: naviga in un mare umoristico di disgusto, che continua ad abradere i tedeschi. Abilissimi nel costruire forni, nel dividere in strati piramidali gli esseri umani, per poi sbarazzarsi dei gradini più bassi…  All’angoscia che via via subentra al tono brillante e sarcastico rimedio appare la teatralità, lo sfuggire il proprio corpo nel personaggio o renderlo extraquotidiano, danzante: innamorarsi di un mondo dove per poche ore tutto sembra possibile.

In questi e in altri continui naufragi a un certo punto si intravede la rotta: superare la paura. Il solo modo per superare l’Olocausto – pensava da giovane la protagonista – sarebbe stato amare un ebreo. Accogliere dentro di sé un cazzo ebreo. O adesso, ancora più radicalmente, trasformarsi, almeno in parte, in questo mondo di solitudini incompiutezze e brancolamenti, in ebreo. Come? Nel modo più estremo: accompagnando il proprio desiderio di trasformazione sessuale. Siamo alla rivelazione del titolo e del senso del rivolgersi al chirurgo plastico Seligman, come curatore dei mali dell’anima.

Ma anche questa deflagrante rivelazione non è il finale: c’è un’ultima trasformazione, in un monologo che assume come forma e come contenuto la metamorfosi come unica possibilità di vivere e di fare i conti con il proprio disagio e con quelli della storia. È un salto di memoria, nella storia familiare del bisnonno, capostazione umile, dimesso, gentile, in una stazioncina della Slesia, in Polonia, con i treni piombati che passavano sui binari davanti ai suoi occhi sotto una placida neve verso la destinazione finale.

 

Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo, traduzione di Chiara Spaziani, pagine 112, euro 16.

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