La bocca del lupo – recensione

images-2 sabato 20 febbraio, 2010
Domenico Astuti
Letto 59 volte

Abbiamo visto “ La bocca del lupo “ diretto d Pietro Marcello.
Vedere questo docu-film è come essere folgorati sulla via di Damasco. E’ come entrare nelle viscere di un certo mondo sia esistenziale che culturale. Siamo nei carrugi di Genova, al termine del mondo perché un mondo esiste. Un viaggio al centro della Terra, fatto da esseri marginali, puri nella loro immediatezza senza alcun archetipo di sovrastruttura, bisognosi di quell’affetto e di quella solidarietà che nessun mondo borghese può chiedere o sa pretendere più. Siamo in quello stesso perimetro di Terra che ha cantato in direzione ostinata e contraria De Andrè con le sue Anime Salve, che abbiamo letto nei libri di Genet e di Franco Fortini, che abbiamo trovato ( in questo caso senza ideologie culturali ) nel pensiero di Pasolini e nelle poesie di Victor Cavallo, che cinematograficamente ci ricorda l’interezza morale di Straub e Danielle Huillet, di Nico D’Alessandria de “ L’Imperatore di Roma “, ma anche del Wenders pentito de “ Il Cielo sopra Berlino “ e parafrasando il suo autore-sceneggiatore Handke “ … Quando l’uomo era uomo era il tempo di queste domande… “. E’ un film duro, rigorosissimo, senza concessioni e quindi poetico e folle; amorevole nei confronti dei protagonisti come solo Tod Browning. con Freaks è riuscito a rendere. Dopo aver visto questo docu-film anche i migliori film italiani di questa decade ci sembrano prodotti confezionati e cellofanati che sanno un po’ di plastica e i cui contenuti risultano satolli, autoreferenziali e peggio ancora falsi e da salotto.
“ La Bocca del Lupo “ è un film a costo “ zero “, circa centomila euro dichiarati, voluto dall’Associazione San Marcellino, dei Gesuiti genovesi, che nel centro storico lavora con gli emarginati come ex detenuti, prostitute, tossici, trans e senzatetto. E organizzato e prodotto dai coraggiosi producer della Indigo film Nicola Giuliano e Francesca Cima e da Dario Zonta per l’Avventurosa. Il racconto si svolge nel labirinto dei carrugi del porto di Genova, tra la Croce Bianca, via Pré, via del Campo e Sottoripa, vicoli antichi di un posto che non sarà mai moderno e dove anche il Novecento non sembra ancora giunto. Fortificato da splendide immagini di repertorio che la montatrice Sara Fgaier ha scelto anche con la collaborazione dell’Archivio storico Ansaldo e di molti documentari d’epoca.
La storia è quella di un amore forte e intenso tra due “ irregolari “ che si sono conosciuti in carcere, uno ha aspettato l’altro per dieci anni nella speranza di un futuro assieme. I due protagonisti, che vedremo l’uno accanto all’altra solo nel finale del film come nella vita reale, nell’intervista-confessione, sono Vincenzo, un catanese che ha passato ventisette anni in carcere e Mary anche lei in carcere nella sezione transessuali. Si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro primo incontro dietro le sbarre, quando ancora si mandavano bigliettini e messaggi registrati su cassette di straforo. La terza protagonista assoluta è Genova, barbarica e splendente, quasi testimone e complice del loro amore e del loro destino. Con una voce in off e con molte fratture spazio-tempo seguiamo l’oggi dei due protagonisti, vivono entrambi liberi, spensierati e innamorati; sereni nel confronto della vecchiaia che sta per sopraggiungere e abbastanza riconciliati con i loro passati burrascosi e sventurati. Intorno a loro il mondo semplice e disgregato degli emarginati visti con amorevole oggettività e senza alcun accenno di giudizio positivo o negativo che sia.
Il regista Pietro Marcello, casertano ma residente a La Spezia, di professione portiere di notte, ma con il talento del grande documentarista, è alla sua seconda Opera, nel 2007 ha diretto “Il passaggio della linea “, documentario sui pendolari della notte. Ha vissuto per anni a Napoli, poi ha scelto di abitare in Liguria. E’ raro trovare in Italia, e forse non solo, un giovane autore che ha il coraggio, la “ follia “, di cercare nuove strade, di battere sentieri altri, di aprire nuove vie, di accettare il rischio di un percorso accidentato e in totale controtendenza col sentire della stragrande maggioranza degli spettatori. In più ha scelto una sfida ancora maggior, una forma estetica tanto sospesa quanto metafisica ma allo stesso tempo tiene i personaggi ancorati ai luoghi fisici, alla terra, ma anche al sogno del mare.

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