LA “MATTATRICE” PERFETTA, la morte di Monica Vitti: era malata da 20 anni – di Michele Anselmi per Cinemonitor

mercoledì 2 Febbraio, 2022
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Ora che Monica Vitti non c’è più, spezzata a 90 anni da un’atroce malattia neurologica che l’ha divorata nel tempo, forse si può dire quanto fossero ciniche e incarognite quelle battute da salotto nate a proposito della sua relazione col fotografo e regista Roberto Russo, di sedici anni più giovane. “La nonna di Cappuccetto Russo”; o, peggio ancora, “Vitti & alloggio”. Con dedizione amorosa costante e serena, il marito dell’attrice romana ha saputo difendere da sguardi indiscreti la consunzione lenta di quella che fu definita, con qualche ragione, “il quinto colonnello della commedia all’italiana”, l’unica donna accanto al quartetto doc Sordi, Manfredi, Tognazzi, Gassman. Alzheimer, o qualcosa di simile: una malattia degenerativa che si affacciò alla fine degli anni Novanta, prima del suo matrimonio con Russo del 2000, costringendola via via a dosare le apparizioni, l’ha lentamente uccisa. L’ultima volta che si fece vedere e fotografare risale al marzo 2002, per la prima del musical “Notre-Dame de Paris”, poi più nulla, a parte alcuni scatti “rubati” davanti alla sua villetta di Sabaudia, dove appare già stanca, forse smarrita. Un anno dopo il ricovero in clinica per la rottura del femore.
E pensare che Monica Vitti, al secolo Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre 1931, ha rappresentato per quasi un quarantennio un modello di bellezza moderna, eccentrica, vagamente irregolare nei tratti del viso, anche molto sensuale. Lei che negli anni Cinquanta aveva dovuto lottare contro un mondo cinematografico dominato dalle canoniche misure 90-60-90, possedute da Gina Lollobrigida, Sophia Loren e Silvana Mangano, con i Sessanta avrebbe anticipato l’icona sexy della donna atletica e affusolata, destinata ad affermarsi nell’immaginario mondiale, un po’ come Ursula Andress e Jane Fonda. Ma mischiando, meglio di altre, cura della propria immagine divistica e tecnica attoriale.
Ha ragione il critico Mario Sesti quando scrive: «Un grande attore è sempre la soluzione di un’equazione impossibile, e la Vitti ne è una dimostrazione: cosa c’entrano le sue angosce e i suoi lunghi piedi da “esistenzialista” con quella fame atavica, allegra e vorace, che l’ha vista in molte scene dei suoi film divorare fettuccine, abbacchio, minestroni, pizze e intingoli?». In effetti, sul versante femminile, nessuno più di lei ha saputo rappresentare al cinema un’Italia in via di industrializzazione, pronta a una folle scorpacciata di qualsiasi cosa. Benché abbia girato film nei quali sembra non toccare cibo, specialmente quelli detti “dell’incomunicabilità”, frutto dell’incontro col regista e compagno Michelangelo Antonioni: “L’avventura, “La notte”, “L’eclisse”, più tardi “Deserto rosso”. Proprio quest’ultimo le valse qualche ironia, per via di una battuta di dialogo scritta da Tonino Guerra: «Mi fanno male i capelli». Nessuno ha mai capito bene cosa volesse dire. Ma suonava bene.
Ceciarelli faceva di cognome, da autentica “romana de Roma”. Anche se se il nome d’arte, Monica Vitti, nacque presto, già ai tempi dell’Accademia d’arte drammatica, a evitare gli sfottò. Allora erano in tante a farlo: Sofia Scicolone diventò Sophia Loren, Palmina Omiccioli diventò Eleonora Rossi Drago, Lucia Borlani diventò Lucia Bosé. Così come, qualche anno più tardi, Francesca Romana Rivelli e Claudia Colacione avrebbero preferito farsi conoscere come Ornella Muti e Claudia Koll.
Monica Vitti amava definirsi «presbite, miope, astigmatica, ipermetrope e ipersensibile». Sullo schermo, che facesse l’inquieta o la comica, più la seconda, è stata travolgente, di un eclettismo ben portato. Sono circa 50 i suoi film, a partire dal primo, “Adriana Lecouvreur” del 1955, dove fa una particina. Ma già cinque anni dopo, messo da parte il teatro classico e l’attività da doppiatrice specializzata in prostitute e alcolizzate, eccola protagonista di “L’avventura” di Antonioni, il film ispirato da un viaggio estivo a Panarea. Pare che Monica Vitti si fosse davvero persa e tardasse a tornare: da lì l’idea della storia sospesa, misteriosa, dal finale irrisolto, anche se a scomparire sull’isola era Lea Massari.
Un po’ stretta nel ruolo dell’icona enigmatica del cinema intellettuale e di sperimentazione, che pure l’aveva fatta conoscere, Vitti ricorda di saper far ridere, non necessariamente con le farse di Feydeau e Molière. Nel 1964, lo stesso anno del sofferto “Deserto rosso”, l’attrice si diverte a fare “la sospirosa” per Luciano Salce nel film a episodi “Alta infedeltà”. Ci prende gusto: rieccola, in rapida successione, in “Le bambole” e “Le fate”; finché Citto Maselli, in disastrosa vacanza comica, non le offre la parte dell’imbrogliona Giovanna in “Fai in fretta ad uccidermi… ho freddo!”, del 1966. Ormai i tempi sono maturi per il grande salto: se l’esperienza internazionale con Joseph Losey, per “Modesty Blaise – La bellissima che uccide”, non lascia un gran segno, l’incontro con Mario Monicelli per “La ragazza con la pistola” ne fa una star della risata. Nei panni della sicula Assunta Patané, scura di capelli e di nero vestita, Vitti anticipa al femminile certe caratterizzazioni dialettali e fa centro presso il grande pubblico. «Ca’ prima mi sposi, poi avviene il fatto. Io donna onesta sono… Un pezzo di mammo sono»: chi non ricorda il suo flebile tentennare di fronte alle avances di Carlo Giuffrè, che prima la seduce e poi la molla per scappare in Inghilterra, scatenando nella ragazza istinti di vendetta?
Ormai l’eroina borghese incarnata nei film di Antonioni, sofferta e ulcerata, svogliata e nevrotica, è un ricordo lontano. La bellezza strana, quel mix di voce roca, naso irregolare e fianchi larghi su armoniose gambe da gazzella, fa di lei la mattatrice ideale per commedie di forte impronta femminile, anche se tutte dirette da uomini: nel 1969, con “Amore mio aiutami”, nasce il fortunato sodalizio con Alberto Sordi che culminerà, dopo una pioggia di finti schiaffoni sulla spiaggia, nel successivo “Polvere di stelle”; e nel 1970, preferendola a Franca Valeri e Silvana Mangano, Ettore Scola le cuce addosso il personaggio proletario della fioraia Adelaide di “Dramma della gelosia -Tutti i particolari in cronaca”, incerta tra l’operaio comunista Marcello Mastroianni e il pizzaiolo toscano Giancarlo Giannini. Il successo è travolgente, ormai tutti la vogliono: Dino Risi, Franco Giraldi, Miklós Jancsó, Luigi Magni, Carlo Di Palma, di cui si innamora e con il quale gira lo struggente “Teresa la ladra”, perfino Luis Buñuel la chiama per “Il fantasma della libertà”.
«Rarefatta e popolare, inaccessibile e comunissima» secondo Andrea Scanzi, che nel novembre 2011 evoca l’imbarazzato clima di affetto e pudore attorno ai festeggiamenti per gli 80 anni dell’attrice malata, Monica Vitti ha rappresentato un caso unico nel contesto del cinema italiano: per freschezza e simpatia, mestiere e grinta. Anche se sul set non andava d’accordo con tutti: con Tognazzi, ad esempio, non si prese mai. E come regista di “Scandalo segreto”, del 1990, non dimostrò particolare qualità. Meglio l’autobiografia “Sette sottane”, nella quale si racconta a cuore aperto.
Era politicamente di sinistra, tendenza Ulivo; e fu acclamata alla manifestazione femminista “Se non ora, quando?”, nel febbraio 2011, per una frase detta in tempi lontani: «Le donne mi hanno sempre sorpreso. Le donne sono forti ed hanno la speranza nel cuore e nell’avvenire». Già. Ma bisogna ricordare, tra le tante, anche un’altra sua battuta arguta: “Dicono che il mondo è di chi si alza presto. Non è vero. Il mondo è di chi è felice di alzarsi”.

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