La Memoria e la Grazia: su Simone Weil e Cristina Campo – di Luca Campana

1c5959e793d3de175d42a09e4ce6ab0c-900x425 venerdì 22 gennaio, 2021
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“Ma in te, per/nascita,/ gorgogliava l’altra fonte,/ sul nero getto/ della rimembranza/ rampicando ritrovasti/ il giorno”. Paul Celan

La riflessione sulla Memoria, sul valore spirituale di cui essa è depositaria e sulla progressiva alienazione del suo significato è il nervo che attraversa alcune delle pagine più dense scritte da Simone Weil e da Cristina Campo, il suolo in cui si radica, per entrambe, una precisa presa di posizione etica prima ancora che estetica, un punto di vista alla luce del quale entrambe passano al vaglio sé stesse e il proprio tempo.

Per Simone Weil il culmine dello spirito occidentale è espresso dalla cultura greca nella tragedia attica, nei dialoghi di Platone e soprattutto nell’Iliade, opere senza eguali, in cui il genio greco coglie e cristallizza il senso più profondo della condizione umana; in seguito al declino della polis e della civiltà ellenica se ne ritroverà un’eco autentica solo nei Vangeli.

Negli appunti dedicati a Platone, scritti all’inizio del ’42, la Weil indica chiaramente quello che è il nodo decisivo di tutta la grecità: bagnarsi alla fonte che sgorga dal lago della Memoria, estinguere in quell’acqua la sete del divino, della perfezione che appartiene al divino, una dimensione che i Greci hanno costantemente contrapposto alla miseria umana, esprimendo più di ogni altro popolo l’amarezza per tale miseria e la distanza rispetto alla felicità incondizionata ed impassibile della divinità. In questa distanza è racchiuso il valore più profondo della grecità: la lirica, la filosofia, l’arte, la scienza greche non sono che ponti gettati da questa miseria verso quella perfezione. È la percezione di tale distanza, acuita dalla storia recente, che spinge la Weil a ritornare ad Omero proprio negli anni bui che precedono il Secondo conflitto mondiale, a leggere e tradurre l’Iliade e a scrivere, tra il ’37 e il ’39, le considerazioni che andranno a costituire il saggio L’“Iliade” o il poema della forza, pubblicato alla fine del ’40, a conflitto ormai iniziato.

Coloro che, oggi come un tempo, sanno discernere la forza al centro di ogni vicenda umana vi trovano il più bello, il più puro degli specchi: per Simone Weil la forza è la sola, vera protagonista del poema omerico e il centro della Storia. I singoli individui, che di volta in volta vengono a contatto con la forza, esercitandola oppure subendola, divengono cose, i loro corpi e le loro anime sono pietrificati dalla forza, e tale trasformazione, seppur in modi differenti, accade sempre. Si diviene una cosa non solo nel momento in cui un guerriero è reso cadavere, oppure schiavo, ma anche quando un vincitore è posseduto dalla guerra, tanto che il furore gli sottrae lucidità, percezione di sé e del proprio limite; in tutti questi casi l’anima, il vero oggetto della guerra e del poema, viene manipolata, ridotta, annullata dalla forza. Ettore uccide Patroclo, Achille uccide Ettore, Paride uccide Achille, i Greci sconfiggono i Troiani, ma neanche loro godranno a lungo di tale vittoria: vincitori e vinti sono subordinati a un destino dall’equità geometrica, entro il quale la forza non ammette distinzioni per nessuno. È in questo orizzonte desolato, in questa esposizione senza varchi della miseria umana che, in rari momenti, si può assistere al miracolo della grazia: allora per un attimo un raggio di luce attraversa i corpi fatti pietra dalla guerra, per un attimo l’anima torna a vibrare, a ricordare sé stessa e la sua vita al di là della forza. Nell’Iliade ognuna di queste rare epifanie dell’anima, sempre fragili e minacciate, e proprio per questo più toccanti, si lega profondamente alla Memoria, al ricordo di qualcosa che era stato cancellato dalle circostanze. Glauco ricorda a Diomede il vincolo di ospitalità che lega le loro famiglie; Andromaca ricorda a Ettore la propria vicenda, segnata dalla perdita e dal lutto, e il destino che attende lei e suo figlio quando Troia sarà conquistata; Priamo suscita in Achille il ricordo del padre lontano e lo commuove fino al pianto. È la Memoria il nervo di quell’anima continuamente alterata e annichilita dalla forza, è lei la condizione necessaria all’ospitalità, all’amore, alla giustizia, la sola ricchezza in un tempo di perdita e polvere, un privilegio unico e, proprio per questo, imperdonabile, agli occhi della forza.

Per Cristiana Campo la condizione dell’anima nella moderna, progredita società occidentale non è diversa da quella indicata dalla Weil nell’Iliade: nel saggio Gli Imperdonabili questa società è paragonata alla fila di cinesi portata alla ghigliottina durante la rivolta dei Boxers; secondo le cronache del tempo un unico cinese ottenne la grazia ed ebbe salva la vita, quello che, il solo nella fila, concentrato e impassibilmente composto, leggeva un libro. Io so che ogni rigo letto è profitto. La Campo esalta nell’atteggiamento del cinese la virtù di chi, in un contesto di totale abbrutimento, e anzi spinto da tale contesto, sa mantenere, intensificare ed accrescere la propria umanità: la Memoria, alimentata dal libro, è lo scrigno della grazia, il luogo in cui è possibile conservare ciò che immobilmente perdura. È infatti nella Memoria che si cristallizza e si tramanda quanto di originario continua a durare, e per la Campo questo può avvenire nel solo modo in grado di gettare un ponte tra l’umana miseria e la divina indifferenza, come il cinese concentrato nella propria inamovibile compostezza: la perfezione.

Custodi della memoria, cultori della perfezione, pertanto imperdonabili, sono allora Boris Pasternak e William Carlos Williams, Marianne Moore e Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Dante e Hugo von Hofmannsthal, Frederick Chopin e Gottfried Benn, il Benn che invita a tener duro, a sedere contro la parete, a leggere Giobbe e Geremia. È grazie a loro che l’anima, sprofondata nella polvere dei tempi, può ricordarsi di sé stessa, è nelle loro opere che torna ad essere, a vibrare, a cogliere i riflessi di una luce dai cui raggi l’orrore è trasmutato ed è redento in armonia geometrica e bellezza, una bellezza che perdura, immobile, nella Memoria, nel suo circuito ininterrotto e inesauribile, eppure sempre più inosservato, quasi invisibile, allora come oggi: fiore, stella, morte, danza.

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