La Mostra di Venezia ( 9 – 8 – 7 – 6 – 5 – 4 – 3 – 2 – 1 ) – di Michele Anselmi per Cinemonitor

images venerdì 8 settembre, 2017
Articolo scelto dalla Redazione
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“HANNAH”: TROPPI TEMPI MORTI ALLA FINE UCCIDONO PURE IL FILM
DALLA FRANCIA UNA TOSTA STORIA DI AFFIDO E ODIO CONIUGALE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (11)
D’accordo, siamo alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, quindi non dovrebbe valere l’antico adagio hollywoodiano secondo il quale “il cinema è la vita senza i tempi morti”. Ma se metti in un film solo tempi morti alla fine ammazzi il film medesimo. Capita con “Hannah”, quarto titolo italiano in concorso alla 74ª edizione, ambientato in Francia ma firmato dal trentino Andrea Pallaoro, classe 1982. Un tempo l’avremmo definito “film da festival”. La formula è stantia, neanche corrisponde più alla realtà, ma una cosa è certa: “Hannah” dura solo 95 minuti e sembra non finire mai.
Pallaoro ha studiato cinema negli Stati Uniti, quattro anni fa portò a Orizzonti il suo “Medeas”, cita tra i suoi ispiratori registe sofisticate come Lucrecia Martel e Chantal Akerman. Però, con tutto il rispetto, non basta ingaggiare un’attrice-feticcio come Charlotte Rampling per dare un senso alla storia. È lei l’Hannah in questione.
Siamo in un’imprecisata cittadina francese, benché molte riprese siano state fatte a Roma. Dimessa, intristita e dignitosa, l’anziana signora ha appena visto il marito finire in carcere. Non si dice per cosa, ma si capisce via via da segnali e allusioni: pedofilia. Hannah sembra credere all’innocenza del consorte, e intanto la sua vita va progressivamente in pezzi: il figlio non vuole più vederla, le ritirano la tessera per la piscina, la madre di una vittima bussa alla sua porta, anche i corsi di espressione corporea/teatrale non la sollevano più.
Il film racconta, per gesti quotidiani che si vorrebbero emblematici di una condizione umana desolata, lo sgretolamento psicologico della protagonista, anche la sua perdita di autocontrollo di fronte alla spietatezza del contesto. Hannah, insomma, come la balena spiaggiata di cui sente parlare in tv, prossima alla fine. Metafora metafora…
Charlotte Rampling naturalmente è una garanzia. Magari poco credibile come donna delle pulizie in una villona tutta vetri e specchi, e tuttavia capace di caricarsi sulle spalle l’intero film. Parla bene il francese, il suo fisico altero, mostrato anche senza veli, e le rughe dolenti, da donna messa all’angolo, sono ammirevoli; ma non bastano a fare di “Hannah” una riuscita. Sfilacciata e ambiziosa, la storia è un po’ fatta di niente: solo di atmosfere meditabonde, di artificioso stile.
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Proprio l’opposto di “Jusqu’à la garde”, l’altro film in concorso della giornata. Anche qui si parla francese, ma il regista esordiente Xavier Legrand, nella vita anche attore, viene da quel Paese, s’è fatto le ossa a teatro e cerca una cifra personale. Basterebbero i primi dieci minuti, un autentico pezzo di bravura per forza drammaturgica e tensione interpretativa, a definirne il nascente talento.
Davanti a una giudice, assistiti dai rispettivi avvocati, i divorziati Myriam e Antoine devono risolvere un problema non da poco. Il figlio undicenne Julien ha terrore del padre, non vuole più vederlo, la donna ha chiesto l’affido esclusivo, ma l’uomo, disposto anche a trasferirsi di città, ottiene l’affido congiunto. Chi dice la verità? Il padre è davvero cambiato, come dice? La madre è prevenuta perché ha un altro uomo?
“Volevo realizzare un film politico, un film di guerra, forse addirittura un horror” spiega Legrand. Magari esagera. Ma “Jusqu’à la garde” si vede davvero come stando sui carboni ardenti, in un crescendo di ferocia sotterranea, minacce sommesse, scenate profetiche. A Hollywood una storia del genere avrebbe avuto un’altra fine, però anche qui si spara. Il monumentale Denis Ménochet e la bionda Léa Drucker sono i due “combattenti”, mentre il piccolo Thomas Gioria, davvero ben scelto, si ritrova nel mezzo di una guerra coniugale che sembra presa da un acre fatto di cronaca.
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Si spara, e molto, pure in “Le Fidèle”, terzo film francofono della giornata, inserito tra i Fuori concorso (forse senza molta convinzione). Scritto e diretto dal belga Michaël R. Roskam, trattasi di romanzo criminale in bilico tra action-movie all’americana e amour-fou all’europea. Molto lungo, circa 130 minuti, debitore di qualcosa a “The Town” di Ben Affleck, comunque ben interpretato da due attori mica male: il fiammingo Matthias Schoenaerts, ormai gettonato anche a Hollywood, e la francese Adèle Exarchopoulos, che fu lanciata da “La vita di Adele” di Kechiche. Belli, sensuali e molto “fisici”, i due sono Gino detto Gigì e Bénédicte detta Bibì: lui è un gangster che rapina banche e furgoni con una banda di vecchi amici; lei è una pilota da corsa che lavora nella ricca azienda di famiglia. Si conoscono, si amano, meditano di sposarsi e di fare un figlio. Ma per Gino è impossibile smettere di fare il bandito, ce l’ha nel sangue; e naturalmente l’ultimo colpo, il più spettacolare, sarà l’inizio di un calvario. Per entrambi.
“Le Fidèle” si lascia vedere volentieri, specie nella prima parte, che aggiorna la tradizione dei “polar” alla Melville, con un sovrappiù di sangue e adrenalina. Poi s’impone la tragica storia d’amore, con tanto di malattia, e il film prende un’altra strada, all’insegna del Destino.

 

PER KECHICHE UN PO’ GUARDONE ARRIVA “IL TEMPO DEI MELONI”
DALLA CINA UNA BRUTTA STORIA PEDOFILA, SOLDINI TRA I CIECHI

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (10)
Anche per Abdellatif Kechiche è arrivato “Il tempo delle mele”. Anzi dei “meloni”, come un collega impertinente ha ribattezzato il nuovo film dal titolo enigmatico, “Mektoub, My Love: Canto Uno”, per via del goloso sguardo sui giovani corpi femminili allegramente mostrati nelle loro forme tornite. Classe 1960, tunisino, Palma d’oro quattro anni fa a Cannes con lo scandaloso e riuscito “La vita di Adèle”, Kechiche ha fama di cineasta incazzoso e poco incline al sorriso. “Mektoub” eccetera batte bandiera francese per lingua e ambientazione, ma è stato produttivamente realizzato perlopiù con soldi italiani, sicché uscirà distribuito da Vision. Magari avrà i suoi estimatori da noi, di certo i fischi spazientiti piovuti sulle due proiezioni per i giornalisti alla 74ª Mostra non avranno fatto granché piacere al regista.
Kechiche è un habitué al Lido, vi ha già portato “Tutta colpa di Voltaire”, “Cous Cous” e “Venere nera”, difficile quindi per il direttore Barbera non prendere in concorso il nuovo film, primo capitolo di una trilogia in parte autobiografica, benché alla base ci sia un romanzo di François Bégaudeau. Spente le due citazioni dal “Vangelo” e dal “Corano”, si parte con un prolungato amplesso, anche piuttosto realistico, e bisogna riconoscere che Kechiche sfodera una certa cura nel ritrarre le nudità della fremente fanciulla, che si chiama Ophélie, sotto i colpi dello sciupafemmine Toni. A spiarli di nascosto è Amin, un aspirante sceneggiatore di origini tunisine, si direbbe alter-ego dell’autore, sceso da Parigi, per le vacanze estive, nell’assolato paesino di mare, non fistante da Marsiglia.
Siamo nel 1994. Bello, magro, osservatore, un po’ timido e “flosofo”, il giovane uomo è l’opposto del dionisiaco cugino Toni, che in fatto di sesso va forte non solo con la burrosa pastorella Ophélie. Sulla spiaggia i due rimorchiano due avvenenti ragazze appena arrivate da Nizza, e si capisce subito che il loro soggiorno sarà piuttosto movimentato sul piano sentimentale (diciamo).
Kechiche poca ama il montaggio, che forse trova artificioso, infatti gira film interminabili, nei quali ogni scena viene lasciata scorrere ad libitum, affinché sembri rubata dalla vita vera, quasi a sfidare la pazienza dello spettatore. In realtà non è cinema documentaristico, il suo, bensì assai meditato: nell’uso della luce naturale e della musica diegetica, nella direzione degli interpreti e nello snocciolarsi della chiacchiera un po’ alla Rohmer ma senza Rohmer.
I sapori della cucina tunisina (c’è di mezzo un ristorante di famiglia) fanno tutt’uno con i corpi sodi e voluttuosi di quelle “sirene” in costume da bagno, riprese da ogni angolatura in acqua, sulla spiaggia, in discoteca, mentre si vestono o parlano di gelosia e tradimenti. Il doppio parto di una capra ripreso in diretta e l’inevitabile bacio lesbico siglano un film certamente d’autore, ma alquanto scombinato. Difficile arrivare in fondo ai 180 minuti. Kechiche, ormai asceso allo status di venerato maestro, è un altro che non lavora ma “capolavora”.
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Di sesso, ma per nulla gioioso e liberatorio, anzi fosco e perverso, parla anche il cinese “Gli angeli vestono di bianco”, scritto e diretto dalla regista Vivian Qu. Pure qui siamo in una cittadina di mare, all’ombra di una gigantesca statua di Marilyn Monroe con le gonne al vento, come nel film “Quando la moglie è in vacanza”. Mia, una sedicenne solitaria e senza documenti, fa le pulizie in un hotel, pagata una miseria. Una sera le capita di lavorare alla reception: e dalle telecamere a circuito chiuso osserva un ricco papavero locale mentre molesta e forse stupra due studentesse dodicenni.
Il caso finisce in tv, le ragazzine sono sottoposte a ripetute visite ginecologiche per appurare i fatti, Liu prova a ricattare il potente pedofilo e viene pure pestata, alla fine tutto viene messo a tacere.
Il tabù della verginità è l’elemento cruciale di questo film strano e malinconico, a tratti amarissimo, dove l’iniziale violenza sessuale sembra quasi un pretesto per raccontare, con quieta sensibilità femminile, i meccanismi di una società post-comunista crudele e fortemente maschilista.
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Arriva sempre, nella carriera di una brava attrice, un ruolo da cieca (un tempo anche da suora o prostituta). Nel nuovo film di Silvio Soldini tocca a Valeria Golino, che col regista milanese aveva girato “Le acrobate”. Presentato tra i Fuori concorso, “Il colore nascosto delle cose” trae ispirazione da un documentario dello stesso Soldini intitolato “Per altri occhi”. L’idea di fondo è questa: i non vedenti non sono come il cinema li ha spesso rappresentati, e cioè spaventati, depressi, rinunciatari. Di sicuro tale non è Emma, appunto Golino, che ha perso la vista a sedici anni e oggi, donna ancora piacente reduce da un divorzio, fa l’osteopata a Roma senza farsi mancare nulla: vestiti, cene, amicizie. Anche per questo la donna finisce nel mirino di Teo, cioè Adriano Giannini, un pubblicitario di successo, facile ai tradimenti, immaturo e in fuga dal passato familiare. All’inizio è solo una scommessa, per la serie “mi faccio una cieca”, ma poi le cose si complicheranno. Per tutti e due.
Si parte al buio e si finisce al buio, solo al suono delle voci, in modo da proiettare lo spettatore in una sorta di piccola esperienza sensoriale. Il film è onesto, anche ben recitato, Soldini esercita uno sguardo non banale sui suoi personaggi. Ma purtroppo manca qualcosa, al termine dei 115 minuti risulta difficile appassionarsi davvero alla storia di Emma e Teo.
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Stupisce ogni volta la libertà espressiva del cinema israeliano, la sua capacità di affrontare temi spinosi, come la Shoah, la religione o il conflitto con i palestinesi, senza cadere nella retorica, spesso rovesciando le attese, spiazzando lo spettatore. Prendete il magnifico “Ha’Edut”, ovvero “La testimonianza”, di Amichai Greenberg, passato in “Orizzonti”. Yoel è un ebreo osservante, molto rispettoso delle tradizioni, che di mestiere fa lo storico dell’Olocausto. Teorizza a un collega: “Non esiste la verità mia o tua, esiste solo la verità assoluta, e bisogna decidere se accettarla o respingerla”. Facile a dirsi.
Nel marzo del 1945, in un campo attorno a Lendsdorf, Austria, furono uccisi e sotterrati dalla Gestapo circa 200 ebrei. La fossa comune non è stata mai ritrovata e ora qualcuno sta progettando di costruire un complesso immobiliare su quei terreni. Yoel ha i giorni contati per trovare fatti, prove, testimonianze. E intanto, messo sotto pressione dagli eventi, il ricercatore scopre per caso che l’anziana madre malata, sopravvissuta ai campi di sterminio, forse non è la donna che ha sempre detto di essere. Indagine familiare e indagine storica si mischiano in questo film teso, serrato, anche dolente, alla fine del quale nulla, per Yoel, sarà uguale a prima. Barba inclusa.

 

I MANETTI BROS. FANNO CENTRO COL LORO MUSICAL CAMMORRISTA
BARDEM GIOCA CON PABLO, DALL’AUSTRALIA UN WESTERN TRISTE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (9)
La battuta che gira tra i festivalieri non è male. Da “La La Land” a “Na Na Land”. Na come Napoli, s’intende. Ormai cittadini onorari della città partenopea, i romanissimi Antonio e Marco Manetti, meglio noti come Manetti Bros, hanno deciso di dare un seguito al loro fortunato “Song’e Napule” del 2013. Il nuovo film doveva chiamarsi “Nun è Napule”, ma strada facendo s’è preferito “Ammore & malavita”, funzionale al clima da musical survoltato con un occhio al poliziesco d’azione e uno alla sceneggiata strappacuore.
Non ha sbagliato il direttore Alberto Barbera a metterlo in concorso, certo rischiando un po'; anche se gli interessati, che sono notoriamente burloni, ci scherzano sopra facendo un po’ gli scongiuri: “Diciamo che è come se la Sanbenedettese andasse al Bernabeu a giocare contro il Real Madrid” hanno detto a “Ciak in Mostra”.
Il film, nato da un’idea di Carlo Macchitella, che coproduce con la società dei Manetti e soprattutto Raicinema, è una riuscita: fresco, divertente, ricolmo di strizzatine d’occhio e parodie cinefile, anche di ottima musica firmata da Pivio & Aldo De Scalzi su testi di Alessandro Garofalo (Nelson). Dura tanto, ben 133 minuti, ma non si guarda mai l’orologio, il che depone a favore dell’esperimento. Rivolto al grande pubblico e tuttavia animato da una certa finezza/scaltrezza d’autore.
Nel frullatore dei Manetti anche “Gomorra” diventa lo spunto per uno sfottò tra l’affettuoso e il pungente: vedi la gita turistica alle Vele di Scampia, su una scuola-bus rubato, con tanto di scippo per la delizia dei paganti stranieri; ma soprattutto l’apparizione dello spilungone e nasuto Ciro Petrone, il quale, benché armato di Kalashnikov come nel film di Garrone, stavolta viene risparmiato.
La storia, ridotta all’osso. Scampato per miracolo a un agguato, il potente don Vincenzo finge d’essere morto e si nasconde nella segretissima “panic room” in attesa d’espatriare con la moglie avida. Nella bara è finito un povero venditore di scarpe colpevole solo di somigliargli. Ma un’infermiera precaria ha visto in ospedale ciò che non doveva vedere, sicché il superkiller Rosario, metà di un duo letale chiamato “Le tigri”, viene spedito a eliminarla. Facile a dirsi: Fatima, la giovane donna, fu nell’adolescenza il primo amore del sicario, che ora, nel ritrovarla uguale e cambiata, non sa più bene cosa fare…
Le citazioni si sprecano: “Flashdance”, i film di 007, “Il marchese del Grillo”, “Ritorno al Futuro”, i polizieschi di John Woo, e via accumulando. Ma non sono ingombranti o gratuite. I Manetti giocano con una certa Napoli “neo-melodica” e col prediletto cinema di genere, ritagliandosi anche una comparsata nella metropolitana di New York. Sopra le righe quanto basta, e pure bravi a cantare e ballare, gli interpreti principali, che sono Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso in doppio ruolo e Gennaro Della Volpe in arte Raiz. Avrete capito che “Ammore e malavita” lavora sui cliché partenopei con spirito goliardico, senza prendersi mai sul serio. Per questo di sicuro piacerà anche al sindaco Luigi de Magistris e al patron Aurelio De Laurentiis.
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Si spara molto, ma non per ridere, anche in “Loving Pablo”, il film dello spagnolo Ferando Léon de Aranoa passato tra i Fuori concorso. Il Pablo in questione non è Picasso bensì Escobar, il supernarcotrafficante che terremotò la Colombia prima d’essere ucciso in un conflitto a fuoco nel 1993, all’età di 44 anni. Javier Bardem, pure produttore, si diverte a incarnarlo sotto la parrucca riccioluta e le protesi gommose necessarie a farlo sembrare panzone. Il film, purtroppo girato in inglese, è rozzo, schematico, ma a suo modo efficace. Il famigerato “re della coca” è già stato portato al cinema da Benicio Del Toro, e tuttavia Bardem, del tutto fuori parte in “mother!” di Aronofsky, qui giganteggia, anche per gigionismo, nel restituire lo spirito imprenditoriale, la ferocia inaudita e le premure paterne del supercriminale. Si allinea al clima a tratti grottesco anche Penélope Cruz, nei panni dell’anchorwoman colombiana Virginia Vallejo, che fu controversa amante di Escobar e poi oggetto di pesanti minacce di morte prima di essere presa sottotutela dalla Dea statunitense. “Loving Pablo” si svolge tra il 1981 e il 1993, secondo gli schemi classici della formula ascesa/ trionfo/caduta (un po’ alla “Scarface” di De Palma). Talvolta, tra una canzone dei Santana e un aereo del narcotraffico che atterra come niente fosse su un’autostrada della Florida, viene da chiudere gli occhi di fronte alle crudeltà perpetrate. Per dire: a un certo punto ammazzano un uomo legandogli un pastore tedesco sulla schiena, naturalmente reso rabbioso dalle botte ripetute.
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Tutt’altra atmosfera nel secondo film odierno in concorso. Nella Mostra attraversata dal filo rosso del razzismo e delle migrazioni non guasta l’australiano “Sweet Country” del regista, sceneggiatore e direttore della fotografia Warwick Thornton. Titolo da leggere per antifrasi, quel Paese non fu affatto “dolce” vero i nativi; e storia vera, che risale al finire degli anni Venti, tra gli aridi e maestosi panorami dell’Australia centrale, dalle parti di Alice Springs.
Thornton applica i moduli narrativi di un certo western minimalista e antropologico per raccontare la fuga a piedi di un cowboy aborigeno e di sua moglie. Accusato di aver ucciso un piccolo proprietario bianco reduce dalla Prima guerra mondiale, dedito a violentare le donne e maltrattare i “neri”, l’aborigeno Sam Kelly ingaggia una sfida neanche tanto simbolica con un sergente razzista deciso a farlo impiccare. Si capisce sin dalle prime inquadrature, a mo’ di flash-forward, che la faccenda, sia pure dopo un processo equo, non finirà bene. Ma è notevole lo stile severo, fatto di silenzi, dettagli, sospensioni, che Thornton applica a questa ballata amarissima incisa sulla pelle del protagonista Hamilton Morris. Nel cast due attori australiani molto noti a Hollywood negli anni Ottanta e poi quasi scomparsi: Sam Neill e Bryan Brown.
La facciata di un’erigenda chiesetta, in quel villaggio selvaggio e desolato, suggerisce forse un barlume di speranza, mentre sui titoli di coda echeggiano le note del gospel “There Will Be Peace in the Valley for Me” cantata da Johnny Cash. Bellissima.

 

ARONOFSKY E LA SUA “MOTHER”: LA CONFERMA DI UN CINE-BLUFF
(MA PER FORTUNA ARRIVA DAL GIAPPONE “IL TERZO OMICIDIO”)

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (8)
Darren Aronofsky era la passione dell’ex direttore della Mostra, Marco Müller, che infatti piazzò in concorso tre dei suoi film, “The Fountain”, “The Wrestler” , pure Leone d’oro, e “Il cigno nero”. Speriamo che non diventi tale anche per l’attuale Alberto Barbera. Intanto però è arrivato in prima mondiale al Lido il nuovo “mother!” (con la emme minuscola, vai a sapere perché). Fischi e “buuu” all’anteprima mattutina per la stampa, il che significa poco, stasera fioccheranno gli applausi in Sala Grande.
In ogni caso pare difficile congegnare qualcosa di più ridicolo e insensato, a un passo dall’idiozia, e siccome Aronofsky firma pure la sceneggiatura c’è poco da fare: la colpa è tutta sua. Nelle note sul catalogo il cineasta newyorkese, classe 1969, confessa di aver scritto la prima bozza di “mother!” in soli cinque giorni. Si vede. Avrebbe fatto bene a prendersi qualche ora in più, non fosse altro perché il medesimo Aronofosky aggiunge: “Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia”.
Trama top secret fino all’ultimo, un’aura di capolavoro annunciato, un manifesto allusivo che ritrae la vedette Jennifer Lawrence, oggi fidanzata del regista, mentre tiene in mano un cuore insanguinato appena estratto dal suo petto. La madre in questione è lei: bionda e paziente, accudisce il marito scrittore in crisi creativa. I due vivono in una suggestiva e lignea “mansion”, appena ricostruita dopo un incendio devastante, nel cuore della campagna americana. Un non luogo, perché – forse avrete capito – siamo nel campo della metafora allarmante, dell’incubo strisciante, del mondo letterario di Hubert Selby (espressamente citato dal regista).
Lei vuole un figlio, per coronare il matrimonio e dare calore a quell’enorme casa. Lui, incapace di rimettersi a scrivere, è restio ad accoppiarsi. Finché uno sconosciuto, piuttosto agé, dalla salute periclitante e dai modi insinuanti, non bussa alla porta. Si professa fan dello scrittore, vuole incontrarlo prima di morire, e di lì a poco si presenta anche la moglie, bella e sensuale. Il giorno dopo è la volta dei due figli già pronti a scannarsi per l’eredità. Sarà l’inizio di una sarabanda forsennata alla quale la padrona di casa, nel frattempo scopertasi incinta, assiste in un crescendo di segnali premonitori che non promettono nulla di buono: presenze moleste, pavimenti sanguinanti, rumori dalla cantina, riti a un passo dal satanico…
Schematizzando un po’, siamo tra “Uno sconosciuto alla porta” e “Rosemary’s Baby”, anche se Aronofsky immerge lo spettatore, attraverso lo sguardo della povera protagonista, in quello che definisce “un brodo primordiale di angoscia e impotenza”. Bello a dirsi, meno a vedersi. Il film diventa quasi subito un pastrocchio senza capo né coda. Si evocano la follia di massa nella società contemporanea, i nuovi fanatismi capaci di tramutarsi in guerra fratricida; ma i modelli estetici sono quelli di un certo horror paranormale e visionario, di forte impronta sonora, dove il cattivo sbuca sempre da dietro la porta aperta di un frigorifero. Jennifer Lawrence, quasi una Madonna addolorata e stupefatta, si misura col marito finto soave Javier Bardem e i minacciosi intrusi Ed Harris e Michelle Pfeiffer. Per tutto il tempo l’attrice più pagata del cinema hollywoodiano sembra chiedersi: ma in che film sono finita? Purtroppo se lo chiedono anche i festivalieri. Un altro passo falso del concorso.
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Per fortuna, a riequilibrare il tono della giornata, è arrivato dal Giappone “The Third Murder” (“Il terzo omicidio”) di Kore-eda Hirokazu, regista di quel “Ritratto di famiglia con tempesta” uscito anche in Italia. Partendo da un assunto poco rassicurante, e cioè “il tribunale non è il luogo in cui si stabilisce la verità”, il cineasta e sceneggiatore immagina un giovane avvocato di gran nome alle prese con un caso controverso. Il signor Misumi, già condannato per un omicidio commesso trent’anni prima e da poco uscito dal carcere, è di nuovo a processo per aver rapinato, ucciso e bruciato un altro uomo, il suo datore di lavoro. Misumi è reo confesso, tutto sembra chiaro, difficile evitare la pena di morte. Ma il legale, nell’ascoltare l’interessato e i parenti della vittima, si convince a poco a poco che le cose siano andate in modo diverso.
Il senso del film è chiaro sin dal titolo: il terzo omicidio stavolta lo commette lo Stato. Ma è il tono della narrazione, disteso e meditabondo, contrappuntato con misura dalle note pianistiche di Ludovico Einaudi, a colpire nel segno. Il regista si interroga su temi cruciali come la natura dell’uomo, la ferocia familiare, l’avidità capitalistica, l’imperfezione della giustizia, lasciando che affiori via via, nello spettatore, un sentimento di quieta rassegnazione rispetto al concetto di Verità.
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Si ride invece, ma fino a un certo punto, col documentario dal titolo torrenziale “Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman With a Very Special Contractually Obligated Mention of Tony Clifton” accolto tra i Fuori concorso. L’ha diretto Chris Smith partendo da un’intervista a cuore aperto con Jim Carrey, oggi attore pensoso con il viso incorniciato da una venerabile barba bianca. Nel 1999 il divo dalla faccia di gomma fu chiamato da Milos Forman per incarnare in “Man of the Moon” il comico televisivo Andy Kaufman, morto a soli 35 anni nel 1984. Artista controverso, al tempo stesso irritante e rivoluzionario, perfino oltraggioso nei panni del suo alter ego ciccione Tony Clifton, Kaufman si trasformò in una sorta di ossessione per Carrey, allora all’apice del successo.
L’identificazione, fisica e comportamentale, fu assoluta, al punto da provocare più di un guaio sul set, incluso un breve ricovero in ospedale. Il camaleontico Carrey si sentiva intimamente Kaufman, ne assunse movenze, toni di voce, buffonerie. Faticando, infine, a uscire dal personaggio politicamente scorretto che in buona misura rimandava a se stesso. Composto e pensoso, l’attore canadese, ormai fuori dal giro che conta, rievoca quell’avventura esistenziale/artistica con l’aiuto di filmati inediti, anche assai gustosi, da “dietro le quinte”. Alla fine viene una gran voglia di rivedere il film di Forman.

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FRANCIS MCDORMAND CERCA VENDETTA A EBBING: PRODIGIOSA
“UNA FAMIGLIA”: IL FILM ITALIANO CHE SI VORREBBE NON VEDERE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (7)
George Bernard Shaw teorizzava che “inglesi e americani sono due popoli divisi dalla stessa lingua”. Vero, probabilmente. E tuttavia la lingua madre aiuta se dalla vecchia Europa si va negli Stati Uniti per girarvi un film di ambientazione americana. Ogni riferimento a Paolo Virzì e al suo “The Leisure Seeker” non è casuale. La controprova viene da “Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, scritto e diretto dal drammaturgo londinese, sia pure figlio di irlandesi, Martin McDonagh. Classe 1970, ha diretto film bizzarri come “In Bruges” e “7 psicopatici”, ma questo nuovo, dal titolo ironicamente descrittivo, è il suo migliore. Bene ha fatto Alberto Barbera a prenderlo in concorso alla 74ª Mostra di Venezia, piazzandolo in una giornata non particolarmente felice.
Siamo appunto a Ebbing, cittadina nello Stato del Missouri (confederato all’epoca della Guerra Civile). Dove, estenuata dal disinteresse della polizia riguardo alla morte atroce della figlia, rapita, stuprata e bruciata, la tosta Mildred Hayes decide di noleggiare per un anno tre enormi cartelloni pubblicitari dismessi. Lì affigge, su fondo rosso, un’unica scritta divisa per tre che suona come un atto d’accusa nei confronti dello stimato sceriffo Willoughby. La donna, pure mollata dal marito per una diciannovenne, è rabbiosa, esacerbata, esige di riaprire le indagini ferme da sette mesi. Come un caterpillar, Mildred non guarda in faccia a niente e nessuno, neanche il tumore al pancreas che sta uccidendo Willoughby sembra fermarla. E intanto, nell’intrecciarsi di eventi sempre più minacciosi, tra suicidi, incendi e minacce, anche il poliziotto più fesso del posto, un certo Dixon, sembra finalmente deciso a cercare la verità.
“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” non è solo ben scritto e recitato. Lo spunto della vendetta materna, tipico di un certo cinema americano di svelto consumo, viene maneggiato da McDonagh con vivo senso dello spettacolo e densa ambiguità etica. Il guscio è da commedia nera, con personaggi buffi, battute fulminanti e rigurgiti “suprematisti”, ma rispetto a “Suburbicon” di Clooney tutto è tenuto insieme meglio, senza affondi farseschi, in bilico tra apologo morale e ballata sudista, in linea con il dilemma che attraversa un po’ tutta la vicenda. Quale? Ogni azione, anche commessa a fin di bene, rischia di produrre conseguenze inattese, anche nuove ingiustizie.
Francis McDormand è prodigiosa, come sempre, nel dare corpo a questa madre scorticata e risoluta, molto country, dalla lingua tagliente e lesta a menare le mani. Ma non sono da meno Woody Harrelson, finalmente toccante, e Sam Rockwell, al solito survoltato, nei ruoli dello sceriffo malato e del vice razzista. Le note accattivanti di “The Night They Drove Old Dixie Down” ci ricordano in che America siamo. Anche se il finale aperto istilla nello spettatore un palpito di ragionevole speranza sulla natura umana.
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Senza speranza, nel senso del risultato artistico, è invece il secondo film tricolore sceso in competizione, dopo “The Leisure Seeker”. Si chiama “Una famiglia”, è firmato dal catanese Sebastiano Riso, 34 anni, fattosi notare col precedente “Più buio di mezzanotte”. Non so se sia rubricabile sotto la loffia etichetta “film da festival”, ma so che “Una famiglia” riassume tutti i difetti di un certo cinema d’autore all’italiana: ridicolo involontario, scene madri urlate, balletti in salotto, dialoghi inconsistenti, sospensioni pensose, fotografia livida. Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel sono Maria e Vincent, una coppia abile nel mimetizzarsi che si nasconde in una periferia romana desolata e anonima. Il loro “lavoro”? Mettono al mondo figli che vendono per 50 mila euro, naturalmente al di fuori di ogni regola, a coppie sterili pronte anche a indebitarsi e far mutui. Lei, vittima e complice insieme, è sfibrata fisicamente, vorrebbe smettere, infatti si fa impiantare di nascosto la spirale dal ginecologo che dirige il traffico; lui, al quale nulla sfugge, è una specie di “padre-padrone” metà orco diabolico e metà amante caliente. Tutto precipita quando due ricchi omosessuali, s’intende attori, si faranno sotto per coronare il loro sogno di paternità.
Il film, pare nato da un’esperienza personale vissuta dal regista, non intende essere un instant-movie sui temi dell’utero in affitto, delle leggi retrograde e delle adozioni illegali. L’ambizione è più alta: Riso racconta un estremo dramma dei sentimenti, una perversa dinamica di coppia che pesca nella cronaca per sublimarsi nella tragedia. Bruel, in Francia, è un cantante alla moda, rassicurante: quindi deve essergli piaciuta l’idea di farsi “mostrizzare”. Ramazzotti, sempre più scarnificata, dovrebbe mangiare un po’ di più e mutare espressione. È una brava attrice, non ci piove, ma non sempre sceglie i copioni giusti.
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Quanto al terzo titolo in competizione, “EX LIBRIS – The New York Public Library”, torrenziale documentario dell’americano Frederick Wiseman, confesso di aver resistito poco più di un’ora in sala (l’intera faccenda dura 197 minuti). Bostoniano del 1930, Oscar onorario, regista eclettico e venerato, Wiseman realizza un esauriente reportage su quella che è considerata “una delle più grandi istituzioni del sapere al mondo”, appunto la Biblioteca pubblica di New York. Diciotto milioni di utenti, 32 milioni di visitatori on line, un luogo di accoglienza, scambio culturale, confronto religioso, creatività artistica. Lo sguardo del regista è rigoroso, il risultato piuttosto noioso. Il fuggi fuggi è stato massiccio, ma chi ha resistito fino in fondo ne parla molto bene. Ci fidiamo. Però gli si faceva un piacere a metterlo fuori concorso.

 

VIRZÌ FA L’AMERICANO ON THE ROAD, MA IN ITALIA GLI VIENE MEGLIO
GUÉDIGUIAN TRA PROFUGHI E BRECHT, JUDI RIFÀ QUEEN VICTORIA

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (6)
Si parte con “It’s Too Late” di Carole King e si finisce con “Me and Bobby McGee” di Janis Joplin. Le canzoni, tra il nostalgico e l’evocativo, non mancano di certo in “The Leisure Seeker” di Paolo Virzì, primo film italiano, benché girato in inglese negli Stati Uniti, sceso in gara alla 74ª Mostra di Venezia. Applausi calorosi pure alle due proiezioni per la stampa, con un sospetto di claque; commenti esaltanti su Facebook, del tipo: “Grandissimo Virzì, grandissimo” o “Che dominio del sentimento, che romanticismo avventuroso”; un passaparola festivaliero che evoca già il capolavoro, o giù di lì. Sommessamente non concordo.
Paolo Virzì è un brillante regista, tra i più bravi in Italia: sa scrivere bene, trae sempre il meglio dai suoi attori, possiede il senso della “commedia umana”, ha precisato con gli anni uno stile personale e popolare allo stesso tempo. Tuttavia “The Leisure Seeker”, tratto dal romanzo di Michael Zadoorian da noi edito col titolo “In viaggio contromano”, non è una riuscita. Un qualsiasi regista anglosassone di buon calibro avrebbe girato la storia “on the road” esattamente così, alternando situazioni umoristiche e affondi drammatici, panorami suggestivi e torsioni aspre.
Virzì non è al suo primo film americano. Però “My name is Tanino” fu realizzato in situazioni produttive improbe, umilianti, nel cuore del tracollo di Cecchi Gori; mentre oggi, reduce dal successo di “La pazza gioia”, il cineasta livornese gode giustamente di mezzi e opportunità (produce e distribuisce Raicinema-01). Infatti ha potuto ingaggiare due interpreti di levatura internazione, come il canadese Donald Sutherland e l’inglese Helen Mirren, per animare l’ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani. Cambia un po’ il percorso rispetto alla pagina scritta, la sceneggiatura firmata con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Stephen Amidon aggiunge qualche digressione al cine-racconto, ma resta intatto il cuore della storia.
“The Leisure Seeker” significa “il cercatore di svago”, dal nome dato a un camper della Winnebago molto in voga negli anni Settanta. È su un vecchio esemplare del 1975 che Ella e John salgono una mattina, senza dir nulla ai figli quarantenni, per un viaggio verso Sud dai contorni altamente simbolici. La destinazione è Key West, per visitare la famosa casa di Hemingway, e non sarà facile arrivare fin lì da Boston. Ella, ormai devastata dalle metastasi, ha deciso di sottrarsi a inutili cure mediche, ma non riesce a separarsi dalla sua parrucca; John, malato di Alzheimer, alterna momenti di lucidità a stati di rimbambimento totale, e sempre più spesso se la fa sotto.
Virzì definisce il suo film “una ballad buffa e triste, con qualcosa di irragionevole e pazzoide, ma vitale e felice”. Secondo i canoni del genere picaresco, sia pure in chiave crepuscolare, il film pedina i due anziani – lui prof colto e democratico, lei concreta e repubblicana – in quella fuga liberatoria verso la libertà dai condizionamenti dell’età. E intanto, a ogni fermata, le diapositive proiettate sul camper rievocano gioventù, viaggi e tappe di quella vita in comune. Amorosa, litigarella, non sempre lineare.
Naturalmente Sutherland & Mirren arpeggiano su tutta la tastiera della commozione, si fa un gran parlare di Hemingway, Joyce, Melville, echeggia anche Bob Dylan e una piccola manifestazione pro-Trump offre il pretesto per lo sfottò d’obbligo. Il film, fitto di battute sulla vecchiaia e di incontri bizzarri, sfodera un andamento lento ancorché a tratti toccante. Virzì replica un po’ lo schema di “La pazza gioia”. Ma si rimpiangono, suppergiù sulla stessa materia, film come “A proposito di Schimdt” e “Little Miss Sunshine”.
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La fatica dell’invecchiare torna anche nell’altro titolo in gara, il francese “La villa” di Robert Guédiguian. Regista di ispirazione comunista arrivato al successo di nicchia con “Marius et Jeannette”, del 1997, Guéduguian non si allontana mai granché dalla natia Marsiglia e usa sempre gli stessi interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet… Cinema “in famiglia”, a basso costo, spesso di ambientazione operaia, malinconico e combattivo insieme. Qui siamo a “la calanque de Méjean”, un ameno villaggio di pescatori non distante da Marsiglia, sovrastato da un gigantesco viadotto ferroviario. Un ottantenne, colpito da paralisi, sta morendo nella sua bella casa con affaccio sul mare, “la villa” appunto. Per i tre figli è arrivato il momento di rivedersi e discutere del dopo: la diva teatrale Angèle non s’è mai ripresa dalla morte in acqua della figlia; il professore marxista Joseph si presenta con una ricca fidanzata che ha metà dei suoi anni; il ristoratore Armand è l’unico rimasto a vivere nel borgo.
I film di Guédiguian non piacciono più ai cinefili, sono giudicati stanchi, ripetitivi, naïf. Eppure “La villa”, nonostante la chiacchiera un po’ esibita e le sottolineate citazioni brechtiane da “L’anima buona di Sezuan”, sfodera pregi superiori ai difetti. L’irrompere in quella caletta di tre bambini profughi, salvi per miracolo dall’annegamento, porrà i tre fratelli di fronte a una scelta morale che non è più figlia di una politica collettiva ma di una solidarietà individuale, di una personale ribellione alle leggi dello Stato. Un consiglio: non bisogna prendere alla lettera “La villa”, l’ideologia di Guédiguian si stempera nel rito familiare, nei paradossi dell’esistenza. Chissà se uscirà mai in Italia.
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Andrà invece benissimo in sala, dove uscirà il 26 ottobre con la Universal, “Victoria & Abdul” di Stephen Frears, accolto tra i Fuori concorso. Quattro anni dopo “Philomena” il bravo regista britannico torna a lavorare con la straordinaria Judi Dench. Il film ricostruisce l’inaspettata e un po’ scandalosa amicizia tra la regina Vittoria e il giovane commesso indiano Abdul Karim. Storia vera, ancorché romanzata da Lee Hall con qualche spiritosa licenza. Piccola curiosità: Judi Dench incarna per la seconda volta la regina Vittoria che regnò per 63 anni (morì nel 1901). La prima fu nel 1997, in “La mia regina” di John Madden, e anche lì la regina intratteneva, dopo la morte del marito Albert, un’amicizia considerata impropria con un ruvido stalliere scozzese, tal John Brown. Nel suo genere “Victoria & Abdul” è perfetto: fa spesso sorridere ed è recitato benissimo, ricostruisce i rituali di corte con britannica perfidia, non edulcora più di tanto il bizzarro rapporto che unì, dal 1887 in poi, il devoto contabile musulmano, interpretato da Alì Fazal, alla ruvida e annoiata “queen”.

 

L’ISRAELIANO MAOZ BALLA UN “FOXTROT” SURREALE E CRUDELE
L’AMERICANO CLOONEY IMITA I COEN A COLPI DI COMMEDIA NERA
L’israeliano Samuel Maoz ha molto da dire, col suo “Foxtrot”, e lo fa in modi complicati e spiazzanti; l’americano George Clooney non ha molto da dire, col suo “Suburbicon”, e lo fa in modi divertenti e prevedibili. In ogni caso giornata buona, almeno per quanto riguarda il concorso, alla 74ª Mostra di Venezia.
Leone d’oro 2009 a Venezia con “Lebanon”, ovvero la guerra vista dall’interno di un carro armato israeliano, Maoz non si allontana granché dal tema, sia pure escogitando qui una densa partitura in tre atti, partendo, per sua diretta ammissione, da un aforisma di Einstein: “La coincidenza è il modo usato da Dio per restare anonimo”. La cine-parabola è filosofica, anche bizzarra per i repentini cambi di tono, volutamente teatrale nella messa in scena. Il foxtrot è un ballo che evoca atmosfere tra il languido e il nostalgico, ma in questo caso sono i quattro passi fondamentali – ogni volta, disegnando una specie di quadrato, si torna al punto di partenza – a fornire la chiave metaforica della vicenda, nella quale ogni evento rimanda a un altro, in un inseguirsi di episodi ricorrenti.
Due soldati si presentano alla porta di un borioso architetto, Michael Feldman. La moglie Dafna apre e sviene appena li vede. Il figlio ventenne Joseph, caporale dell’esercito israeliano, è morto al fronte. Disperazione, rabbia, ansia. Il cinquantenne padrone di casa ha fatto il soldato, ma è ateo, politicamente di sinistra: per questo risponde con fastidio crescente alle premure della burocrazia militare, lesta a organizzare le esequie del giovanotto secondo patriottica ritualità. Solo che Joseph non è morto, un errore di omonimia; la buona notizia irrompe nella famiglia già in lutto, ma Michael, a quel punto, non si fida. E ci fermiamo qui. Sappiate solo che il secondo atto trasporta lo spettatore nell’isolato posto di blocco dove Joseph e tre compagni d’arme vigilano sul nulla sommersi dal fango, mentre il terzo ci riporta nella casa dell’architetto per un confronto serrato tra lui e la moglie.
Intermezzi surreali o a fumetti, dettagli cromatici o iperrealistici, insistite riprese dall’alto, anche un tono beffardo e iconoclasta che non piacerà agli alti comandi militari e agli ambienti della destra governativa (ogni guerra ha le sue “vittime collaterali” da nascondere).
“Foxtrot” è certamente un film compiaciuto, molto artificioso, a tratti irritante; ma affiora, nel precisarsi degli eventi collegati alle vicende dei Feldman e alle giravolte del “fato”, una ricchezza etica/estetica non comune, anche la libertà a tutto tondo di un cineasta capace di interrogarsi, fuori da ogni schema, sulla Fede e la presenza di Dio.
* * *
Nel confronto, “Suburbicon” di George Clooney sembra acqua fresca. Amabile, brillante, sardonico, con qualche affondo macabro in linea con il cinema dei prediletti Coen. Proprio i due fratelli hanno fornito la sceneggiatura, scritta negli anni Ottanta, mai diventata film e rimaneggiata per l’occasione dal famoso attore, qui al suo sesto film da regista.
Trattasi di commedia nera, sia pure immersa, per contrasto, in una ridente cittadina di fine anni Cinquanta chiamata, appunto, Suburbicon (il riferimento è alla vera Levittown). Qui, tra casette a schiera, portalettere sorridenti, tinte albicocca e cartelli beneauguranti, una piccola e media borghesia rigorosamente bianca assiste con sconcerto all’arrivo di una famiglia “di colore”. E intanto, mentre monta il rigurgito razzista verso i nuovi arrivati, la famiglia Lodge viene sconvolta da un brutale e inspiegabile sequestro in stile “Promontorio della paura” che finisce con la morte, apparentemente accidentale, di una donna sulla sedia a rotelle.
Il tono generale tra buffo, survoltato e feroce fa simpatia, tutto torna negli snodi narrativi, i riferimenti a Trump e ai “suprematisti” arrivano a segno, la ricostruzione d’ambiente è perfetta. E naturalmente Matt Damon, Julianne Moore e Oscar Isaac sono bravi nel maneggiare i ridicoli personaggi. Solo che Clooney-regista non ha il tocco lucente dei Coen. La sua commedia, accolta comunque da calorosi applausi, è frenetica ma un po’ inerte.
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Vedrete che passerà sotto silenzio il francese “La mélodie” di Rachid Hami, inserito tra i Fuori concorso in una chiave vagamente pop. Certo non è il classico film per cinefili, però si lascia vedere volentieri. Per storia e atmosfera siamo un po’ dalle parti di “Goodbye Mr. Holland”, 1995, con Richard Dreyfuss. Nell’odierna Parigi multietnica e periferica (la torre Eiffel appare in lontananza, piccola piccola) un concertista cinquantenne deluso, demotivato, pure padre irrisolto, accetta di insegnare il violino in una classe di dodicenni. All’inizio nessuno se lo fila, i ragazzini pensano ad altro a quell’età, ma il prof. Simon tiene duro, vede nel solitario e ciccione Arnold un talento in erba, capisce che vale la pena di impegnarsi con la classe in vista del concerto di fine anno alla Filarmonica. Tutto già visto, ma Kad Merad è perfetto nell’incarnare, con quello sguardo da cane bastonato, l’insegnante capace di ritrovare, nel contatto con i ragazzi vivaci e sensibili, la voglia di divertirsi. Sui titoli di coda, per contrasto, echeggia “Freedom” di Richie Havens.

 

ROBERT & JANE E LE ANIME DI NOTTE. UN PO’ RIFATTI MA ONESTI
PRIMO SCIVOLONE DEL CONCORSO CON “HUMAN FLOW” DI WEIWEI
Bisogna dire la verità: Robert Redford e Jane Fonda sono, allo stesso tempo, la forza e la debolezza di “Le nostre anime di notte”. Il film di Ritesh Batra, tratto dall’ormai famoso romanzo breve di Kent Haruf edito in Italia da NN, è approdato in prima mondiale, fuori concorso, alla 74ª Mostra di Venezia per completare il Leone d’oro alla carriera conferito ai due grandi attori ottantenni. Gli applausi sono risuonati calorosi in Sala Grande, s’intende, ed è giusto così: perché Robert & Jane, qui al loro quarto film insieme, sono bravi, convincenti, anche misurati, insomma non strafanno sullo schermo, intonandosi al registro buffo/malinconico della storia. Senza il loro sì probabilmente Netflix non l’avrebbe mai prodotto. E tuttavia i due carismatici divi appaiono vagamente “ingombranti” rispetto all’intima sostanza della pagina scritta: troppo truccati, troppo levigati, troppo ritoccati per risultare veri. Pensate se al loro posto avessero duettato, sullo stesso tema, che so, Richard Jenkins e Susan Sarandon o Richard Dreyfuss e Meryl Streep…
Il film segue fedelmente, con qualche ovvia libertà sceneggiatoria, la pagina scritta. Chi ha apprezzato il romanzo ricorderà l’incipit: “E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”. Siamo nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. I due, poco più che settantenni, entrambi vedovi, vivono giornate sempre più svuotate di incombenze e impegni, dentro una solitudine che pesa. Scatta qui la proposta neanche troppo “indecente” di lei: “Vuoi passare le notti da me?”. Lui accetta, nasce una storia di intimità, amicizia e amore. Ma che dirà la piccola comunità di Holt e soprattutto i figli dei due “amanti” tardivi?
Non siamo nel mondo di “Harmony”, come pure qualcuno ha sfotticchiato qui al Lido. Certo è facile demolire “Le nostre anime di notte” se la storia non interessa o viene considerata prevedibile. L’età dello spettatore, in questi casi, conta; non a caso Netflix, che manderà direttamente il film in tv il 29 settembre senza farlo uscire in sala, stavolta sembra puntare a un pubblico più tradizionale e “generalista”.
A parer mio, il film restituisce bene il tono sommesso ma non banale di quell’incontro amoroso, i palpiti e gli imbarazzi a letto, il dischiudersi dei ricordi, anche i più agri, la quieta crudezza di un destino familiare che finirà per separare, ma non del tutto, i due innamorati.
Redford, sempre in jeans, camicie a scacchi e giacca da lavoro Carhartt, è un Louis incuriosito e fattivo, che recupera strada facendo qualità pedagogiche ritenute sepolte. Fonda, parruccona grigia e gote porcellanate, porta invece nella coppia il brivido di una piccola trasgressione, il piacere di rimettersi in gioco, in fondo anche sessualmente. Musica folk con aggiunta di Emmylou Harris e Willie Nelson fanno da contrappunto alla ballata senile il cui senso è bene riassunto da una frase che Louis sospira alla sua Addie: “Voglio solo vivere la mia giornata e venire a raccontartela la sera”.
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Quanto al concorso, il terzo giorno batte la fiacca, ed è un peccato perché s’era partiti benissimo. L’inglese Andrew Haigh, quello di “45 anni”, si trasferisce stavolta nell’Oregon americano per raccontare, con “Lean on Pete” la storia di un adolescente che ruba un cavallo. Detta così, parrebbe una roba da ragazzi, ma in realtà il film, come il romanzo del musicista Willy Vlautin da cui è tratto, non inclina al sorriso, anzi.
Charley Thompson è il nome del sedicenne in questione, incarnato dal vibrante Charlie Plummer. Abbandonato dalla madre appena nato, tirato su da un padre affettuoso quanto sventato con le donne sposate, Charley trova una specie di famiglia in Del, uno spiegazzato e truffaldino addestrare di cavalli da corsa, e nella sua fantina e complice (sono Steve Buscemi e Chloë Sevigny). Echi di Steinbeck, Shepard e McCarthy risuonano nel libro, così leggiamo; mentre il film, lungo due ore e piuttosto divagante, a tratti noioso, cerca la chiave del racconto di formazione, specie quando Charley, alla ricerca di una zia nel Wyoming, sottrae ai due il vecchio cavallo Lean on Pete altrimenti destinato a un macello messicano. Paesaggi desolati, miseria diffusa, puledri dopati, barboni violenti: è in questo contesto che Charley prova a non farsi travolgere dagli eventi, semmai a guidarli, confidando nella propria innocenza.
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Se “Lean on Pete” si lascia vedere, il documentario “Human Flow” dell’eclettico artista cinese Ai Weiwei sta in concorso senza un motivo (però è distribuito da Raicinema). Su Facebook il collega Gabriele Niola ha riassunto così il proprio giudizio: “Un documentario grande e grosso, ma compilativo. Quantitativo. Con un’inutile e vanesia sovraesposizione dell’autore”. Meglio non si poteva dire. Lungo 140 minuti, ma potrebbe durarne 30 di meno o 30 di più e nulla cambierebbe, il film sposa una causa nobile. Vuole metterci di fronte alla portata sconvolgente del “flusso umano” rappresentato da milioni di rifugiati in cerca di un po’ di pace, lavoro e tranquillità. Girato in 23 Paesi, inclusa l’Italia ma non la Cina e dintorni, “Human Flow” registra, senza spiegare granché, tragedie epocali, migrazioni disperate, singole storie di sofferenza e umiliazione. Purtroppo lo fa con un’estetica effettata, tutta droni, selfie e composizioni visive sghembe.
Poi c’è lui, Ai Weiwei, praticamente sempre in campo, lesto a calarsi nell’inferno degli sradicati, a condividerne fame e stenti, puzze e cartoni, anche a farsi tagliare barbona e capelli per sentirsi uno di loro. Solo per un po’ (lui è ricchissimo e vive a Berlino).
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Ci sarebbe da dire, nella giornata Netflix, anche di “Suburra: La Serie”, nata sulle orme dell’omonimo film di Stefano Sollima. Un antipasto di 100 minuti (andrà in onda dal 6 ottobre) è stato mostrato alla stampa, tre i registi coinvolti nella fattura delle 10 puntate: Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi. Se il film era, drammaturgicamente, tagliato con l’accetta, la filiazione televisiva accentua l’impressione, riprendendo alcuni dei personaggi, in una chiave forsennata e iper-violenta, tra porporati viziosi, clan in guerra, echi di “Mafia Capitale”, il sindaco che sta per dimettersi, politici corrotti, fanciulle desnude. Tutti recitano urlando, sparando e pippando: magari è la nuova frontiera della tv giovanile.

 

DOWNSIZING” PARTE BENISSIMO, POI DIVENTA PICCOLO PICCOLO
NICCHIARELLI SUONA UN BLUES PER NICO, FRIEDKIN INDEMONIATO
Peccato. “Downsizing” poteva essere un gran film, e per due terzi tale è, purtroppo si perde nell’ultimo atto, smaterializzandosi tra fiordi norvegesi, apocalissi annunciate e nuove Arche di Noè, lasciando un senso di quieta delusione. Pochi applausi, neanche convinti, alla proiezione mattutina per la stampa della nuova creatura di Alexander Payne, scelta dal direttore Alberto Barbera per inaugurare la 74ª Mostra (magari, invece, il pubblico in Sala Grande impazzisce). Payne è regista brillante ed eclettico, non fa un film uguale all’altro. Il mio preferito è “Paradiso amaro”, ma anche “A proposito di Schmidt”, “Sideways” e “Nebraska” non sono male. Con “Downsizing” il tema da fantascienza prossima ventura è dichiarato già nel titolo, che significa “riduzione”: in questo caso, miniaturizzazione. Un classico del genere.
Alzi la mano chi, oggi attorno ai sessant’anni, da bambino non ha eletto “Viaggio allucinante” tra i film del cuore? E si potrebbero citare, tra i tanti, “Radiazioni Bx: distruzione uomo”, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”, pure il recente “Ant-Man”. Ma bisogna riconoscere che Payne e il suo sceneggiatore Jim Taylor affrontano l’argomento da un punto di vista del tutto inedito, anche sorprendente. “Una satira sociale di dimensioni epiche, con protagonisti alti dodici centimetri” sintetizza il regista americano a proposito del film. Il quale immagina che, sulla scorta di un riuscito esperimento messo a punto da scienziati norvegesi, l’uomo moderno possa ridurre la propria taglia, in una scala da 2.744 a 1. Si resta uguali nelle fattezze, a patto di aver prima rimosso capsule dentali e placche ossee altrimenti tutto esplode, e naturalmente la vita dei neo-lillipuziani conosce un considerevole risparmio: meno cibo, meno spazio, meno benzina, meno vestiti, meno consumi, meno energia.
Il 3 per cento della popolazione mondiale si converte alla “riduzione”, e tra questi c’è una felice coppia sposata di Omaha (Nebraska), i Safranek, cioè Matt Damon e Kristen Wiig. La banca non concede loro il mutuo desiderato, così, stanchi di stringere la cinghia, i due vendono tutto e si fanno rimpicciolire: li aspetta il magnifico mondo di LeisureLand. Però non tutto va come previsto, solo lui, Paul, si ritrova miniaturizzato nella sontuosa magione alta come uno scatolone e sarà l’inizio di una strana odissea ricolma di sorprese e incontri.
Non storcete il naso, perché incanta il modo con il quale Payne racconta i due mondi paralleli, appunto dei “minuscoli” e dei “giganti” (cioè i normali). Sul filo di una parabola ben temperata, a tratti assai divertente, scopriamo che l’invidia nei confronti dei miniaturizzati, scopertisi improvvisamente ricchi rispetto alla vita precedente, si traduce in rancore sociale e delegittimazione civile, per la serie: quanto vale il loro voto? Ma anche a LeisureLand non tutto è come sembra: dietro la superficie liliale e privilegiata si staglia una realtà classista, nascosta da una specie di muro, che oscura alla vista dei ricchi decine di container popolati di miserabili, malati, barboni, immigrati. Tra questi una vietnamita ribelle che fu incarcerata e rimpicciolita in patria, e ora, vistosamente zoppa, fa le pulizie per campare e aiuta come può, da buon cattolica, i suoi simili. Che dite: nascerà qualcosa con il sensibile Paul? Hong Chau, appunto l’asiatica, e Christoph Waltz, nei panni di un serbo imbroglione che ama la “dolce vita”, completano il cast di una commedia inventiva e arguta, anche maliziosa, finché si resta dalle parti del Sogno Americano. Poi tutti si trasferiscono in Norvegia, là dove nacque la colonia originale dei miniaturizzati, e anche il film diventa piccolo piccolo. Nell’ansia di dire troppo finisce col non dire nulla.
* * *
In ogni caso sempre meglio di “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli, chiamato a inaugurare la sezione Orizzonti (anch’essa competitiva). Produttivamente italiano ma girato in inglese, il film è il terzo lungometraggio della regista romana, classe 1975, che piacque a tutti con “Cosmonauta” e a pochi con “La scoperta dell’alba”, dal romanzo di Veltroni. Cantante, attrice, modella, animatrice dei Velvet Underground, in buona misura “icona” di un certo maledettismo gotico tra fine anni Sessanta e primi Settanta, Nico – al secolo Christa Päffgen, tedesca di Colonia – morì misteriosamente a Ibiza nel 1988. Si spiega così l’anno inserito nel titolo del film. È una Nico già 47enne, in parte dimenticata dal pubblico, appesantita ed eroinomane, strappata al figlio Ari, quella che da Manchester, dove s’è trasferita, parte per una scalcinata tournée organizzata dal manager innamorato di lei. La band raccogliticcia non funziona, lei fa scenate in pubblico e ha bisogno costante di droga per carburare sul palco, la data di Anzio sarà un disastro.
L’attrice danese Trine Dyrholm è brava nel restituire gesti, allucinazioni e atteggiamenti di quella che fu definita “musa di Andy Warhol”; il film, costruito come un malinconico road-movie, non è sentimentale o indulgente nei confronti del mito, però avanza a fatica, gioca con l’aria del tempo senza riuscire a restituirla, tutto è molto esteriore (abiti, auto, acconciature).
* * *
Si fatica a prendere sul serio anche il documentario che William Friedkin, a quasi mezzo secolo dal suo memorabile “L’esorcista”, dedica al vero esorcista padre Gabriele Amorth, scomparso a 91 anni nel 2016. “The Devil and Father Amorth” recita il titolo del lavoro, girato in buona misura in Italia e accolto tra i “Fuori concorso non fiction”. La curiosità sta nel fatto che il regista americano, in scena anche come intervistatore, riuscì ad ottenere dal famoso religioso italiano il permesso di filmare un esorcismo nei confronti di una sedicente “posseduta”, tal Cristina, giovane architetta di Alatri. In effetti il rito fa una certa impressione, soprattutto perché la trentenne indemoniata, pur senza raggiungere i noti eccessi di Linda Blair nel film, sembra davvero abitata dal Male, sprofondata in una sorta di trance vigile che scatena voci minacciose e reazioni violente.
Crederci? Non crederci? Friedkin mostra l’esorcismo romano a medici e psichiatri americani, e nello stesso tempo rende omaggio al vecchio prete italiano che urla a Satana (dentro Cristina): “Non vali una cicca”. Qualcuno ha sorriso in sala, e tuttavia ha ragione Friedkin quando spiega: “Non posso che definire questa esperienza sconvolgente, un viaggio esplorativo, la chiusura di un ciclo cominciato oltre quarantacinque anni fa”.

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