La prima linea – recensione

47415 venerdì 20 novembre, 2009
Domenico Astuti
Letto 37 volte

Abbiamo visto “ La prima linea “ regia di Renato De Maria.
Prima dell’uscità del film un blablablà all’italiana, tanti articoli sui giornali, tante chiacchiere dei potenti, immagino tante mediazioni della produzione e degli sceneggiatori per partorire un topolino smunto, algido, purtroppo insignificante. Purtroppo, molto rumore per nulla. Aveva ragione Stefano Benni quando, parlando del cinema italiano, diceva “ partono montagne e arrivano topolini “. Sembra quasi che chi tratta un argomento così delicato abbia la necessità di prendere le distanze, di dimostrare di essere “ buono “ e di banalizzare il tutto. Quasi di non voler parlare effettivamente di ciò che è successo realmente: quasi una rimozione. Italiani, comunque, brava gente. Era capitato a Bellocchio con “Buongiorno notte”, era capitato ( e questo è più giustificato ) al libro di Anna Laura Brachetti sul sequestro Moro e al libro di Morucci “ La peggio gioventù ”. Capita anche al ripetitivo e noioso film di De Maria. Verrebbe voglia di dire agli autori di andare a rivedere il Fassbinder di “ Autunno in Germania “ o “ L’Americano “ di Costa Gavras. Lo sappiamo che un film non è un libro di storia o un saggio, ma non si può raccontare, soprattutto a chi non c’era in quegli anni, di un movimento ideologico di tale fatta dicendo all’inizio cose da compito in classe di scuola media. Buttando qui o lì frasi tipo “ Noi critichiamo le Br per l’uccisione di Moro “ senza altro contesto; e subito dopo anche loro a sparare. Una discussione immagino dura e contrapposta sulla decisione dell’assassinio del giudice Alessandrini non può essere soltanto: lo facciamo oppure no, ma se lo facciamo e fra una settimana. Questi giovani erano i fratelli piccoli della “meglio gioventù”, avevano un senso di giustizia così assoluta e radicale che rasentava la “follia”, non erano solo una banda di fessi esasperati. Una chiave di lettura poteva essere “I Masnadieri“ di Schiller o provocatoriamente paragonarli alla banda Bonnot, all’istinto di Ravachol o di Severino Di Giovanni. Un film che inizia volendo spiegare “ le ragioni “ come un sunto del Bignami e poi prosegue con una serie di appostamenti e sparatorie glabre, senza emotività, come degli impiegati della morte. Oltremodo dimenticando di far vedere i fascisti, citando i servizi segreti deviati, così come se tutti sapessero cosa erano, dimenticando i partiti dell’epoca e certi politici. Il tutto raccontato con stile televisivo, con un protagonista con una sola espressione del viso: imbronciato; ed anche la storia d’amore è detta ma non raccontata. Singhiozzi di esistenza talmente banali che sembra involontariamente distruggere quel po’ di “epico” che potevano rappresentare, una manica di coglioni feroci che vanno ad assaltare un carcere con venti chili di esplosivo con la calma di un gruppo di amici che va a fare un pic nic. Liberare le “ragazze” e semmai scappare ai Caraibi.
Il giudizio su questo film è duro, ma come si potrebbe giudicare una persona che entra in un tunnel oscuro con gli occhiali da sole ?
La storia – tratto dal libro di Sergio Segio, Miccia Corta – racconta di un manipolo di militanti dell’organizzazione Prima linea (nata da una costola del servizio d’ordine di Lotta Continua dopo lo scioglimento nel 1976 e in contrasto con l’organizzazione “padre” Br ) ormai allo sbando. Il tutto è incentrato nel giorno 3 gennaio 1982, Sergio Segio, uno dei capi, è a Venezia, insieme a un gruppo di compagni per attaccare il carcere di Rovigo e far evadere quattro detenute tra le quali Susanna Ronconi, la donna che ama e con cui divide la dirigenza politica del gruppo. Mentre il gruppo si organizza, parte e si avvicina al carcere, Sergio ricorda gli inizi degli anni Settanta, il passaggio dalle lotte di piazza alle armi e l’incontro con Susanna. Il gruppo arriva a Rovigo, all’interno del carcere Susanna e le altre tre prigioniere attendono l’ora fissata. Un’esplosione fa saltare il muro di cinta e comincia l’assalto. Susanna e Sergio si ritrovano, l’evasione è riuscita ma…
Il regista del film è un ‘marginale’ del Cinema italiano e un affermato regista televisivo. Ha al suo attivo solo due film Hotel Paura (1996) . Paz (2001). Nel 2000 ha girato la serie Distretto di polizia, nel 2008 , la serie TV Medicina generale. De Maria, pur cercando storie da Cinema-Cinema, storie estreme e per niente televisive, sviluppa le sue storie con un linguaggio prevedibile e senza soluzioni visive degne di quello che narra. Gli attori, in questo film, non sono utilizzati al meglio; Scamarcio, dopo alcune buone interpretazioni ( Nel film di Lucchetti, di Gavras e in quello di Placido ) rasenta la fissità e la non comunicazione. La bravissima Mezzogiorno non ci lascia che un personaggio tormentato e “ intenso “ Una menzione speciale alla bella fotografia di Gianfilippo Corticelli

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