La ragazza senza nome ( Jean Pierre e Luc Dardenne, 2016 )

giovedì 3 Novembre, 2016
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ La ragazza senza nome “ diretto da Jean Pierre e Luc Dardenne.

Con Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret. Titolo originale La fille inconnue. Drammatico, durata 113 min. – Belgio 2016.

L’importanza del Cinema dei fratelli Dardenne oggi è quella del raccontare vicende apparentemente minimali di personaggi ai margini della società, seguirli con lo stile alla Ken Loach, utilizzando una narrazione e un’estetica da genere documentario. Secondo i due fratelli belgi è la realtà che costituisce l’unità narrativa e gli anonimi protagonisti vengono pedinati dalla macchina da presa con le migliori intenzioni del Neorealismo italiano alla Rossellini ( ma anche vicini al mondo solitario e individuale del cinematografo del grande Robert Bresson ).   La macchina da presa usata come bisturi nella carne della narrazione, ritrovando quell’umanesimo morale, sviluppando quel vecchio metodo zavattiniano dell’Estetica del pedinamento.   Ma si differenzia dal vecchio grande Cinema dei Rossellini e dei De Sica per una differente prospettiva di etica della compassione ( dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια, sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con ). Nel Cinema dei Fratelli Dardenne non c’è mai un’inquadratura non necessaria, mai una musica che sostenga i sentimenti di un’immagine, mai un dialogo che serva a rafforzare l’immagine e il rigore formale senza alcun compiacimento è sempre presente. Insomma in un mondo creativo spesso pasticciato, anche quando parliamo di cultura alta, loro usano una radicalità assoluta ( degna di pochi altri registi europei come per l’appunto Loach, il geometrico Haneke, l’innovativo von Trier… ). Quello però che può rendere ostico al pubblico è che in quasi tutti i film dei Dardenne ( negli ultimi due – Il ragazzo con la bicilcletta e Due giorni e una notte c’è invece più ottimismo ) non c’è una via d’uscita, non ci propongono nemmeno un’ipotesi perché forse ritengono che la realtà in cui si muovono i protagonisti sia all’interno del tramonto della nostra civiltà ( in questo sono simili all’antropologo Haneke, mentre comunque Loach ci dà un’illusione con l’ideologia comunista e solidarista e von Trier ci propone la fuga nell’idiozia e le sue varianti ).

Negli ultimi tre film, nonostante una coerenza stilistica e narrativa, c’è qualche cambiamento, come abbiamo appena detto e in quest’ultimo addirittura, i due fratelli belgi, scelgono come pretesto di racconto un plot giallo e ci fanno venire in mente Dürrenmatt e la sua teoria del caso che governa i destini umani e con la costruzione della narrazione chiusa di un evento casuale che provoca un senso di colpa nella protagonista. Forse tra i loro film è quello meno convincente in quanto le motivazioni psicologiche che muovono la dottoressa Jenny, pur ben raccontate, lasciano un po’ perplessi quando imperterrita insiste anche nonostante sia fermata da due criminali e minacciata di morte o quando finisce in una fossa spinta da un ragazzino o quando la polizia la invita a pensare ad altro e lei resiste solo perché vuole sapere il cognome della ragazza uccisa.

Jenny Davin è una giovane dottoressa generica che lavora in un piccolo ambulatorio privato di Liegi, dove fa pratica lo studente Julien incerto sul suo futuro. Jenny si è andata quasi a nascondere alla vita scegliendo questo lavoro piuttosto che accettare la proposta di un importante ospedale in città. Di lei non sappiamo assolutamente niente, trascorre la sua vita sul posto di lavoro e ci dorme anche, al piano di sopra. Nessuna vita privata, nessun collegamento col mondo, se non quello dei suoi pazienti. Nessuna reale curiosità e neppure un barlume di rabbia o di tensione. Un sera si rifiuta di rispondere al campanello dell’ambulatorio, è da un’ora che ha terminato il suo lavoro ed è l’unico suo rifiuto al mondo, ma il giorno dopo viene a sapere dalla polizia che la giovane immigrata che aveva bussato al citofono è stata trovata uccisa, loro vogliono vedere i filmati della sorveglianza.

Jenny scopre così di essere stata forse una concausa di quella morte, spinta dal senso di colpa inizia una sua piccola indagine, vuole scoprire il nome e cognome della ragazza trovata sulla riva del fiume per così poterle dare degna sepoltura. Ma anche se è costretta ad aprirsi al mondo, lei resta nel suo stesso spazio che anzi sembra chiudersi attorno a lei. L’indagine che fa è quasi un pretesto, i tedeschi lo chiamano falso movimento.   Perché nella sua vita nulla cambia e nulla si modifica nel suo carattere solitario, mansueto ma determinato. E il giallo risulta poca cosa, forse anche poco convincente se non macchinoso nella sua pur semplicità, l’impronta del poliziesco subisce ripetute interruzioni.   E sembra ritornare il Durrenmatt che dice del giallo non essere un valido specchio del reale e di essere una costruzione intellettuale debole.

I Dardenne ci raccontano un altro personaggio in trappola, questa volta però Jenny sembra che in trappola ci sia voluta finire lei, perché non è la proletaria di Rosetta che deve aiutare la madre alcolizzata e vive in una roulotte né la Sandra che in Due giorni e una notte deve salvare il suo posto di lavoro, tantomeno è Lorna che pur di restare in Belgio e non essere rimandata in Albania è costretta a sposare un tossico e a inseguire sogni piccolo borghesi. Jenny è, tra tutte queste, il personaggio meno conclusivo per la storia che vive, il risultato è un bel film minore dei Fratelli Dardenne, in cui si fa un po’ fatica a crederle per il coraggio e la perseveranza che attua, come non del tutto credibile l’assassino involontario che pur non spinto a farlo le confessa la dinamica dell’incidente che lo ha visto protagonista. Merito invece del film è la magistrale direzione che li conferma ancora una volta geniali registi di naturalezza e verità e la bravura di Adèle Haenel ( vincitrice di due Premi César nel 2014 e nel 2015 e con già all’attivo 25 film ad appena ventisette anni ).

 

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