“La veglia innamorata di Cortázar, lo scrittore che incastona specchi nella realtà” – di Alejandar Pizarnik

cortazar10-1430x900-1-900x425 domenica 22 novembre, 2020
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“Aveva dato un nome a tutte e due le sue pantofole”. Di Lichtenberg, autore di questa frase, Goethe disse: “Dove Lichtenberg scherza, lì si nasconde un problema”. Una frase che a sua volta fu sviluppata da Freud nel famoso saggio sulla barzelletta, un saggio magnifico che non ci aiuta minimamente ad addentrarci (se è vero che l’umorismo o la poesia ammettono la conoscenza) nell’umorismo praticato dagli scrittori contemporanei, che è un umorismo metafisico e quasi sempre indiscernibile dalla poesia. (Ciò viene testimoniato dalle più celebri opere del teatro denominato d’avanguardia). Quando Alfred Jarry afferma: “Dopo di che ucciderò tutti e me ne andrò”, sappiamo che non c’è nulla di nascosto in Jarry bensì qualcosa di corrotto – amletianamente parlando – da tutte le parti.

Oggi l’umorismo letterario è di un “realismo” sconvolgente. Riconosciuto l’assurdo del mondo si parlerà nel suo stesso linguaggio: quello dell’assurdo. Ovvero: realizza un’incisione nella cosiddetta realtà e vi incastona uno specchio. Gli spettatori ridono del modo in cui le creature di Ionesco raccontano le loro cose ma quando finisce lo spettacolo lo commentano nello stesso identico modo (linguaggio fatto di parole-monete logore).

Questo nuovo, questo meraviglioso libro di Julio Cortázar coniuga perfettamente l’umorismo e la poesia. Chi sono i famas? Sono la Precauzione; la Moderazione; il Senso comune; la Direttrice di una società di beneficenza (per alpinisti smarriti); un grasso col cappello; un commesso viaggiatore; una suocera; uno zio; una signora che urla spaventata perché le hanno regalato un palloncino colorato; un fabbricante di tubi; qualcuno che consulta il suo orologio e dice: il tempo è oro… Le speranze? Sono delle stupide ma i famas le temono. Quanto ai signori cronopios, sono i possessori di un certo organo in via di estinzione nell’uomo odierno: l’organo che permette la vista e la percezione della bellezza. Siccome cronopio è un nome più bello e meno equivoco di classico, grazie a Cortázar potremo applicarlo ai cronopios avant la lettre sia del passato che del presente. Cronopios saranno Don Chisciotte e Charlie Parker, Rimbaud e l’arciprete de Hita… E Cortázar, naturalmente.

Comunque: risulta che un fama possedeva un orologio a muro e tutte le settimane lo caricava CON GRANDE CURA. Passò un cronopio e vedendolo si mise a ridere… Si capisce la risatina zen del cronopio: ma perché voler contare il tempo, tagliare il tempo, classificarlo in ore, fare con queste degli orari? Il ridarello torna a casa e giocando inventa un altro orologio: l’orologio-carciofo o carciofo selvatico. È facile da usare: non deve far altro che togliergli una foglia e subito sa un’ora. Ma questa è soltanto la prima tappa di una iniziazione magnifica: arrivare al cuore dell’orologio-carciofo dove non è più possibile misurare il tempo e nell’infinita rosa violetta del centro il cronopio scopre una gran gioia e se lo mangia con olio aceto e sale … Si è soliti dire che il tempo ci divora ed ecco qui come un fragile cronopio cambia i termini. Nella prima parte del libro intitolata Manuale di istruzioni, leggiamo: Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.Nella seconda parte, Occupazioni insolite, una delle faccende dell’enorme famiglia strana consiste nel fissaggio di una tigre come se fosse una modella o un mazzo di sempreverdi. Dopo una descrizione molto minuziosa (da far venire le vertigini) dell’operazione di questo strano fissaggio, leggiamo alla fine qualcosa che mi sembra che illumini il senso e la direzione di questi atti in apparenza assurdi: una tigre al fissatigre è qualcosa come un incontro totale, è alienazione di fronte a un assoluto, l’equilibrio dipende da così poco e lo paghiamo a così caro prezzo che i brevi istanti che seguono la fissazione della tigre e che sono determinanti perché l’operazione sia perfetta, ci rapiscono da noi stessi, distruggono totalmente la tigrità e l’umanità in un unico movimento immobile che è vertigine, sospensione e approdo. Non esiste tigre né famiglia né fissatigre. Impossibile sapere che cosa esiste: un tremito che non è di questa carne, un tempo centrale, una colonna di contatto.

Ma non credere che questa incantevole famiglia trascorra la sua vita cercando di fissare una tigre; cerca anche di raffinare il linguaggio … basterà citare il caso di mia zia, la seconda. Visibilmente dotata di un sedere dalle imponenti dimensioni, mai ci saremmo permessi di cedere alla facile tentazione dei soprannomi abituali; così, invece di darle il brutale nomignolo di Anfora Etrusca, fummo tutti d’accordo su quello più decente e familiare di Culona. Procediamo sempre con lo stesso tatto…Un giorno, grazie a un loro lontanissimo parente diventato ministro, vengono assunti tutti – grandi e piccini – presso un Ufficio postale di cui cercano di ravvivare l’ambiente triste e sconfortante. Per questo, insieme ai francobolli, ad ogni acquirente viene offerto un palloncino colorato, un bicchierino di grappa, empanadas di carne; i pacchi postali vengono coperti di piume, in quel modo il nome del destinatario (…) sembra stare sotto un’ala di cigno

Gli atti insoliti di questa famiglia sono di un umorismo irresistibile. Ma, secondo il mio parere, rappresentano anche un aspetto profondamente tragico: l’irruzione della poesia e della meraviglia in ciò che ci fanno passare per la realtà. Questa famiglia, di una innocenza obnubilata, decide di concretizzare l’impresa impossibile della poesia: incarnare, trasformare in azione quello che non so per quale errore abita nelle pagine dei libri, nelle canzoni, nei sogni e nei desideri più reconditi. (Meravigliosa è la perfezione con cui Cortázar plasma i suoi racconti: persino quello più fantastico presenta una architettura rifinita come un fiore o una pietra. Si può dire che Cortázar non lasci il caso al caso). Vediamo un’altra occupazione: per combattere il pragmatismo e l’orribile tendenza al conseguimento di fini utili, si consiglia di strapparsi un bel capello dal capo, fargli un nodo nel mezzo e lasciarlo cadere dolcemente nel buco del lavandino. Il suo possibile o impossibile recupero diventa la meta bramata di chi lo ha perso. Per riuscirci ci vorranno parecchi anni, senza dubbio, si romperanno le tubature, si acquisteranno gli alloggi situati in basso per proseguire le ricerche, si corromperanno gli uomini della mala e col loro aiuto si faranno esplodere le fognature della città, ecc., ecc. Ma è anche possibile che lo si trovi a pochi centimetri dal buco… e questo produrrebbe una gioia così grande da obbligare a esigere sul piano pratico un esercizio che ogni maestro coscienzioso dovrebbe consigliare ai propri alunni fin dalla più tenera infanzia, invece di rompergli l’anima con la regola del tre composto o le tristezze di Caporetto.

L’umorismo di Cortázar si spiega su tutta la gamma dei colori. È sempre un umorismo metafisico ma a volte è nero, a volte rosa, blu, giallo… Molte volte è feroce ma la sua tenerezza è inesauribile, di solito la proietta così lontano che raggiunge gli animali fantastici (Guk, cammello dichiarato indesiderabile; l’orso dei tubi della casa), gli animali reali (tartarughe) e gli “animali meccanici” (biciclette). Non poche volte unisce l’umorismo all’elemento fantastico. Questo si può illustrare con il caso dell’eminente studioso, autore di una storia romana in ventitré volumi, sicuro candidato al Nobel per la gioia e soddisfazione della sua patria. Ma d’un tratto: costernazione generale. Un topo di biblioteca full time denuncia l’omissione, nei ventitré tomi, di un nome: Caracalla. Lo studioso si chiude in casa, stacca il telefono, non risponderà al re Gustavo di Svezia… ma in verità lo sta chiamando un altro, qualcuno che fa e rifà il numero inutilmente maldicendo in una lingua morta.

Ho parlato della appassionante minuziosità di Cortázar e del suo dominio della nozione di caso. Questo è dovuto al fatto che pochi scrittori sanno, come lui, “vedere l’infinito in un granello di sabbia”. Questo atteggiamento – e questa attitudine – così sua, si rivela in tutti i suoi libri e lui stesso lo definisce in modo ammirevole nelle Istruzioni per ammazzare le formiche a Roma: … intendere a forza di pazienza il cifrario di ogni fontana, mantenersi nelle notti di luna penetrante in una veglia innamorata… Per questo motivo può descrivere, con la stessa precisazione allucinante, una veglia funebre in un quartiere di Buenos Aires, un animale fantastico, un quadro di Tiziano, una scala… Questo atteggiamento di incorruttibile veglia innamorata si integra con il suo incessante rigetto della vita considerata come abitudine e alienazione: Rifiutarsi a che il delicato gesto di tirare la maniglia, gesto grazie al quale tutto potrebbe trasformarsi, avvenga con la fredda efficacia di un riflesso quotidiano. Niente e nessuno gli chiuderà gli occhi. Le cose non sono soltanto cose; i sogni non sono cose; l’amore non è una cosa. Stringere un cucchiaino fra le dita e sentire il battito del suo polso di metallo, il suo diffidente ammonimento. Per questa ragione parla così tante volte della ribellione degli oggetti –o la preannuncia-; le biciclette, per esempio, quanti anni ancora sopporteranno il cartello arbitrario delle banche e dei negozi di tutto il mondo: VIETATO INTRODURRE BICICLETTE? Ad ogni modo, attenti a quel che fate, direttori! Anche le rose sono ingenue e docili, ma forse sapete che in una guerra di due rose perirono prìncipi che erano come neri fulmini … Anche i grilli perseguitati si ribelleranno e canteranno con tanta terribile vendetta che i suoi orologi a pendolo si impiccheranno ai loro immobili sepolcri… Il titolo di una di queste storie è un’altra corroborazione di quanto detto: PICCOLA STORIA TENDENTE A ILLUSTRARE QUANTO PRECARIA SIA LA STABILITÀ ALL’INTERNO DELLA QUALE CREDIAMO DI VIVERE, OVVERO CHE LE LEGGI POTREBBERO CEDERE TERRENO ALLE ECCEZIONI, AL CASO O ALLE IMPROBABILITÀ, E QUI TI VOGLIO.

Historias de cronopios y de famas (Ediciones Minotauro, Buenos Aires, 1962) testimonia in modo esemplare in che modo siano sovversivi l’umorismo e la poesia, e come e quanto, dinanzi a quella trama confusa che si presenta come il mondo reale, entrambi – la poesia e l’umorismo – sappiano esporre il rovescio della tela.

 

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