LA VENEZIA MAI VISTA DI FELLINI – di PIERO CITATI per il Corriere

fellini-venezia-860551 domenica 25 dicembre, 2016
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DOPO “CASANOVA”, LA CITTÀ LAGUNARE ERA DIVENUTA UN’OSSESSIONE PER IL REGISTA CHE AMAVA SORVOLARLA IN AEREO: VISTA DALL’ALTO, GLI SEMBRAVA UN INDECIFRABILE ALFABETO DI SEGNI E DI GEROGLIFICI – LE DUECENTO PAGINE DI APPUNTI PER UN FILM BELLISSIMO QUANTO IRREALIZZABILE

Per tutta la vita Federico Fellini fu affascinato da Venezia. A partire dal Casanova , e specie negli anni dopo il 1980, questo fascino diventò quasi una ossessione. Era uno spirito estremamente preciso. Non ignorava nemmeno un particolare della storia della città: lesse moltissimi libri su Venezia; se qualche particolare gli sfuggiva, chiedeva informazioni ad amici e studiosi.

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Lesse e rilesse Le pietre di Venezia di John Ruskin: dove Venezia è uno spettro sulle sabbie del mare, così debole, così quieta, così spoglia di tutto, tranne che della sua grazia; una città che si spegne, si consuma e muore lentamente. Amò molto Il desiderio e la ricerca del tutto, il capolavoro di Frederick Rolfe, il cosiddetto Baron Corvo: dove appaiono tutti i colori di Venezia, i profumi, le piogge, le nevi, le notti, le estati soffocanti e le clamorose giornate primaverili. Fellini ricordava la morte del doge Paolo Renier, negli ultimi anni del XVIII secolo: morte che venne taciuta, e rivelata soltanto il 2 marzo, per non turbare la gioia del Carnevale.

E il pranzo offerto dal doge Marino Grimani al principe Farnese: quando, verso la fine del convito, vennero tagliati i pasticci, ne uscirono degli uccelli che presero il volo; e subito dopo da altri dolci si affacciarono dei piccoli granchi, che percorsero la tavola, rovesciando bicchieri ed ampolle. Fellini amava il Carnevale di Venezia: il quale riempiva di sé tutto l’ anno; perché era la vera utopia in cui culminava la vita, rovesciandosi nel proprio contrario.

FELLINI CASANOVA FELLINI CASANOVA

Fellini andava a Venezia specialmente nei mesi da novembre a marzo. Non c’ erano turisti né alghe purulente: i colori erano gelidi; come un enorme granchio, l’ inverno stringeva le sue pinze sulle isole della laguna. Spesso la laguna ghiacciava: l’ acqua diventava un unico pack ; nel sovrano silenzio, Fellini si spostava da un’ isola all’ altra camminando sul ghiaccio. Spiava gli uccelli: i fisoli, gli smerghi, le sérole, i mangòni.

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Amava sorvolare in aereo la città e la laguna: vista dall’ alto, Venezia era un indecifrabile alfabeto di segni e di geroglifici, una misteriosa mappa, un arazzo, una tappezzeria persiana; il mare si infiltrava nella terra, spandendosi in migliaia di canali tortuosi. Quando Fellini camminava per i campielli, veniva attratto dagli alberi dei giardini, che si affacciavano dai muri di cinta; o li guardava dall’ alto del cielo.

Col passare degli anni, mentre componeva Casanova , Ginger e Fred , Amarcord , La voce della luna , Fellini accarezza l’ idea di fare un film su Venezia. Poi rinuncia al suo progetto. Oggi, del progetto di Fellini restano circa duecento pagine di appunti sconosciuti: gli abbozzi e i relitti di un bellissimo film. Li ho letti da poco, e cercherò di raccontare questo film inesistente, che è insieme un saggio su Venezia e una libera creazione fantastica.

Come scriveva Fellini, il film avrebbe dovuto essere una serie di tasselli che si separavano, disintegravano il racconto, in una scomposizione molecolare continuamente minacciata da un’ ulteriore frammentazione, e che pure svela nel suo insieme il miraggio di un’ unità o di una visione.

FELLINI MASINA VENEZIA FELLINI MASINA VENEZIA

Il film assomiglia alla laguna: un equilibrio di terre e di mare, di pieni e di vuoti, di ombre e di luci; possiede lo stile inquietante e leggero dei palazzi di Venezia, con la loro trina infida ed attraente. Venezia era un riflesso: anzi il riflesso di un riflesso; il riflesso di una cosa che forse non era mai esistita, e che non esisterà mai. Come Venezia, il film è misterioso, irrealizzabile ed inesistente: non può riuscire, perché cerca di esprimere l’ inesprimibile; una città costruita sull’ acqua e dipinta nell’ aria.

Fellini immagina una esile trama. Il protagonista è un vecchio regista americano, di nome Stein, che assomiglia ad Eric von Stroheim: Fellini si identifica e non si identifica con lui, perché non può mai identificarsi completamente con nessuno. Ora Stein va in aereo, sopra la città ai suoi piedi, scendendo all’ aeroporto del Lido. Ora (più spesso) entra in un batiscafo: contempla l’ isola del cimitero, dove sono sepolti Stravinskij, il Baron Corvo, Djagilev, Ezra Pound; e si immerge nei canali della vecchia città consunta, nella fantastica necropoli che si trova sott’ acqua, radendo le fondamenta.

Lì, in basso, ascolta i gemiti della città: una musica distante, tra il lamento e la protesta, che si confonde con il rombo dei motoscafi, e con le voci chiassose dei turisti, che parlano in tutte le lingue. Ciò che importa non è la parte emersa di Venezia, ma la fatica millenaria della sua parte sommersa. Stein è come il capitano Nemo.

FELLINI FELLINI

Viaggia notte e giorno attraverso le fondamenta: i fasci di luce del batiscafo illuminano un paese sommerso; uno sconfinato labirinto di palafitte, tra le rovine dei palazzi affondati, dove scorre una spettrale fauna marina.

Tra gli abitanti di Venezia, Stein insegue una sua antica innamorata, che assomigliava a una damina veneziana del Settecento. Era stata con lui una settimana, e una mattina era scomparsa, lasciando il letto vuoto. Stein non ne ha avuto notizie da decine di anni. Ora, mentre gira per Venezia, sosta nei luoghi dove l’ aveva incontrata: in un calle angusto, presso un ponticello; e scopre che tutte le donne di Venezia hanno il suo volto.

Fellini immagina la Venezia del futuro, quando le Land Rover strombetteranno per la città vicino alle gondole. Secondo una rivista francese, nel 2075 piazza San Marco sarà stabilmente sommersa da cento centimetri d’ acqua: la prima vittima dello scioglimento dei ghiacciai dei poli, procurato dal cosiddetto effetto serra.

Proprio oggi, mentre il batiscafo si inoltra nel Canal Grande, a Venezia giunge una folla pittoresca: sovrani detronizzati, in primo luogo il sultano Ahmed III, deposto nel 1730, e principi arabi, uno dei quali si arrampica sulla torre dell’ orologio. Quindi arriva Calibano, il nuovo padrone della città, tycoon di una grande Tv privata, che ha appena acquistato l’ Arsenale, la chiesa della Salute, e i principali palazzi ed alberghi, trasformando un palazzo del Quattrocento in un teatro di posa.

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Calibano (ovvero Bernuscotti, il suo vero nome) ha inventato lo spot incorporato nel telefilm: per esempio, se si gira La certosa di Parma , Fabrizio del Dongo fa la pubblicità di una marca di Lambrusco del parmense. Attorno a Calibano-Bernuscotti, ci sono artisti, avventurieri, divi dello spettacolo e dell’ alta moda, attrici ed attori famosi, spie, agenti segreti, uomini politici.

Bernuscotti scende in elicottero su piazza San Marco, seguito da un altro elicottero, gremito di consiglieri, nani e giocolieri, raccolti per festeggiarlo.

Presto l’ acqua sporca e fetida della laguna sale, e giunge al massimo, mescolata allo sterco. Tutto viene abolito: Venezia passata, presente e futura, il film inesistente e impossibile che cerca invano di assomigliare a Venezia, Stein, Bernuscotti, Federico Fellini, ubiquo ed inesistente, l’ universo, e noi che stiamo finendo di leggere il bellissimo materiale del film.

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