Nel novembre del 1967, giusto un paio di anni dopo la nascita di linus, veniva pubblicato in Francia il celebre saggio di Guy Debord La società dello spettacolo. Non vengono in mente molti altri titoli che siano diventati spunto per espressioni di uso comune. Forse «Lolita», «Gomorra» o quel «bovarismo» che ci viene da Flaubert e Madame Bovary. Una ricerca sull’archivio on line del quotidiano La Stampa rivela che tra il 1967 e il 1980 in appena una manciata di articoli si usò l’espressione «società dello spettacolo» –nelle pagine della cultura – mentre la locuzione dilagò fra gli anni ’80 e ’90, e nei contesti d’uso più disparati.

La profezia di Debord s’inverava e, con la morte per suicidio nel 1994 (un bel colpo di pistola al cuore), il filosofo e cineasta si trasformava ufficialmente in una celebrata Cassandra. Nel frattempo «società dello spettacolo» diventò un modo di dire buono per una chiacchiera sul berlusconismo o sulla moda dei reality, con la conseguenza di volgarizzare la purezza radicale di un sistema di pensiero. Ma chi era Guy Debord? Un filosofo, un cineasta, il personaggio più in vista di una sorta di setta – la famigerata Internazionale Situazionista – la cui rivista pubblicata in 12 numeri contava in Italia appena venti lettori. Eppure dopo cinquant’anni ci ritroviamo qui a parlarne, mentre Guy Debord, col suo temperamento (si dice) duro, refrattario e scontroso, appare oggi a chi scrive una sorta di cavaliere, specie se, mentre si allontana da noi, lo osserviamo dal punto della storia in cuila relazione umana è coordinata da funzioni e algoritmi.

Di Guy Debord parliamo con il filosofo Mario Perniola, non solamente perché Perniola ne ha scritto in diversi libri (gli ultimi due sono L’avventura situazionista e il bellissimo ed eccentrico Del terrorismo come una delle belle arti, entrambi per Mimesis, mentre Estetica italiana contemporanea è appena uscito per Bompiani), ma pure perché ebbe modo di conoscere personalmente Debord e i situazionisti.

Quali furono i suoi rapporti personali con Guy Debord?

Nell’Internazionale Situazionista non esistevano rapporti «personali», ma «storici». Seppi della sua esistenza nel 1966 al Convegno di Cérisy-La-Salle da René Loureau e così entrai in contatto epistolarmente con lui, dopo avere ricevuto e studiato i numeri della rivista. Lo incontrai a Parigi, e si stabilì un’intensa corrispondenza: lo vidi l’ultima volta nel luglio 1968 a Bruxelles, dove i situazionisti si erano rifugiati per sottrarsi a eventuali indagini di polizia. I rapporti cessarono nel 1969 per divergenze tattiche. Le rotture, essendo «storiche», erano irrevocabili. Lo ricordo come il mio maestro, insieme a Luigi Pareyson, entrambi uomini «di grande stile», nel senso che Nietzsche dà a questa espressione.

Dove le sembra obsoleto il testo de La società dello spettacolo e dove effettivamente profetico?

È un libro prevalentemente costruito sul détournement di frasi celebri tratte da autori del passato appartenenti alle letture di Debord. Il détournement (traducibile come appropriazione indebita, sviamento, deviazione) consiste nella perdita d’importanza del significato originario di ogni singolo elemento au­tonomo e nell’organizzazione di un altro insieme signifi­cante, che conferisce a ogni elemento una nuova por­tata. Sarebbe interessante ritrovare una per una le frasi originali e valutarne lo scarto. Si può considerare La società dello spettacolo più un’opera d’arte che un trattato di teoria politica. Né obsoleto, né profetico: è un assemblage molto raffinato, che merita grande ammirazione per la sapienza con cui è stato costruito.

Nel suo libro L’avventura situazionista c’è un passaggio che ho letto con un brivido di riconoscimento generazionale, quando scrive di coloro che Debord chiamava i situs: «Ciò che li caratterizza, secondo Debord, è un atteggiamento meramente contemplativo che consiste nell’ammirare l’Internazionale Situazionista, senza tuttavia prendere nessuna iniziativa per svilupparne le tesi o metterle in pratica […]nel linguaggio odierno essi sono dei consumatori di prodotti culturali o meglio dei fan. Costoro sono molto diversi dai discepoli o dagli allievi, perché non sono in grado di sviluppare sia pure in modo critico il pensiero del maestro, ma costituiscono una cassa di risonanza mediatica». Sembra il ritratto di una certa classe d’individui per alcuni versi simile a coloro che in questi anni sono stati indicati col termine ‘hipster’…

Tra le due figure estreme del fan (che è organico rispetto alla società della comunicazione e dei consumi) e il fanatico (che appartiene alla società dell’azione e della comunicazione come attentatore suicida), c’è una figura intermedia,il prosumer (neologismo nato dalla contrazione di producer e consumer e introdotto da Marshall McLuhan e Barrington Nevitt nel 1972). Il termine si riferisce a chi assume nei confronti dei materiali culturali una condotta attiva, inserendoli in un contesto proprio e anche trasformandoli, senza plagiarli. Il prosumer è colui che, nutrendo un rapporto di consonanza con un certa tendenza culturale, svolge un’attività di promozione, rendendola più visibile con i mezzi di cui dispone, in modo da divulgare presso la maggioranza le qualità di un individuo marginale o di un sottogruppo deviante. Tra questi mezzi le reti sociali, insieme a Wikipedia, ai commenti nelle librerie virtuali, ai blog, ai rapporti diretti con conoscenti, librai, edicole e biblioteche, sono della più grande importanza.

In altre parole, cinquant’anni fa l’Internazionale Situazionista,come oggi Ágalma, la rivista che dirigo da 17 anni (www.agalmaweb.org, Ndr), non hanno bisogno né d’inerzia né di gesta eroiche. Nel caso specifico dell’I.S., un elemento di disagio era dovuto al fatto che molti suoi membri non facevano nulla e si fregiavano della mera appartenenza.

Con l’immagine della talpa Karl Marx intende il carattere imprevedibile e sotterraneo della rivoluzione. Le sembra verosimile che oggi una talpa stia scavando sotto i nostri piedi?

Non è solo la rivoluzione che scava, ma anche la reazione. Nel corso degli ultimi trent’anni è stata la talpa più efficace.  Basta seguire la campagna elettorale francese per rendersene conto. Quando, messo in soffitta il «Pensiero del ‘68», emergono opinion leaders indubbiamente preparati, con alle spalle un’opera vastissima, di cui io non ho mai sentito parlare, è segno che è in atto una destabilizzazione della cultura occidentale di dimensioni immani.

CCJ5c9KWgAA4JFIDebord da qualche parte a Parigi, già nei lontani anni ’50, scrisse su un muro: «Non lavorate mai». Sembra una profezia del rifiuto del lavoro che negli anni ’70 venne predicata tanto nel punk quanto nel movimento dell’Autonomia Operaia…

Il rifiuto del lavoro è una tematica romantico-anarchica. Se non lavori, vedo cinque possibilità: vivere di rendita, trovare qualcuno\a che lavori per te, il crimine, vivere di carità o il gioco d’azzardo. Conosco molte esistenze che hanno praticato una di queste strade. C’è a chi è andata bene e a chi no. Nel caso di Debord mancano molti tasselli per una biografia. Il rapporto tra l’I.S. e il punk è stato stabilito da Greil Marcus in Tracce di rossetto. Quanto al resto: L’I.S. era erede del «consiliarismo» (branca del marxismo agli antipodi del marxismo-leninismo, Ndr), stava in parte nell’orizzonte culturale del movimento operaio e socialista, in parte dell’avanguardia francese della prima metà del secolo XX.

Che cosa intende ne L’avventura situazionista quando parla di Debord in riferimento a un «grande stile» e a un canone della tradizione occidentale?

L’espressione viene da Nietzsche. Ha a che fare con il distacco, la sospensione delle affezioni disordinate, dell’emozionalità immediata. Non deve tuttavia essere considerato come sinonimo di frigidità o accademismo pedante. Perché si possa dominare le passioni, esse devono esserci! Lo stile e la passione del resto richiedono obbedienza e disciplina. Questo distacco, nel caso di Debord,  si manifesta come estraneità al mondo dell’università, dell’editoria, del giornalismo, della politica, dei media; nei confronti dell’establishment culturale nutre un profondo disgusto.

Non meno assoluta è la ripugnanza nei confronti della mondanità o della frivolezza snobistica che civetta con l’estremismo rivoluzionario. Tale sdegno non ha il conforto di nessun patrimonio ereditario: Debord si definisce «nato virtualmente rovinato». La sua strategia fa leva sull’ammirazione di chi considera potere politico e denaro benefici secondari rispetto all’eccellenza. Come per gli Stoici, per i quali coerenza tra i principi e condotta costituivano l’essenziale. Ma è nella tradizione della rivolta poetica e artistica che occorre cercare Debord. È per me fonte di grande felicità aver conosciuto l’uomo che nella seconda metà del Novecento è stato la personificazione del «grande stile».

Guy Debord, «dottore in niente» – come egli stesso scrive – maestro degli ambiziosi, amico dei ribelli e dei poveri, segretamente ammirato dai potenti, suscitatore di grandi emozioni. In un’epoca che ha fatto della gradevolezza e disinvoltura le qualità più apprezzate, Debord si poneva davanti ai contemporanei in modo aspro e ruvido. L’ I.S. era un gruppo chiuso che implicava una distinzione tra membri effettivi e simpatizzanti. Tale caratteristica, che sembra riprodurre uno specifico delle sette religiose, ha nel caso dell’I.S. un significato che rimanda all’elemento vincolante dello stile. Tuttavia queste esigenze non si confacevano al carattere di alcuni membri dell’I.S. e ai tratti dominanti del movimento della contestazione. L’I.S. era una rete internazionale dov’era possibile muoversi non tanto da cospiratori ma da aristocratici.

Quanto al canone: in un atlante inglese degli anni ‘30 Debord annota, paese per paese, gli autori della sua formazione. Grecia: Tucidide; Palestina: L’Ecclesiaste; Persia: Omar Khayam; Spagna: Cervantes; Italia: Dante e Machiavelli; Cina: Li Po. E così via.

Che cosa avrebbe pensato oggi Debord sull’immigrazione?

In un testo del 1985 dal titolo«Note sulla questione degli immigrati», Debord afferma – riassumendo – che la Francia non può più assimilare né i lavoratori francesi né le minoranze etniche, perché non esiste più una cultura francese, e nemmeno cristiana, musulmana, socialista o scientista. La diffusione dello spettacolo concentrato non può uniformare «che degli spettatori». Assistiamo alla «degradazione spettacolare-mondiale (americana) di ogni cultura».

Anche se non ci fossero immigrati, l’analfabetismo, la perdita di un linguaggio articolato e di ogni ragionamento è un dato di fatto. È comico attribuire questo disastro agli immigrati, i quali hanno perduto la loro cultura, senza poterne trovare un’altra. I Francesi si trovano nella stessa situazione, appena più segretamente.

Non resisto dal farle un’ultima domanda: lei racconta che da bambino la sua famiglia la riteneva reincarnazione di uno zio ucciso durante il fascismo. È una storia che mi ha molto affascinato..

La storia, anzi la storietta, è raccontata in Del Terrorismo come una delle belle arti. Riprodurla qui mi è impossibile per ragioni stilistiche. Il libro è scritto alla seconda persona plurale, che segna un distacco rispetto all’intervista giornalistica, nella quale verte il patto autobiografico. Posso solo aggiungere che il mio modo di essere viene da lontano e andrà lontano. Sono un’entità di passaggio che deve essere intesa cronologicamente in modo verticale, non orizzontale.

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